di Marta Serafini - @martaserafini

Categoria "aziende"

Se un governo ha cercato di violare il tuo profilo e dunque spiarti, da oggi Facebook ti avviserà. La notizia ha abbastanza dell’incredibile, date le continue polemiche sul Datagate e sul sistema di sorveglianza di massa. Ma a darla è proprio il colosso del tech con un post firmato Alex Stamos. “Abbiamo sempre fatto di tutto per mettere al sicuro gli account che ritenevamo compressi. Ma ora abbiamo deciso di fare di più”, annuncia il capo della sicurezza di Menlo Park.

In pratica, Facebook ci manderà un alert se avrà “il forte sospetto che il nostro account possa avere subito un attacco effettuato per conto di un governo”.  Il motivo di tanta premura? “Lo facciamo perché questo tipo di attacchi possono essere più pericolosi di altri e da sempre incoraggiamo le persone a prendere ogni provvedimento per mettere al sicuro il loro profili”, continua il capo della sicurezza.

Chi sarà colpito riceverà il seguente messaggio:

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Stamos spiega anche che Facebook non darà alcuna informazione aggiuntiva sull’attacco e che il messaggio non significhi che necessariamente ci sia stato un attacco.

Poi, più niente. Dopo aver dato una notizia del genere (ossia che Facebook è in grado di dirci se un governo ci spia o meno), non vengono forniti per il momento altri dettagli, se non la procedura da seguire (tra cui resettare completamente il sistema operativo del computer che a quel punto, è facile pensare,  possa essere stato completamente compromesso).

Un annuncio bomba, dunque, che nelle prossime ore, c’è da star certi, riaccenderà le polemiche sul Datagate e su un possibile coinvolgimento di Facebook nelle attività di controllo governativo. Alle accuse della stampa e di Snowden che parlava di  portali separati e sicuri costruiti dai colossi del tech per conservare (e poi passare ai governi) le informazioni degli utenti, Zuckerberg aveva risposto indignato. E successivamente aveva criticato duramente l’amministrazione Obama per la gestione della vicenda. Ma è chiaro come le rivelazioni dell’ex analista della Cia abbiano intaccato notevolmente l’immagine dei colossi della Silicon Valley, costringendoli a rivedere almeno una parte delle loro policy.

Facebook, insomma, fa ancora una volta i conti con il problema della riservatezza delle informazioni che ogni giorno un miliardo e quattro cento mila persone affidano al suo social network. E lo fa all’indomani della sentenza della Corte Europea che ha stabilito come, d’ora in avanti, i dati degli utenti europei non potranno essere custodi al di fuori dell’Unione, dando di fatto ragione allo studente di legge Max Schrems.

L’unica consolazione arriva dai dati dell’ultimo transparency report reso pubblico da Facebook, secondo il quale le richieste da parte dei governi sui dati degli utenti nei primi sei mesi del 2014 sono calate del 24 per cento rispetto all’ultimo semestre del 2013. Ma si tratta di ben poco, se si pensa che ci sono hacker che agiscono per conto dei governi per entrare nelle nostre vite private.

 

 

Gattini e fotografie delle nostre vacanze, su Facebook non c’è solo quello. Forte ormai di 350 milioni di foto caricate e 968 milioni di persone che si collegano ogni giorno, il social network di Zuckerberg da tempo deve affrontare, come tutti gli altri colossi del tech, il problema dei contenuti inappropriati. Una bella responsabilità che i social network condividono con i media e i siti di informazione.
Rimuovere o non rimuovere, mostrare o non mostrare, censurare o lasciare tutti liberi, questo è il problema per Facebook. Investimenti, algoritmi: i team del social network devono scandagliare quotidianamente i contenuti. E lo fanno in 27 lingue diverse, nei quattro centri sparsi nel mondo dedicati proprio a questo compito. Quello dove si decide la sorte dei contenuti europei (e dunque anche i nostri) è a Dublino, in Irlanda, dove ha sede il quartiere generale di Facebook.
Oltre 50 dipartimenti, un edificio progettato all’esterno da Libeskind e all’interno da Frank Ghery (architetto anche della nu, al numero 4 di Grand Canal Street, in una zona dove la maggior parte delle aziende del tech hanno stabilito la loro casa europea. «Qui lavorano oltre 1100 persone, di cui il 70 per cento non è di nazionalità irlandese», spiega Gareth Lambe, numero uno di Facebook Irlanda. Tra un tavolo da ping pong, una parete di lego, una fila di palloncini e un selfie davanti a muro delle firme, si parla anche di hate speech (incitamento all’odio). «Facebook non si basa su un sistema legale in particolare», sottolinea Siobhan Cummiskey, policy manager per l’Europa, il Medio Oriente e l’Africa, mentre illustra le modalità di intervento. Piuttosto, gli uomini e le donne di Mark si sono dati delle regole nel tentativo (talvolta impossibile) di trovare un equilibrio tra la libertà di espressione e la necessità di rendere un posto sicuro la propria piattaforma. «Non sempre ci riusciamo», confessa Cummiskey.

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Clicca sull’immagine per ingrandire (Infografica di M.Tangherlini)

Primo scoglio, le foto di nudo «La nostra regola è che non possono essere postate fotografie di immagini genitali maschili o femminili o di capezzoli femminili», è la spiegazione che danno al quartier generale. Sulla base di questa norma è stata però rimossa una fotografia de L’origine du monde di Courbet. Ma non solo. Capita anche per sbaglio di rimuovere mamme che allattano. «Anche se è chiaro che non vorremmo farlo a volte non prendiamo le decisioni giuste», sintetizzano ancora.
Il compito però è tutt’altro che facile. Milioni di segnalazioni ogni giorno, Facebook decide di intervenire sulla base degli input di altri utenti. Eccezion fatta per le immagini e i video pedopornografici. «Per combattere questo fenomeno non ammettiamo eccezioni di alcun tipo e ci appoggiamo anche ad associazioni e ad esperti. In Italia, ad esempio, lavoriamo spesso in collaborazione con Telefono Azzurro e Save the Children», sottolinea Julie de Bailliencourt, a capo della sicurezza per Europa, Medio Oriente e Africa e da cinque anni in Facebook.
Uno strappo alla regola di massima riservatezza sui contenuti segnalati viene fatta anche per le minacce di suicidio. «Se ci rendiamo conto che si tratta di un’ipotesi attendibile, allora contattiamo le autorità». Un impegno costante dunque che lascia sempre meno spazio agli errori.

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Altra battaglia da combattere è quella all’hate speech. «Vogliamo che le persone parlino liberamente su Facebook ma non permettiamo attacchi basati sul genere, la nazionalità, la disabilità, la religione», è la spiegazione. Anche in questo caso è necessario trovare un compromesso. Un esempio? «Non vietiamo alle persone di aprire una pagina che critichi una religione. Ma non permettiamo a nessuno di attaccare chi pratica quella religione». Per raggiungere questo scopo naturalmente è necessario avere in squadra persone madrelingua. «Dobbiamo capire esattamente ogni sfumatura sia dal punto di vista linguistico che culturale», continua Bailliencourt. Ed ecco perché i report con le segnalazioni vengono passati al vaglio di occhi umani «h 24 e 7 giorni su 7».
Alla domanda sui tempi di reazione (ossia quanto passa tra una segnalazione e la decisione se rimuovere o meno), le bocche però rimangono cucite. «Il nostro obiettivo è cercare di essere ancora più veloci e trasparenti ma allo stesso tempo non monitoriamo nessuno a meno che non siano gli altri utenti a chiedercelo», assicurano a Dublino.
Difficile infatti per Facebook muoversi in questo territorio, soprattutto dopo il Datagate. Perché se da un lato gli utenti chiedono che le loro bacheche siano un posto sicuro e privo di contenuti inappropriati, dall’altro non vogliono nemmeno essere controllati o monitorati. La strada scelta dal colosso del tech è dunque di tentare di “educare” i suoi utenti. Da una parte viene incoraggiata la pratica delle segnalazioni sugli appositi spazi inseriti nei profili («basta farlo una volta»). Ma dall’altra tutti gli iscritti vengono invitati a fare attenzione. «Chi ha un profilo attraverso le impostazioni di privacy può sempre scegliere con chi condividere i suoi contenuti, oppure può bloccare un altro utente se questo posta video, foto o post che non leciti». Come dire, insomma, che se proprio vogliamo evitare di vedere qualcosa che urta la nostra sensibilità o di non mostrare un contenuto possiamo anche contribuire per primi a rendere le bacheche un posto migliore in cui stare. Alla faccia degli algoritmi.
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Era nell’aria già da qualche mese. Instagram si apre alla pubblicità sul fronte europeo e mediterraneo, strizzando l’occhio al pubblico più giovane e facendosi forte della sua “inspiration” in grado di tenerci incollati allo schermo dello smartphone alla ricerca di colori, idee e nuovi mondi. Così, dopo un periodo di “test” sui mercati top di Menlo Park, quali Gran Bretagna, Usa, Giappone, Germania, Francia, Canada, Brasile e Australia che hanno nel 2015 visto il lancio di oltre 400 campagne, gli utenti e le aziende di Italia, Spagna, Polonia, Turchia, Israele e i paesi di Medio Oriente e Nord Africa potranno usare il social network per promuovere i loro prodotti. Il lancio vede dunque Facebook estendere ulteriormente i confini della sua monetizzazione. Creativi, sì ma senza mai perdere la concretezza.

Forte dei suoi 300 milioni di utenti (non si conosce ancora il dato numerico sull’Italia), Instagram rappresenta dunque un’ottima opportunità per Zuckerberg che comprò l’applicazione nel 2012 per un miliardo di dollari. Diventato in poco tempo il regno della condivisione delle foto ed essendo strettamente legato all’uso via mobile (in Italia è la terza applicazione per quantità di tempo speso dopo Facebook e WhatsApp secondo Audiweb) oggi Instagram vede 70 milioni di foto caricate al giorno e 2.5 miliardi di like (interazioni) al giorno.

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Paypal, Facebook, Google, Apple. Anche l’economia digitale greca si ferma. Da lunedì, da quando le banche in Grecia sono state chiuse ed è stato imposto il Capital control, non è più possibile effettuare transazioni digitali e/o acquistare servizi in rete. Chi possiede un account collegato a un conto greco (o a una carta di credito riconducibile a un conto greco) non può più comprare nulla in rete. “Stiamo monitorando attentamente la situazione. A causa delle recenti decisioni delle autorità sul controllo dei capitali, i servizi di PayPal da conti bancari greci, così come le operazioni transnazionali non sono attualmente disponibili. Altri servizi PayPal, compresi i pagamenti di ricezione rimangono disponibili”, spiega Dirk Pinamonti, portavoce del colosso di Palo Alto.

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Stessa spiaggia, stesso mare. La Sicilia si conquista a pieno diritto il titolo di Davos del tech. Tra le vigne e il mare cristallino di Sciacca torna The Camp. Pare il nome di un incontro di boy scout. E invece è il vertice a porte chiuse dei grandi della Silicon Valley. Promotore dell’iniziativa, il gigante Google. Da The Camp l’agosto scorso passarono in gran segreto Elon Musk di Tesla, Arianna Huffington, Travis Kalanick di Uber ed Evan Spiegel di Snapchat. Tra un giro in bicicletta, una granita in compagnia di Jovanotti, e una riflessione sui destini dell’umanità , i potenti del mondo devono essersi  innamorati dei tramonti infuocati della zona. Così da Mountain View, dopo attente riflessioni e sopralluoghi iniziati quest’inverno, hanno deciso: niente Sardegna o Puglia. Cavallo che vince non si cambia. Il gotha torna a Sciacca.

Da Sergey Brin ad Apollo

Riconfermato anche il Verdura Golf e Spa (1500 euro a notte e quattro mila metri quadrati di spa). “Se si tenta di prenotare una stanza qui per l’ultima settimana di luglio è tutto esaurito”, spiega il blogger siciliano Tony Siino che da mesi osserva da vicino i preparativi. Nel frattempo in rete è già stato lanciato il sito dedicato agli ospiti, thecamp2015.com, protetto da una password. E se la lista degli eletti rimane blindata, facile supporre che, oltre agli anfitrioni, i fondatori di Google Sergey Brin e Larry Page, si facciano vedere pure Kayvon Beykpour,fondatore di Periscope e Bill Gates che l’anno scorso non riuscì ad aggregarsi alla compagnia. Su fronte italiano, d’altro canto, non si escludono re Giorgio (Armani) e Del Vecchio di Luxottica. Quasi certo anche che non mancheranno gli Elkann, già fautori del primo sbarco in terra siciliana dei giganti tecnologia. Quanto alle attività, tra una nuotata e un tiro in buca, si discetterà di tech. Ma anche di medicina, domotica e di realtà virtuale, come deciso dal potente Omid Kordestani, chief business officer di Google. Nel frattempo all’aeroporto di Punta Raisi fervono i preparativi per riservare piste e parcheggi ai jet privati. E al porto ci si fa in quattro per trovare uno spazietto a yacht e velieri (l’estate scorsa Diane von Furstenberg ormeggiò il suo tre alberi proprio davanti al Verdura Resort). Ma non solo. Per la serata finale Google ha deciso di non badare a spese e di affittare, per cena, il Tempio della Concordia della vicina Agrigento. Resta solo da capire chi farà le veci del dio Apollo.

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Grande fermento nella Silicon Valley. E il nuovo grido di battaglia è “contenuti, contenuti, contenuti”. I colossi come Google e Facebook hanno già stretto le loro alleanze con il mondo editoriale. Ma anche nelle seconde fila si guarda in questa direzione. Si inizia con Snapchat, la popolare chat per giovanissimi che, dopo aver inizio la ricerca di giornalisti per la creazione di articoli, ufficializza il suo obiettivo. Martedì l’amministratore delegato Evan Spiegel ha detto le paroline magiche: “We have to Ipo, stiamo per lanciare l’Ipo”. Chiave del futuro sbarco in borsa non sono solo i 19 miliardi di dollari di valore. Ma anche il ripensamento della strategia. Snapchat, nata nel 2011, infatti cerca di andare oltre la chat per creare spazi pubblicitari che facciano gola agli inserzionisti.

Ellen Pao, la Ceo di Reddit, diventata eroina delle femministe dopo aver fatto causa  contro  colossi tech della Silicon Valley per discriminazione di genere, lancia la sua ricetta per combattere il gap salariale tra uomini e donne. E lo fa, all’indomani di una sconfitta in tribunale che l’ha vista tuttavia trionfare davanti all’opinione pubblica. Pao, 45 anni, in un’intervista al Wall Street Journal ha spiegato come a Reddit durante i colloqui di selezione non si discuta del salario. Il motivo? “Generalmente gli uomini sanno negoziare in modo più determinato delle donne e queste vengono penalizzate. Quindi abbiamo abolito questa pratica nel nostro processo di reclutamento”.

La mossa ad una prima occhiata potrebbe essere una risposta al ceo di Microsoft Satya Nadella, finito al centro delle polemiche per aver suggerito con una battuta alle donne di “non chiedere l’aumento”. In realtà questa strategia potrebbe anche essere un’abile mossa di Pao per controllare meglio il livello salariale all’interno della sua azienda. Pao infatti spiega. “Noi facciamo ai candidati un’offerta che riteniamo giusta. Poi se uno vuole scambiare maggiore equità con una parte del suo stipendio lo può fare, ma noi non abbiamo intenzione di premiare che è più abile a negoziare”.

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La pagina di giornale comprata dalle donne della Silicon Valley per ringraziare Ellen Pao

Secondo Mashable le affermazioni di Pao trovano conferma in alcuni studi che confermano la maggior debolezza delle donne nelle trattative salariali ma c’è anche chi la critica facendo notare come sia necessario guardare alla situazione reale all’interno di Reddit per capire se realmente questa strategia giochi a favore delle donne o meno.

(Foto Reuters)

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Era stato annunciato da tempo. E per molti mesi Mark Zuckerberg ha contrattato per acquistare la zona vicina alla vecchia sede di Willow Road . Quaranta milioni di euro si dice abbia sborsato il Ceo di Facebook per espandere i confini del suo quartier generale che si trova a Menlo Park, vicino a San Francisco. E ieri è stato tagliato il nastro rosso degli oltre 80 mila metri quadrati  del nuovo campus griffato dall’archistar Frank Gehry, contattato tre anni fa per il progetto. E se la leggenda narra che Zuckerberg abbia lavorato a lungo per aggiudicarsi i  terreni della nuova Zee Town, «la parte vecchia e la nuova saranno collegate da un ponte», come raccontato a Corriere.it da due giovani pr del social network. 

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“Il nostro obiettivo era avere uno spazio perfetto per far lavorare i nostri ingegneri tutti insieme. Così abbiamo creato il più grande open space del mondo. Un’unica stanza che contiene migliaia di persone”, ha scritto Zuckerberg su Facebook che ho postato un’immagine scattata dal tetto, promettendo di pubblicare presto altre foto quando il trasloco sarà finito.

BERJAYAOltre all’open space MPK20 (questo il nome ufficiale del nuovo campus) è dotato di un tetto verde di 9 ettari popolato da 400 alberi. “E’ uno spazio senza pretese, come ha voluto Zuckerberg. Ma che è in linea con la cultura di trasparenza e di innovazione di Facebook”, ha sottolineato Frank Gehry.

Ovviamente per Zuckerberg si tratta, come annunciato in passato, di espandere ulteriormente il numero dei suoi dipendenti che alla fine dell’anno scorso hanno toccato quota 9 mila. Obiettivo, lavorare parecchio sulla realtà virtuale, su cui Facebook punta, come dimostrato anche dagli ultimi annunci fatti a F8, l’annuale conferenza dei programmatori. Ma anche di mostrare i muscoli, dato che molti altri colossi nella Silicon Valley stanno rinnovando le loro sedi. Prima su tutti Apple.

«Ho fatto i conti, se metto il mio monolocale in affitto su Airbnb per Expo ci guadagno 30 mila euro. E sai cosa ti dico? Per sei mesi mi trasferisco da mia madre». Marco ha 34 anni è un giornalista freelance e da qualche anno fa fatica a piazzare i suoi articoli. Così dopo che la nonna gli ha lasciato in eredità un appartamento in centro a Milano, Marco sta pensando di cambiare vita per un po’ guadagnandoci pure. Aperitivi, cene, gite fuori porta. In questo momento è facile incappare in conversazioni simili. Sono parecchi i milanesi che stanno pensando di sfruttare l’Esposizione Universale per guadagnare qualche soldo, alla faccia dell’economia e degli affari che non girano. E tra le tante opportunità che la sharing economy offre una è proprio l’affitto degli appartamenti, come dimostra pure una ricerca Doxa che parla di due lombardi su tre pronti a prestare qualcosa di proprio.

Per capire le ragioni di questo fenomeno bisogna spostarsi di molti chilometri dalla Madonnina. È il 2007 quando a San Francisco tre giovani di talento, Brian Chesky, Joe Gebbia e Nathan Blecharczyk, danno vita a una startup con l’idea di mettere in contatto attraverso la rete domanda e offerta per gli affitti brevi. In poco tempo il portale raggiunge il valore di 20 miliardi di dollari. E oggi conta più di un milione di alloggi sparsi in 190 paesi del mondo. Di questi, 8 mila sono a Milano, a fronte di 70 mila posti letto offerti dagli hotel.

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Come funziona

Ad attrarre è la formula di Airbnb che offre l’opportunità a chiunque, dopo essersi registrato sul sito, di mettere in affitto il proprio appartamento o di cercarne uno dove soggiornare. Il meccanismo si basa su transazioni digitali su cui Airbnb trattiene una commissione che oscilla tra il 6 e il 12 per cento sull’ospite e il 3 per cento sull’host. E fa da tramite tra locatario (l’host come lo chiamano alla startup) e l’affittuario (ospite) sia per il pagamento che per lo scambio di comunicazioni. Ovviamente il punto di forza di questo sistema sono i prezzi, che vengono stabiliti liberamente dagli utenti sulla base di domanda e offerta e che sono decisamente concorrenziali rispetto a quelli degli hotel. Se infatti l’ effetto Expo” aveva già fatto salire i canoni di affitto a Milano del 6,7 per cento, con un canone medio mensile pari a 894 euro, nei primi nove mesi del 2014, secondo le rilevazioni di Solo Affitti, osservatorio del franchising specializzato nelle locazioni, “la sharing economy facilita i processi di disintermediazione e c’è da star certi che Expo rappresenterà un’occasione per superare le nostre resistenze culturali”, spiega Giuliano Noci del Politecnico di Milano.

Tasse e concorrenza

Fin qui tutto bene, insomma. Ma, esattamente come successo per Uber, l’applicazione di taxi e conducenti in affitto, è sul discorso economico e concorrenziale che sono nati i primi problemi. A New York, una delle città più care al mondo, nel 2013 si ha la prima sentenza che riguardi Airbnb: un uomo che viene condannato a pagare 2400 dollari di multa perché la legge statale vieta il subaffitto per un periodo inferiore ai 29 giorni. E non sono mancati problemi in Michigan dove il subaffitto è vietato, così come in Nuova Zelanda dove il proprietario della casa deve firmare un permesso scritto prima di dare la disponibilità della propria abitazione. Dietro gli aspetti legali ci sono naturalmente quelli economici. Nella Grande Mela (ma anche Parigi e Londra) gli albergatori sono da tempo sul piede di guerra perché accusano Aribnb di concorrenza sleale. Airbnb insomma si va ad inserire molto spesso in una zona grigia, non coperta dalla legge e sfrutta il desiderio di molti di riprendere possesso in pieno della propria individualità e dei propri beni. E soprattutto di pagare meno tasse. Il sito del servizio spiega che chi ospita potrebbe “essere soggetto a imposte locali e nazionali nel tuo paese” e aggiunge: “ci aspettiamo che tutti gli host rispettino le proprie normative locali, i contratti, le autorità fiscali e qualsiasi altra legge applicabile al loro caso. Sei responsabile della gestione delle tue tasse e degli eventuali obblighi fiscali”. Facile quindi eludere in questo modo il pagamento delle imposte di soggiorno che nel nostro paese, ad esempio, esistono e variano spesso da regione a regione. “Abbiamo tutto l’interesse che i nostri utenti rispettino la legge”, spiega Matteo Stifanelli, country manager italiano di Airbnb. Di recente il Comune di Milano ha emanato una delibera che estende alla città la possibilità di fare contratti brevi. In Italia esiste infatti una legge che permette la locazione turistica (la 431/98) per un massimo di un mese e che si stipula tramite una semplice scrittura privata. Questa legge prevede che entro i 30 giorni vada applicata la cedolare secca sugli affitti e dunque sgrava il locatario da tasse aggiuntive.

Segno dunque che la volontà di andare incontro alla sharing economy da parte della città c’è tutta, “soprattutto considerato che ci sono zone come i Navigli molto ambite dai turisti ma che davvero offrono pochi hotel”, come fa notare ancora Stifanelli. Se si vanno a leggere le cronache si scopre che c’è dell’altro. Celebre infatti è il caso di un locatario newyorkese che si è trovato la casa devastata dopo che gli inquilini l’avevano usata come set per un’orgia. In casi sfortunati come questo, Airbnb risarcisce per un massimo di 700 mila euro (esclusi i danni da responsabilità civile) e la cifra aggiuntiva che un host può chiedere all’ospite di trattenere sulla sua carta di credito per coprire i danni va dai 100 ai 5 mila dollari. Il che non è niente male. Ma oltre non si va.

Le nuove professioni

Non esiste però solo il lato negativo della medaglia. I casi di distruzione non sono così frequenti e il meccanismo di fiducia e di controllo degli utenti stessi attraverso le recensioni pare funzionare. Non è un caso dunque che, sull’onda di questo successo, negli Stati Uniti sia già nato un portale per chi ha bisogno di una sistemazione quando affitta il suo appartamento. Nome scelto: “Can I stay with you while I rent my place on Airbnb?” (posso stare da te mentre affitto casa mia su Airbnb?). Insomma, per evitare di tornare dalla mamma ci si organizza tra amici e magari ci si accorda su come dividere gli incassi. Inoltre, al di là dei problemi legali e fiscali, Airbnb ha sicuramente il merito di aver creato nuovi “posti di lavoro”. Uno su tutti quella dell’host professionale. “Dopo aver affittato una volta il mio appartamento con Airbnb mi sono resa conto di quanto sia importante l’accoglienza per promuovere il turismo nel nostro Paese così mi sono data da fare con tutta una serie di iniziative”, racconta Sara M. A 37 anni, stanca di un lavoro che non la soddisfaceva, Sara ha deciso di cambiare vita e lavoro. Ora si preoccupa dietro pagamento di una “mancia” anche di affittare le case degli “amici”. “Faccio trovare un welcome kit per la prima colazione, do indicazioni turistiche utili per il soggiorno, e tutto ciò che è necessario per far sentire le persone a casa”. Poi i contatti con la donna delle pulizie e la consegna e il ritiro delle chiavi. Come lei anche Giovanni F. che in vista di Expo sta organizzando una pagina Facebook per offrire questo tipo di servizi a chi non ha voglia di stare dietro agli affitti brevi di casa propria. Studenti, casalinghe, disoccupati: Expo e Airbnb sono una buona occasione per rimettersi in piedi dopo anni difficili. “E non mi interessa della zona grigia della legge e delle tasse. Dovrò pur campare in qualche modo”, spiega ancora Giovanni che in media per i suoi servizi chiede un 20 per cento del totale della transazione.

(Foto Fotogramma)

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Dopo le polemiche e la gaffe, Uber prova a fare qualcosa per le donne. E lancia una partnership con le Nazioni Unite per creare un milioni di posti di lavoro al femminile entro il 2020.  Al momento l’app di taxi e conducenti a noleggio conta 160 mila guidatori negli Stati Uniti, di cui  il 14% sono donne. L’obiettivo è di incrementare il loro numero sfatando il mito e lo stereotipo che le donne non siano buone guidatrici. A testimonianza di questo sforzo da San Francisco hanno presentato la storia di  Esther Wanjiru Kirigwi (sopra nella foto), donna keniota che guida ogni giorno a Nairobi per mantenere la sua famiglia. “E per permettere alle donne di muoversi più tranquillamente tra le strade della città, senza dover tirare fuori il portafogli”, come racconta durante una conferenza stampa telefonica.

Soldati e donne

A Uber si cerca insomma di puntare sul tema sicurezza oltre che su quello del lavoro. Trattandosi infatti di un riuscito esperimento di sharing economy è evidente come la flessibilità di questa applicazione costituisca per le donne un vantaggio e un’occasione. Di recente inoltre Uber ha lanciato un’iniziativa chiamata Uber Military che coinvolge 50 mila veterani e compagne di soldati che dovrebbero diventare guidatori dell’app entro il 2016. E sono molti i casi di disoccupati  che grazie a questa applicazione hanno trovato un lavoro. Inoltre grazie ai finanziamenti ricevuti, la società è in forte crescita e si è rapidamente estesa in più di 200 città dal 2009, spesso sollevando enormi polemiche sugli aspetti normativi.Ma sul fronte della sicurezza femminile le cose sono sicuramente più complicate. Sono parecchie infatti le testimonianze, come riporta anche questo articolo del Guardian, di donne che hanno subito molestie e insulti dai guidatori del colosso  fondato da Travis Kalanick. In India c’è stato un episodio sfociato nell’arresto di un driver. E ci sono stati anche casi di risarcimenti considerati ridicoli dalle associazioni anti violenza, come racconta qui Martina Pennisi.  Inoltre l’atteggiamento dei vertici della startup nei confronti della stampa avversa, soprattutto se femminile, è stato fin qui decisamente poco ortodosso, a conferma, secondo gli osservatori, di un impronta decisamente maschilista della startup più discussa della Silicon Valley. Tutti segnali insomma che di fronte alla partnership con le Nazioni Unite potrebbero far pensare a una sapiente mossa di gender washing e di marketing. Se invece si preferisce non fare il processo alle intenzioni, potrebbe che Uber ha deciso di cambiare linea sulle donne. Il che non può che costituire una buona notizia.

(Foto Uber)