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BERJAYA

Questioni satiriche

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Questioni satiriche

di Daniele Luttazzi (Millennium, marzo 2026)

Il dibattito pubblico sulla satira, in Italia, è viziato da una perenne confusione: basta ridere per sentirsi autorizzati a metter becco, come se l’ignoranza fosse un argomento. Ne risultano giudizi sbagliati, risolti goffamente e impostati peggio. Condotto da un’intenzione pedagogica e da un prurito polemico, approfitto dunque di queste pagine per ribadire alcuni punti fermi. 

Cos’è la satira. Arte anarchica che origina dalla rabbia, la satira sbeffeggia liberamente tutto ciò che le sta sul cazzo. Fatta bene, dà fastidio ai padroni e viene censurata. Fatta male, sfotte le vittime, e allora interviene la riprovazione sociale; ma sempre meno: siamo o non siamo nell’anno CV dell’era fascista? Eja eja. Alalà.  

I temi della satira sono fondamentalmente quattro: politica, sesso, religione e morte. Politica: “Perché Fontana viene pagato così tanto per governare la Lombardia?” “Bè, perché un lavoro è molto più difficile quando non si sa come farlo.” Sesso: “Clinton ha detto che il sesso orale non è sesso. Ehi, se il sesso orale non è sesso c’è una nigeriana sui viali che mi deve un sacco di soldi!” Religione: “Il Papa guida la Chiesa cattolica.” “Eh, cosa non farebbe per i soldi, quello…” Morte: “Non ho mai avuto la fortuna di perdere un aereo che poi è precipitato”. Combinando i 4 temi, le possibilità satiriche diventano infinite. Alla prova generale della prima puntata di Fate il vostro gioco (1989), nella Rai Due craxiana, commentai con questa battuta un caso di pedofilia che aveva fatto scalpore: “Mio padre è uno stronzo. L’altro giorno l’ho sorpreso al telefono. Stava contrattando l’affitto di una bambina messicana, per i suoi piaceri particolari. E si esprimeva in questi termini: ‘Cosa posso farle a quell’animaletto? Posso farle la pipì nell’orecchio? Posso infilzarle gli spilloni nella carne viva? Posso iscriverla al Partito socialista?'”. Indovinate chi non poté più fare i propri monologhi nel programma. In Sesso con Luttazzi uno dei momenti topici è la parodia della Messa con l’elevazione del sangue mestruale. L’Antico Testamento celebra la vittoria della religione patriarcale di Abramo su quella matriarcale dei Cananei. Nella Messa si eleva il sangue del Figlio? Io elevo il sangue della Madre. Ridi della parodia blasfema, ma quando torni in chiesa senti che in te è cambiato qualcosa: mantenendo viva quella salutare oscillazione fra sacro e profano che è il dubbio, la satira ti aiuta a vedere la realtà in un modo nuovo. Ti fa capire, per esempio, che il plagio di massa operato dalla religione ha una funzione sociale di controllo; e diventa pericoloso quando la religione, forte del numero, fa coincidere il peccato col reato per condizionare l’attività dei governi. Nel frattempo l’Isis minaccia nuovi attacchi terroristici se non ci convertiamo tutti all’Islam. E io che pensavo che i Testimoni di Geova fossero dei rompipalle!

La differenza fra satira e comicità. La satira esprime un giudizio su temi sensibili, la comicità no: per questo tutti ridono con Stanlio e Ollio, ma non con Lenny Bruce. E’ la sua grande lezione: “La realtà è ciò che è, non ciò che dovrebbe essere”. Ideologie e religioni vertono su ciò che dovrebbe essere, la satira invece su ciò che è. Dal contrasto fra i due punti di vista nasce la risata satirica. I palinsesti tv, però, sono pieni di comicità, l’equivalente spettacolare del barattoletto attaccato alla coda del cane. Sono varietà così irrilevanti che preferirei vedere una strafiga che si scopa un alano. Nel caso vogliate realizzarne il deepfake, metteteci una musica di sottofondo. Senza musica è da perversi.

I limiti della satira. La satira informa, deforma e fa quel cazzo che le pare. Non ha limiti, a parte quelli di legge: non può ingiuriare, calunniare, diffamare, vilipendere o istigare a delinquere.

Giudicare la satira. La satira è un punto di vista. In quanto tale, è opinabile. Di Aristofane possiamo condividere la satira contro il demagogo Cleone (“guerrafondaio”) e rifiutare quella contro Socrate (“ciarlatano”): dipende dal nostro mondo di valori. Come orientarsi per esprimere un giudizio ponderato? Uno strumento utile è il gradiente satira > cinismo > fare il cazzaro > fare lo stronzo > sfottò fascistoide. Un comico può scivolare dalla satira (colpire il carnefice) fino allo sfottò fascistoide (colpire la vittima) attraverso uno dei tre momenti psicologici che li separano: cinismo (mostro insensibilità al dolore altrui), fare il cazzaro (banalizzo il dolore altrui), fare lo stronzo (scherzo sul dolore altrui). La satira è un giudizio innanzitutto su chi la fa. Nel 2016, l’autore di una famigerata vignetta pubblicata da Charlie Hebdo sghignazzò da cinico e/o cazzaro e/o stronzo (giudicate voi) sul terremoto che devastò L’Aquila e i paesi vicini, con centinaia di morti. Chi s’indignò per quella vignettaccia aveva tutte le ragioni; ma non c’era bisogno d’invocare la censura, come fecero alcuni: libero lui di fare la testa di cazzo, liberi noi di dargli della testa di cazzo. Qualcuno mi chiese: “E allora il tuo Andreotti che si eccitava vedendo il corpo di Moro crivellato di proiettili nella Renault? Perché quella era satira, mentre la vignetta di Charlie Hebdo no?” Quando siete nel dubbio, chiedetevi sempre: “Chi è il bersaglio?”. Nel mio racconto il bersaglio non era la vittima (Moro), ma i suoi carnefici (le Br e la Dc). Per contro, durante il sequestro Moro, Il Male pubblicò la foto di Moro nella “prigione del popolo”, aggiungendo la didascalia: “Scusate, abitualmente vesto Marzotto”. Sbeffeggiavano la vittima: era sfottò fascistoide. Secondo me, ovviamente. Secondo quelli del Male, no. E si torna al discorso del mondo di valori.  

La risata del pubblico non è un criterio. Il pretesto più ridicolo per giustificare la censura è che la tua satira non fa ridere. A parte che a smentirlo basta il video di un tuo spettacolo, dove fai ridere migliaia di persone per 2 ore e mezzo, non male per uno che non fa ridere; quel pretesto alimenta l’equivoco pericoloso che la risata sia un criterio per giudicare la bontà della satira. Non lo è. Primo, perché la risata è un riflesso scatenato dal meccanismo comico. Secondo, perché la risata può essere inibita. Ogni gag satirica contiene una piccola verità umana; a volte la verità fa male e non tutti sono disposti a riderne. Specie chi ne è bersaglio. Per contro, negli Usa ci sono comici reazionari che fanno sbudellare il pubblico reazionario: non per questo i loro punti di vista (sessisti, misogini, omofobi, xenofobi, fascistoidi, qualunquisti, &c.) sono condivisibili. I comici reazionari rispondono quindi invocando la “libertà di espressione”, come se ci fosse libertà di razzismo; definiscono cancel culture, etichetta denigratoria, le giuste critiche al discorso razzista; sfottono chi pensa, giustamente, che il linguaggio discriminatorio finisca per sdoganare comportamenti aberranti come quelli contro cui è sorto il movimento di protesta #BlackLivesMatter; accusano i bersagli del razzismo di “offendersi”, come se il problema fosse che quelli sono suscettibili, non che loro sono razzista; e si difendono sostenendo che “non è l’uso della parola il problema, ma l’intenzione della parola”, come se esistessero parole neutre, prive di connotazione (la storia di certe parole le ha connotate di significati discriminatori: puoi usarle in modo neutro solo fra amici; se apostrofi chi non conosci con parole discriminatorie, stai facendo il razzista, anche se non ne hai l’intenzione). Se poi la polemica monta, la buttano in caciara invitando a farsi una risata (altra colpevolizzazione del bersaglio razzista, che dovrebbe ridere di essere denigrato). Se la tua gag veicola un’idea razzista, hai fatto il razzista (consapevole o no); se ridi a una gag razzista, hai fatto il razzista (consapevole o no). A maggior ragione, più sei bravo come comico, e più amplia è la tua platea, più attenzione devi mettere in ciò che dici, poiché la risata che provochi con una gag razzista sdogana il razzismo. Perpetuare uno stereotipo d’odio non contrasta lo stereotipo, e incoraggia chi lo condivide. Ne è un esempio famigerato questa battuta di Dave Chappelle: “Come cazzo stanno facendo i trans a battere i neri alle Olimpiadi della discriminazione?” Il pregiudizio di Chappelle che essere Lgbtq+ sia roba da bianchi non è solo una sciocchezza: è razzismo al contrario. Lgbtq+ non è sinonimo di bianco.

Satira e sfottò. La satira critica un politico, lo sfottò lo rende simpatico. Oggi i politici sono felicissimi di essere sfottuti da Fiorello come lo erano ieri dal Bagaglino. Berlusconi pagava la mafia, si faceva leggi convenienti e frodava il fisco? Striscia la notizia, nel frattempo, perculava il suo fard con la gag del “Cavaliere mascarato”. Se fai sfottò lavori in tv senza problemi (Pucci ha avuto la solidarietà del presidente del Consiglio e del presidente del Senato: un altro editto bulgaro); se fai satira no.

Censura. In Italia non c’è mai stata così tanta satira come oggi: i social ne traboccano, sui giornali è un linguaggio diffuso; eppure sembra scomparsa. La ragione del paradosso è che la satira non è più ammessa in tv nella forma libera che le è propria. Chi fa tv deve firmare contratti che impongono un controllo preventivo sui materiali da tramettere. La satira libera, garantita dalla Costituzione, non ha più accesso; sono spariti i dirigenti tv che la promuovevano e la difendevano. Dovreste essere incazzati di non poter vedere in Rai video satirici come questo. Nelle democrazie la satira tv è libera. Il paragone con la Francia, l’Inghilterra, la Spagna e gli Stati Uniti è umiliante. Non abbiamo talk-show satirici come quelli di Jon Stewart, John Oliver, Stephen Colbert e Bill Maher (uno c’era e faceva un botto di ascolti: fu tolto di mezzo con l’editto bulgaro). Non abbiamo varietà satirici come The Mash Report, I Have Got News For You, The Day Today, That Was the Week That Was (che in Uk era in onda 60 anni fa), Quotidien, Le Petit Journal, Groland, El Intermedio. E figuriamoci se abbiamo serie satiriche come The Thick of It, Brass Eye, La Fièvre, Polònia e Vaya Semanita.  

L’impatto satirico. La censura tv toglie alla satira il suo impatto. Questa faccenda dell’impatto viene sempre dimenticata. Si ritiene che la censura non esista dato che sui social puoi far satira in libertà. A parte che anche i social praticano la censura, vedi lo shadow banning (posti satira contro il genocidio a Gaza e come per magia il tuo post viene visto molto meno); la satira web non ha impatto. Hai impatto quando puoi parlare a milioni di spettatorisimultaneamente. Prendete le gag di Corrado Guzzanti all’Ottavo nano: il giorno dopo ne parlava tutt’Italia. Questo è l’impatto, e può dartelo solo la tv, l’infrastruttura che sincronizza l’attenzione pubblica. 1) La tv impone una temporalità comune: stessa ora, stesso contenuto, stesso flusso. Questo produce co-presenza simbolica. Anche chi non guarda sa che “sta andando in onda quella cosa”. È la differenza tra evento e contenuto. Il web distribuisce, la tv accade. 2) La tv rende ciò che vi accade ineludibile. Quando una gag, un monologo o uno scandalo passano in tv, entrano nell’agenda condivisa: diventano qualcosa di cui bisogna avere un’opinione. 3) La tv crea uno spazio polemico comune: “Davvero Berlusconi pagava la mafia?” “Perché hanno chiuso Satyricon?”. Certo, i giornali possono amplificare una controversia web: accadde per esempio col deepfake Slava Ukraini di Luca Bottura; ma il suono di una bomba non è la bomba. Infatti gli eventi e le dirette web funzionano quando ricreano artificialmente la simultaneità tv, come nel caso delgossip tossico di Falsissimo.

Modi della censura. La satira vera, ricordava Dario Fo, si vede dalla reazione che suscita. Da noi, se riesci a farla in tv, vieni sottoposto a un protocollo disciplinare che prevede sei sanzioni progressive: denigrazione, censura, vessazione, lite temeraria, character assassination e damnatio memoriae. Colpiscono te per educarne cento: chi vuole lavorare in tv, in teatro, o fare cinema, oggi preferisce stare alla larga dalla satira per evitare grane. La satira comporta dei rischi. Un’estate stavo affogando a Fregene e nessuno mi ha soccorso: tutti pensavano che stessi facendo una satira dell’annegare.   

L’auto-censura. La satira sembra sparita, quindi, anche perché i comici che vanno in tv scelgono di auto-censurarsi. E’ avvilente che comici di 30-40 anni, gli stessi che nelle interviste esaltano la libertà di poter dire tutto, sul palco, per lavorare in tv accettino di firmare il contratto standard che dà all’emittente il controllo ultimo sul loro materiale. Questa calata di brache è una forma di prostituzione intellettuale, come lo è dichiararsi artefici di una fantomatica “satira disimpegnata”, l’ossimoro dei paraculi. Fa il paio col vassallaggio dei giornalisti che, quando scatta la censura, ne danno la colpa al comico, cioè alla vittima (in Italia, se subisci un sopruso, non te lo perdonano). Se accetti una censura alla satira, accetti una censura alle tue opinioni. Mantenendo il punto, invece, un satirico difende la libertà di tutti. E’ in gioco la democrazia, sempre che importi ancora a qualcuno. Lenny Bruce: “Se non puoi dire fanculo, non puoi dire: ‘Fanculo il governo’”. 

La satira è volgare. Quello della volgarità è il pretesto principe per tappare la bocca alla satira. Lo utilizzavano anche con Boccaccio e con Lenny Bruce: si è in buona compagnia. Lo scandalo della satira, in realtà, non è nei termini indecenti, ma nel fatto che la sua libertà espressiva corrode i pregiudizi. I pregiudizi rassicurano. La satira no. Mi stupisco sempre quando qualcuno trova offensiva la battuta su un argomento scabroso e non si incazza per l’evento in sé. Non ho mai visto un monologo satirico bombardare popolazioni civili per prendersi il loro petrolio o la loro terra. Per zittire la satira, i tromboni si ergono sempre a difensori del buon gusto. Ma la satira non ha niente a che fare col buon gusto: se non è eccessiva, diceva Mel Brooks, non fa ridere. Certo, a furia di esagerare, il rischio col tempo è di fare le fine del ginecologo che non si diverte più a drogare e stuprare le sue pazienti. Ma ho presente questo rischio e ci sto attento. 

La satira è faziosa. C’è pure chi giustifica la censura accusandoti di faziosità. Ma la satira è faziosa, dato che esprime un punto di vista. Aristofane attaccava il demagogo Cleone e il partito dei democratici che volevano la guerra; Cleone considerava Aristofane fazioso, dato che Aristofane lo metteva alla berlina; ma aveva ragione Aristofane. Scalarini con le sue vignette denunciava le malefatte di Mussolini; il fascismo lo fece massacrare di botte e lo mandò al confino; ma aveva ragione Scalarini. Chi dice che la satira non dev’essere faziosa è solo un censore del cazzo.

Satira e attività partitica. La satira è un’arte politica, ma non è propaganda partitica. La deriva di Grillo è istruttiva. Censurato dalle tv, in crisi nei teatri, creò un movimento carismatico i cui seguaci riempivano a pagamento i palazzetti dove si esibiva; alla fine chiamava grillini Cingolani e Draghi. Un autore satirico deve saper resistere alla tentazione del potere. Se additi il malcostume altrui con piglio da Savonarola, credendo di essere migliore dei tuoi bersagli; e ti fai leader, lasciando che l’establishment ti tratti come tale; hai già ceduto alla tentazione del potere. M’accorsi di questa lusinga quando l’Espresso mise la mia foto in copertina all’epoca di Satyricon col titolo “Vota Luttazzi!”. Non c’era di meglio, in giro: pensate come eravamo messi. Nel 2006 chiusi il blog poiché il Venerdì di Repubblica lo aveva indicato in copertina fra i più seguiti in Italia. Invitai Grillo a chiudere il suo: non lo fece, poi abbiamo visto perché. Ma la satira dev’essere contro ogni potere, anche contro il potere della satira. Al pubblico di Raiperunanotte, che al PalaDozza di Bologna mi stava osannando, dissi: “Attenti, è così che ha cominciato Hitler”.

Moralità della satira. Negli anni ’50 Lenny Bruce innovò radicalmente la satira dicendo: “Io faccio parte della corruzione che metto alla berlina. Sono corrotto come il cardinal Spellman, ma è lui che vuol fare il cardinale”. L’atteggiamento anti-moralista di Bruce fu una rivoluzione copernicana. Smonta, fra l’altro, il ricatto dei puristi che cercano di tapparti la bocca col sofisma del tu quoque: “Anche tu sei corrotto”. La moralità della satira non deriva dalla purezza dell’autore satirico.

Il deepfake di Bottura contro Barbero è satira? No, è propaganda grigia come quella del nazista Lord Haw-Haw (William Joyce), che col suo programma radiofonico, trasmesso in inglese dalla Germania di Hitler, divertiva i radioascoltatori britannici perculando Churchill e le gerarchie militari, col risultato di confonderli e demotivarli. Il deepfake di Bottura trollava il video realizzato da Barbero per la manifestazione del M5S contro il riarmo europeo; e dichiara solo alla fine, cioè troppo tardi, la sua natura manipolatoria. La volontà ingannevole è confermata dall’intro ambigua: “Un Barbero da sogno sulla guerra in Ucraina. Parole sante”, scrive Bottura (“da sogno” vuol dire “favoloso”, ma anche “fasullo”). Tutto questo in un Paese dove il 30% di adulti sono analfabeti di ritorno e anche molti laureati dispongono di una cultura che un tempo si diceva di terza media, dunque sono facili da gabbare. Un giudice avrebbe potuto stabilire se con quel deepfake Bottura aveva commesso dei reati, per esempio diffamazione (attribuire a Barbero affermazioni false), violazione della privacy (usare immagine e voce di Barbero senza autorizzazione), frode informatica (simulare l’identità di Barbero per ingannare) e propaganda illecita (veicolare messaggi politici falsi); ma Barbero non ha fatto causa a Bottura, limitandosi a ritorcergli contro l’argomento storico. Per impedire questo tipo di propaganda, che porta la disinformazione a nuovi livelli di fraudolenza, l’AI Act europeo obbligherà gli autori di deepfake a marcarli come tali.

Il popolo italiano e la satira. La satira critica da sempre il Potere, la sovraclasse che muove media, merci, consensi e capitali facendo valere le proprie decisioni su chi non è in grado di opporsi. Ma la satira può ben poco quando il popolo abdica alle proprie responsabilità civili e morali. Alla maggioranza degli italiani non importa più di tanto della libertà di satira, come non gli importava dei reati di Berlusconi: sia perché, come ricorda Prezzolini, l’italiano ha un tale culto per la furbizia che arriva persino all’ammirazione di chi lo infinocchia; sia perché quello italiano è un popolo immaturo che preferisce delegare le proprie responsabilità al capataz di turno per trattarlo poi da capro espiatorio quando le cose precipitano. D’altra parte, quando gli elettori si espressero sulla legge elettorale e sul finanziamento pubblico, i papaveri legiferarono fregandosene bellamente. Oggi il nuovo decreto Sicurezza criminalizza la protesta pacifica. La satira è un antidoto a tutto questo, e ai varietà sedativi che la tv italiana ammannisce ai cittadini per mandarli a letto contenti, come faceva Bernabei con le gemelle Kessler, che però imbraghettava per non turbarli. Nel contempo, Franca Rame e Dario Fo lasciavano la conduzione di Canzonissima per protesta dopo la censura a un loro sketch contro le morti bianche. Nella sigla, scritta da Chiosso, Fo e Carpi, le ballerine gorgheggiavano: “Su cantiam, su cantiam / evitiamo di pensar / per non polemizzar / mettiamoci a cantar. / Facciam cantare gli orfani / le vedove che piangono / e gli operai in sciopero / lasciamoli cantare. / Facciam cantare gli esuli / quelli che passano le frontiere / assieme agli emigranti / che fanno i minator”. Durante le polemiche su quel programma, il senatore Malagodi disse in Parlamento: “Si insulta l’onore del popolo siciliano sostenendo l’esistenza di un’organizzazione criminale chiamata mafia”. Ma avevano ragione Franca e Dario.

lo scandalo epstein

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Non c’è di che di Daniele Luttazzi (sabato 7 febbraio)

Lasciate perdere i tg nazionali e i talk show d’attualità (preferiscono parlare di Garlasco, questo il livello); dimenticate anche i varietà e i programmi sportivi. Attualmente nessun palinsesto della tv italiana è più interessante del sito web che sto per annunciarvi. Come sapete, il Dipartimento di Giustizia Usa (DoJ) ha divulgato tre milioni di pagine, 2000 video e 180 mila foto su Jeffrey Epstein, un oceano di info che è impossibile navigare col poco tempo a nostra disposizione. Ma qualcuno ha avuto la brillante idea di creare un sito web dove sta organizzando in modo tematico quella mole spaventosa di materiali. Eccolo: www.jmail.world.

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In pratica è un clone di Gmail in cui siete loggati come Jeffrey Epstein. Ci trovate le email rilasciate dal DoJ, catalogate anche per argomento (ricevute, stellate, inviate, allegati, richieste di consigli, presentazioni) e per nominativo (Elon Musk, Ehud Barak, Ghislaine Maxwell, Peter Thiel, Larry Summers, Steve Bannon, Michael Wolff, Bill Gates, Noam Chomsky, Tom Pritzker, Alan Dershowitz, Deepak Chopra, Ken Starr, Peter Attia, Jeremy Rubin, Marvin Minsky, Jean Luc Brunel e il Sultano Bin Sulayem). Potete usare il sito come Gmail. Se nel boxino search mail, in alto, scrivete sex, oplà: ecco le 1518 mail in cui si cita l’argomento. In calce trovate i classificatori per muovervi nel sito: Jmail, JPhotos, JDrive, JFlights e More. Pigiamo le icone da sx a dx. Dopo JMail, JPhotos. Compaiono 9236 foto (www.jmail.world/photos), anche queste catalogate per personaggio (Jeffrey Epstein, Ghislaine Maxwell, Bill Clinton, Steve Bannon, Kevin Spacey, Bill Gates, Mick Jagger, Donald Trump, Noam Chomsky, Richard Branson, Woody Allen, Alan Dershowitz). Incredibilmente, è pieno di foto senza pecette (t.ly/We0xy, t.ly/Jzfw2). C’è la foto di un arsenale e di un valigetta con soldi e mazzette di banconote (t.ly/h_qK2). E c’è una foto leggermente sfocata che spero non sia quello che sembra (una ragazza nuda sul pavimento di un bagno, coperta da un telo di plastica semitrasparente e sulle piastrelle gocce di sangue). Ci sono inoltre 593 video (kino.ai/media). In JDrive ci sono 822.244 files (www.jmail.world/drive). In JFlights, la cronologia dei voli aerei (www.jmail.world/flights), catalogati anche per nominativo. Esploriamo More. Ecco 384 foto delle abitazioni di Epstein (www.jmail.world/vr). Qui gli ordini Amazon di Epstein (www.jmail.world/jamazon). Qui i messaggi (www.jmail.world/messages), catalogati anche per nominativo (fra gli altri, Steve Bannon, Larry Summers, Celina Dubin, Miroslav Lajčák, Anthony Scaramucci, Eva Dubin, Soon-Yi Previn). Qui altre foto in una sorta di Facebook (www.jmail.world/jacebook), catalogate a sx per categorie (politici, celebrità, affari, scienza) e a dx per nominativo (fra gli altri, Ghislaine Maxwell, Bill Clinton, Jean-Luc Brunel, Steve Bannon, Kevin Spacey e Chris Tucker). Grazie a questo sito, insomma, diventa facile raccapezzarsi e capire tante cose senza intermediari. Non voglio rovinarvi le sorprese, ma in un messaggio, per dire, Bannon chiama l’Europa “Eurabia”. Epstein: “Più Yourlabia. Sono come le donne”. B: “L’aspetto peggiore delle donne”. E: “Bingo”. Sempre Bannon, dopo l’avanzata sovranista in Europa: “Qui possiamo dare le carte”. Curiosi gli scambi fra Epstein e la moglie di Woody Allen. Marzo 2017, E: “Non le ho più parlato da quando me l’hai detto.” Soon Yi: “Non importa. L’ho trovato divertente. Solo perché siamo sposati non significa che Woody sia in gabbia. Se pensa di poter fare di meglio, che faccia. Voglio che sia felice. Si vive una volta sola. Si illuderebbe, poi tornerebbe strisciando da me e gli farei vedere i sorci verdi. :-)” Giugno 2017, E: “Di’ a Woody che Suki ha una sorella più giovane”. Soon Yi: “E’ proprio da te pensare alla sorella più giovane. Almeno sei coerente”.

Non c’è di che di Daniele Luttazzi (martedì 10 febbraio)

E ora, per la serie “Chi va con lo zoppo è a metà dell’opera ovvero che ben comincia impara a zoppicare”, la posta della settimana

Caro Daniele, sto esplorando i files del caso Epstein usando il sito che hai segnalato sabato: www.jmail.world. Davvero interessante. Qual è il tuo punto di vista sulla vicenda? (Franco M.)

   Jeffrey Epstein era una figura di raccordo tra numerose figure dell’élite politica, finanziaria e intellettuale: una rete informale, ma influente. Va notato che la pubblicazione parziale dei documenti non ha prodotto alcuna vera assunzione di responsabilità: le conseguenze per i potenti coinvolti nei filesEpstein sono state puramente simboliche. In Gran Bretagna, il principe Andrea ha perso alcuni titoli e onorificenze, ma non affronterà processi penali. Peter Mandelson, che ricevette da Epstein 75 mila dollari, s’è dimesso dal Partito Laburista e dalla Camera dei Lord, il minimo sindacale (manterrà il titolo di Lord). Morgan McSweeney, capo di gabinetto del primo ministro Keir Starmer, s’è dimesso perché consigliò la nomina di Mandelson come ambasciatore britannico negli Usa nonostante i collegamenti con Epstein. In Francia, Jack Lang, ex ministro della Cultura, s’è dimesso dalla presidenza dell’Institut du Monde Arabe (sono emersi contatti personali con Epstein); Caroline Lang, sua figlia, s’è dimessa dalla guida di un sindacato di produttori cinematografici (legami finanziari e progetti imprenditoriali con Epstein). La Norvegia ha sospeso temporaneamente l’ambasciatrice Mona Juul (contatti con Epstein). In Slovacchia, Miroslav Lajčák, consigliere per la sicurezza nazionale del primo ministro Robert Fico e già presidente dell’Assemblea Generale dell’Onu, s’è dimesso (messaggi con Epstein). Negli Usa, i potenti amici di Epstein non hanno subito ripercussioni. Non è una sorpresa, nel Paese dove i poliziotti che hanno ucciso Alex Pretti a Minneapolis sono ancora in servizio. A riprova del potere delle élite, la condanna 2008 di Epstein fu ridicola, per reati contro decine di minorenni, poiché al giudice dissero che “Epstein apparteneva all’intelligence”. La protesta popolare, tuttavia, sta montando; e c’è grande attesa per le audizioni dei Clinton alla Camera (26 e 27 febbraio). Intanto, in Israele, Ehud Barak, ex primo ministro israeliano, fa il vago sui suoi rapporti con Epstein; e Netanyahu ha colto subito l’occasione per rimproverarglieli, ma è l’ultimo che può parlare: Epstein gli facilitò un incontro importante coi funzionari della JPMorgan. Bibi nega che Epstein “lavorasse per Israele”; ma Epstein non fece solo donazioni all’Idf e al Jewish National Fund (l’ente implicato nella colonizzazione illegale in Cisgiordania): utilizzò i suoi legami con principi, presidenti, leader mondiali e politici di ogni schieramento per promuovere gli obiettivi dello Stato di Israele negli Usa e nel mondo. Anche il profilo di Ghislaine Maxwell rafforza questo quadro. Suo padre, Robert Maxwell, ebreo cecoslovacco, agente segreto britannico nella Seconda guerra mondiale, poi magnate dei media Uk, era considerato una super-spia israeliana. Collaborò con Israele prima della sua creazione, inviando armi a gruppi come l’Haganah (la futura Idf), attivi nella Nakba, l’esodo forzato di centinaia di migliaia di palestinesi; vendette a diversi Paesi tecnologia israeliana con backdoorper il governo israeliano; aiutò il Mossad a catturare Mordechai Vanunu, il tecnico che aveva svelato il programma nucleare di Israele; e quando morì, in circostanze misteriose, sulla sua barca, ricevette un funerale di Stato a Gerusalemme. Le sorelle di Ghislaine lavorano per organizzazioni legate o finanziate dallo Stato israeliano. C’è inoltre un rapporto dell’Fbi che indica legami tra Epstein, Alan Dershowitz (l’avvocato di Epstein) e ambienti dell’intelligence israeliana. (1. Continua)

Non c’è di che di Daniele Luttazzi (mercoledì 11 febbraio)

Riassunto della puntata precedente: il caso Epstein non riguarda solo abusi sessuali. I files Epstein sono rilevanti perché suggeriscono l’esistenza di un’élite globale legata da segreti condivisi, crimini e ricatti. Epstein figura come intermediario di una cricca di potenti (trasversale a partiti, ideologie e confini nazionali) che manipola politica e finanza per garantirsi e mantenere privilegi; alcune email suggeriscono persino un coinvolgimento indiretto in eventi storici come la Brexit, a dimostrazione di quanto questa rete sia radicata e pervasiva. Inquietante la collaborazione fra Epstein e Peter Thiel: il miliardario, co-fondatore di Palantir e PayPal, membro del comitato direttivo del Gruppo Bilderberg e sposato con Matt Danzeisen (ex vicepresidente di BlackRock), è citato un centinaio di volte nei documenti desecretati. Palantir è una multinazionale legata alla Cia che, fra altre nefandezze, ha fornito a Israele la tecnologia AI per i bombardamenti mirati a Gaza. Tra il 2015 e il 2016 la Financial Trust Company di Epstein investì 40 milioni di dollari in due fondi della Valar Ventures di Thiel (t.ly/nijS0). Oggi quell’investimento vale 170 milioni: fanno parte dei 600 milioni di asse ereditario che, due giorni prima di suicidarsi, Epstein trasferì con un testamento in un trust riservato. Così facendo ha reso impossibili i risarcimenti alle sue vittime. Ciò significa, inoltre, che la fortuna di Epstein è sopravvissuta alla sua morte e continua a operare dentro strutture centrali del capitalismo tecnologico. Aperta parentesi: Valar ha sede nelle Isole Vergini americane, lo stesso territorio offshore dove Epstein possedeva Little St. James, l’isola che trasformò nella base operativa dei suoi traffici sessuali. Chiusa parentesi. Va ricordato che i documenti sono stati rilasciati in modo selettivo dal Dipartimento di Giustizia e dall’Fbi dell’era Trump, un dettaglio che complica ulteriormente la lettura politica del caso. Alcune figure ne escono rafforzate: Bernie Sanders, senatore Dem, mantiene una linea coerente di critica all’oligarchia; Norman Finkelstein, politologo anti-genocidio, rifiuta qualsiasi rapporto con Epstein e ne elenca le vittime, mostrando una netta, rara coerenza morale. Devastanti, invece, le rivelazioni su Noam Chomsky, un intellettuale che era il simbolo della critica al potere. Epstein, da grande manipolatore, riuscì a diventarne amico intimo, consulente finanziario e legale (su suo consiglio, Chomsky ruppe i rapporti coi figli). Chomsky gli faceva da mentore nella gestione della crisi reputazionale (commentava le sue repliche ai media; suggeriva il silenzio come strategia; esprimeva solidarietà per il trattamento mediatico riservatogli); volava sul suo aereo privato; alloggiava in appartamenti messi a disposizione da Epstein; forse partecipò a incontri con Epstein e Woody Allen (Epstein la definisce “una convention di pedofili”, ma questa chiamata di correo è capziosa: Chomsky e Allen non sono mai condannati per pedofilia come lui). Dai documenti, insomma, emerge un rapporto stretto, duraturo e consapevole con Epstein. L’altro ieri la moglie di Chomsky ha rilasciato una dichiarazione pubblica in cui, anche a nome del marito (oggi impossibilitato a parlare dopo l’ictus del 2023), si scusa per i rapporti avuti con Epstein, riconoscendo che entrambi hanno commesso un grave errore e sono stati superficiali nel non indagare meglio sul suo passato; ma l’idea che Chomsky fosse ignaro dei crimini di Epstein appare poco credibile. Il confronto con Norman Finkelstein è illuminante. Nel 2015 Finkelstein respinse in modo immediato e inequivocabile il contatto che Epstein cercava, citandone esplicitamente le vittime. Se per lui le informazioni disponibili erano sufficienti per prenderne le distanze, risulta difficile sostenere che Chomsky ne fosse all’oscuro. (2. Continua)

Non c’è di che di Daniele Luttazzi (giovedì 12 febbraio)

Riassunto delle puntate precedenti: il caso Epstein non riguarda solo abusi sessuali. I files Epstein sono rilevanti perché suggeriscono l’esistenza di un’élite globale legata da segreti condivisi, crimini e ricatti. Come riuscì Epstein a entrare in quell’élite? Frequentata l’università senza laurearsi, fu assunto come prof di matematica in una prestigiosa scuole privata di New York, la Dalton: qui conobbe famiglie influenti e facoltose; queste relazioni sociali gli aprirono le porte del mondo della finanza. Fu assunto alla Bear Stearns, una banca d’investimento: gestiva i patrimoni di milionari, cui faceva da consulente. La sua capacità di apparire competente gli guadagnò la fiducia dei clienti e in breve divenne un consulente indipendente. Con la ricchezza e l’influenza accumulate entrò nel CdA di organizzazioni filantropiche come la Rockefeller University. In un’intervista inedita (t.ly/uvoSC), Steve Bannon gli domanda: “Come ci è finito uno sconosciuto come te nel CdA della Rockefeller? Epstein: “Cercavano uno che s’intendesse di finanza. Andai subito d’accordo con David Rockefeller, una persona piena di umanità. Fu lui a spiegarmi la politica mondiale: politica, affari, leadership. Creò la Trilateral Commission perché, mi disse, i politici passano, mentre gli uomini d’affari restano, e sono questi a dare stabilità al mondo. Nella Trilateral ci sono politici e uomini d’affari provenienti da Usa, Europa e Asia. Mi chiese se volevo farne parte. Avevo poco più di 30 anni”. Nel foglio di presentazione, dove tutti i membri indicavano il proprio curriculum (“Bill Clinton, ex Presidente degli Stati Uniti”), lui scrisse: “Jeffrey Epstein, solo un bravo ragazzo”. Col tempo divenne l’intermediario di una cricca potente, trasversale a partiti, ideologie e confini nazionali. Gli scambi email con le élite di Silicon Valley sono razzisti e promuovono teorie eugenetiche; a un amico, Epstein chiede consigli sulle banche del seme. Spesso il linguaggio è sessista all’estremo. Epstein: “Ci sono due bistecche sull’isola. Le vuoi fresche?” Un giorno scrive a un certo Olivier della sua piscina piena di ragazze: “Alcune sono come gamberetti. Butti via la testa e tieni il corpo.” E’ incredibile che Epstein abbia potuto intrattenere relazioni sociali e professionali con figure pubbliche di primo piano nonostante i suoi crimini sessuali fossero noti. Chomsky e Allen non sono i soli. Nel dicembre 2010 la giornalista Katie Couric risponde a Epstein che la invita per un tè: “Mi piacerebbe molto, ma ho un weekend folle. Grazie mille per l’invito e grazie mille per la cena. Era una compagnia interessante, molto eclettica. La lasagna era spaziale. Buon weekend”. E’ un livello di normalizzazione che va oltre la semplice “zona grigia”. Oggi Kathy Ruemmler, una delle avvocatesse più influenti degli Usa, responsabile legale di Goldman Sachs, già consulente legale per Clinton e Obama, prende le distanze da Epstein; ma nel dicembre 2018 gli inviava questo testo per difenderlo dai critici: “Il nostro amico Jeffrey Epstein ha pagato il suo debito con la società. Su insistenza delle autorità federali, ha anche pagato milioni di dollari alle presunte vittime e ai loro avvocati. Per oltre dieci anni ha vissuto una vita buona e rispettosa della legge, inclusa la sua attività filantropica. Noi che lo abbiamo rappresentato nei procedimenti in Florida — per normali compensi professionali — lo consideriamo ora un amico fidato”. Gran parte di ciò che sappiamo su Epstein è emerso grazie alle memorie postume di una sua vittima, Virginia Giuffre, il cui suicidio è, come minimo, dubbio; e all’inchiesta di Julie Brown, giornalista del Miami Herald che scoprì 80 vittime di Epstein: la testimonianza di 8 di loro portò al suo ultimo arresto (luglio 2019). (3. Continua)

Non c’è di che di Daniele Luttazzi (venerdì 13 febbraio)

La vicenda Epstein non smette di ripugnare. L’altro ieri Ghislaine Maxwell avrebbe dovuto testimoniare davanti al Congresso sui crimini di Epstein, ma ha invocato il Quinto Emendamento, cioè il diritto a non auto-incriminarsi. Il suo avvocato ha proposto, invece, un ricatto: la Maxwell parlerà solo se Trump le concederà la grazia. Secondo l’avvocato, la Maxwell potrebbe dichiarare che Trump è “innocente”. In pratica ha offerto a Trump la possibilità di comprare il silenzio della Maxwell, ricatto che non avrebbe alcuna forza, se Trump fosse innocente. Nel 2022 la Maxwell è stata condannata a 20 anni di carcere in quanto complice di Epstein nell’abuso sessuale di ragazze minorenni. Poteva rimanere in carcere per sempre, ma Trump, tornato alla presidenza, ha messo a capo del Dipartimento di Giustizia (DoJ) i propri avvocati, Pam Bondi (procuratrice generale) e Todd Blanche (vice). Quindi Blanche ha licenziato senza spiegazioni Maureen Comey, il pubblico ministero che aveva ottenuto la condanna della Maxwell lavorando per anni al caso; nessuno conosce meglio di lei le prove contro la Maxwell ed Epstein. Poco dopo, la Maxwell ha assunto un nuovo avvocato, David Marcus, un amico personale di Todd Blanche. Blanche ha interrogato per due giorni la Maxwell in carcere, con Marcus presente (non è normale che il vice procuratore generale conduca un interrogatorio del genere),  dopo di che la Maxwell è stata trasferita in un carcere di sicurezza minima, in Texas, cosa che le regole del Dipartimento di Giustizia vietano per la sicurezza degli altri detenuti; il trasferimento può essere avvenuto solo per ordine di Blanche. Non bastasse, lo scorso anno Blanche ha rimosso dal suo incarico Liz Oyer, la responsabile dell’Ufficio Grazie, cioè la funzionaria che esamina e valuta le richieste di grazia e commutazione della pena da sottoporre al Presidente Usa. L’altro giorno, il colpo di scena: il ricatto della Maxwell a Trump. Trump comprerà quello che lei gli sta vendendo? La Oyer commenta: “Il ricatto della Maxwell mi fa schifo. Mi sento male per le vittime che devono rivivere questo incubo. Mi disgusta la depravazione e la corruzione del nostro sistema giudiziario. Ogni avvocato coinvolto in questa frode disgustosa dovrebbe essere radiato dall’albo”. Nel frattempo, alcune vittime affermano che Trump le ha violentate, ma Trump minimizza. Giornalista: “Cosa direbbe alle persone che non hanno avuto giustizia?” Trump: “State parlando di qualcosa che non interessa a nessuno.” “Cosa direbbe alle sopravvissute?” “Lei è la giornalista peggiore. Non mi stupisce che la Cnn non abbia ascolti. Non sorride mai.” “Le sto chiedendo delle sopravvissute.” “La Cnn dovrebbe vergognarsi di lei” (t.ly/SSshm). Su FoxNews, Blanche ha detto “Non era reato frequentare Epstein e fare festa con lui”, ma questo sofisma ignora i crimini orribili del clan Epstein: non erano semplici relazioni sociali. C’è addirittura chi, come l’alt-right Nick Fuentes, distingue fra l’interesse per le bambine e quello per le adolescenti, come se bastasse a giustificare l’ingiustificabile. E’ scandaloso inoltre che nei files siano coperti da pecette i nomi di chi inviava a Epstein, o riceveva da lui, email criminali (Epstein a Omissis: “Ricordi il nome del ginecologo da cui mandavi le tue vittime?”): il DoJ sta coprendo i suoi potenti complici. Nelle email si allude pure alla distruzione di corpi e alla sepoltura di cadaveri in campi da golf. Nessuno ha indagato su questo, o sui crimini commessi allo Zorro Ranch (inequivocabili, secondo la deputata Melanie Stansbury che ha avuto accesso a nuovi files: t.ly/5FMlA), come nessuno indagò sul fatto che in Florida, in una casa appena lasciata da Steve Bannon, la vasca da bagno era stata distrutta dall’acido. Pare sia ottimo per lo scrub. (4. Fine) 

Non c’è di che di Daniele Luttazzi (martedì 17 febbraio)

I complottisti stanno ruminando i 3 milioni di documenti diffusi dal Dipartimento di Giustizia Usa, rigurgitando il bolo delle ipotesi più spericolate perché nelle email sono oscurati non solo i nomi delle vittime, ma pure i nomi dei colpevoli. Quei criminali sono ancora a piede libero, nonostante le denunce delle sopravvissute. In una email del 2020 l’avvocato di una di esse denuncia alle autorità che nella mansion di Epstein a New York un genitore affidatario, “Mike”, stuprava con complici, fra cui Epstein, la bambina che gli era stata affidata. Una foto oscurata immortala uno stupro di gruppo su quella povera bambina in età prepuberale: l’avvocato descrive la scena, un rituale sadico e violento. Il testo è raccapricciante (t.ly/s4x3b). I complottisti non sono da biasimare anche perché continuano a emergere stranezze e incongruenze nel materiale diffuso dal DoJ. Per esempio, lo scorso luglio, volendo mettere a tacere le voci scettiche sul suicidio di Epstein (omicidio? finta morte con fuga?), il DoJ diede ai media un video di 11 ore ripreso da una telecamera di sorveglianza che inquadra un’area comune del Metropolitan Correctional Center di New York, la struttura dove era detenuto Epstein. Il filmato va dalle 19.30 del 9 agosto 2019 alle 6.30 del 10. “Chiunque fosse entrato nell’area in cui si trovava la cella di Epstein in quell’arco di tempo sarebbe stato ripreso dalla telecamera”, disse l’Fbi. Nel video si vede l’androne che porta alla cella, e alle 19.49 e 20″ Epstein accompagnato in cella dalle guardie (t.ly/SqMaD, a 9’20”); alle 6.30 del 10 luglio, il momento in cui Epstein viene trovato morto in cella, una guardia corre a telefonare. Fra i due momenti non si vede nessun altro, a parte la guardia in servizio. Ma non si vede neppure la scala che a destra sale alla cella, né la porta che, sempre a destra, porta altrove: una guardia corrotta avrebbe potuto far entrare e uscire chiunque da quella porta. Qui la mappa in 3D dell’area comune e delle celle: t.ly/FxLha (i pallini gialli nel secondo rendering indicano il percorso non visibile dalla telecamera). Allora un curiosone (io) si è chiesto: “Esistono video di sorveglianza di quella mattina fatidica? Dopo le 6.30, cos’è successo?” Purtroppo, nei 3 milioni di files rilasciati dal DoJ non c’è traccia dei video di sorveglianza del carcere di Epstein. O almeno così credevo. Invece ci sono eccome! Ma nascosti, insieme ad altri 3789 video mai visti, da link che terminano con .pdf. Per esempio questo: EFTA00033220.pdf. Se lo cercate sul sito ufficiale del DoJ e ci cliccate sopra, compare una schermata con scritto “No Images Produced”. Ma se mettete sul browser lo stesso link cambiando .pdf con .mp4: apriti Sesamo! Il video diventa visibile! Va dalle 14 alle 15 del 9 luglio 2019. A questo punto, per vedere il video successivo, ho riscritto il link con 221 invece di 220. Sorpresa! Questo video parte dalle 17 del giorno dopo! Ovvero, il DoJ non ha diffuso proprio la parte interessante: il filmato della rimozione del cadavere di Epstein. Per giunta, sul pianerottolo c’è un paravento messo apposta per impedire la vista della scena che cercavo. Ci sono i video di ogni giorno, tranne quelli. Epstein era stato tradotto in carcere un mese prima, il 6 luglio. Il DoJ indica che entrò in cella alle 19.49. Nel filmato di quel giorno, a quell’ora, c’è movimento, arriva anche una donna in camice bianco che poi va verso l’ingresso a destra, ma Epstein non si vede: tutto accade nella parte cieca che dicevo (t.ly/HguDJ). Delusi? Avete sempre i 3789 video mai visti. Cercandoli con la frase magica “No images produced”, arrivate qui: t.ly/Yr7P8. Basta metterli uno per uno nel browser cambiando .pdf con .mp4 e potrete vederli tutti e 3789. Ma attenti: è la tana del Bianconiglio!

Non c’è di che di Daniele Luttazzi (mercoledì 25 febbraio)

E ora, per la rubrica Stop the Scroll!, riassunti commentati per chi non ha tempo da perdere, ma vuole approfondire lo stesso. 

Il New York Times ha ignorato una parte essenziale della storia di Epstein: Israele (Philip Weiss, MondoWeiss) L’inchiesta del New York Times presenta Epstein come un abile truffatore, una sorta di Mr. Ripley capace di scalare i vertici del potere finanziario e politico grazie alla sua capacità di mentire e di manipolare, dalla Dalton alla Bear Stearns e oltre. L’articolo trascura però un elemento fondamentale: l’aiuto determinante che gli venne da persone influenti legate a Israele. Molti dei suoi contatti più stretti, tra cui Lynn Forester de Rothschild, Les Wexner, Alan Dershowitz, Leon Black, e Robert Maxwell, sono noti sionisti. Quando Ghislaine Maxwell si fidanzò con Epstein, Robert Maxwell (magnate Uk, nonché agente Mossad) chiese chi fosse ai suoi amici sionisti Greenberg e Cayne, dirigenti della Bear Stearns: gli spiegarono che lo avevano licenziato dopo un’indagine della Sec per violazioni delle leggi sul trading; e che aveva inventato le sue due lauree; ma garantirono per lui. Anche il sionista Les Wexner, Ceo di Victoria’s Secret, ebbe un ruolo decisivo nella fortuna di Epstein. Epstein (che in una email a Thiel scrive: “Come saprai, rappresento i Rothschild”) svolse numerosi incarichi per Israele, mediando accordi finanziari coi Paesi vicini, e trattava di affari e politica in Israele con l’ex primo ministro israeliano Ehud Barak. Epstein possedeva più passaporti, tra cui uno austriaco con falso nome e indirizzo in Arabia Saudita. Tutti sapevano che era un truffatore spregiudicato, ma tutti hanno chiuso un occhio perché Epstein era sostenuto da una potente lobby israeliana. COMMENTO: Ed ecco svelato il segreto di Victoria.

Traffici di Epstein (Michael Arria, MondoWeiss) Fra le email diffuse dal DoJ, un piano per recuperare con agenti MI6 e Mossad beni libici (80 miliardi di dollari) congelati dopo la caduta di Gheddafi. Tra i nomi più citati nei files Epstein, Ehud Barak mantenne legami stretti con Epstein anche dopo la sua condanna 2008 come pappone di minorenni. Nel 2016, per esempio, Barak chiese a Epstein un aiuto per far intervistare Trump da una tv israeliana contro l’intervista di Hillary Clinton alla tv concorrente. Epstein gli fece conoscere Palantir e Thiel. Anche la visita del primo ministro indiano Narendra Modi in Israele nel 2017 fu organizzata grazie a Epstein, che coinvolse Jared Kushner e Steve Bannon. COMMENTO: Epstein, Gheddafi, Barak, Trump, Modi, Kushner e Bannon: cos’è, un crossover Marvel?

La responsabile legale di Goldman Sachs, Kathryn Ruemmler, s’è dimessa per le email che rivelano la sua amicizia con Epstein (Rob Copeland, The New York Times) Per anni la Ruemmler, che era anche partner e vicepresidente del comitato per il rischio reputazionale della banca, ha sostenuto che il legame fosse esclusivamente professionale. I documenti pubblicati, 10mila email, smentiscono questa versione. Nelle email lei lo chiamava “tesoro” e “Zio Jeffrey”, firmava con “baci e abbracci” e in un messaggio scriveva: “Oggi sono completamente agghindata grazie a Zio Jeffrey!”, riferendosi ai regali ricevuti da lui. Sul piano legale, lo consigliava su come rispondere alle accuse di reati sessuali. In un’email del 2015 spiegava: “Credo che il punto sia che, se era minorenne, non poteva legalmente dare il consenso a prostituirsi”. In un altro scambio suggeriva una strategia per minare la credibilità di una delle sue accusatrici, ipotizzando di spingerla in una “trappola per falsa testimonianza”. COMMENTO: E’ difficile essere la responsabile del rischio di Goldman Sachs quando il rischio ti fa regali di Hermès.

Non c’è di che di Daniele Luttazzi (martedì 31 marzo)

Il caso Epstein e l’iceberg che nessuno vede. Dai 3,5 milioni di documenti sul finanziere pedofilo (il catalogo è questo: jmail.world) è emersa una rete di potere i cui protagonisti praticavano crimini sessuali su minori: delitti impuniti nonostante le denunce delle vittime e le inchieste giornalistiche. Per capire come sia potuto accadere occorre prendere una pillola rossa: l’inchiesta del 2019 con cui la giornalista Whitney Webb ricostruiva la rete potentona di cui Epstein era il galoppino. Quella rete condiziona da decenni la politica statunitense e israeliana tramite fondazioni, lobbismo, holding, contatti personali e ricatti sessuali: le sue attività illecite (politiche, militari e finanziarie) sono pressoché impermeabili alla giustizia tradizionale. Ne è una prova la pubblicazione degli Epstein file: per legge, il Dipartimento di Giustizia doveva pubblicarli tutti, ma non l’ha fatto, e la pubblicazione parziale è stata eseguita in modo incompetente (divulgazione dei dati personali delle vittime, come per intimidirle; occultamento di nomi di persone coinvolte nei reati, come per confermare la loro impunità). Il 14 aprile la procuratrice generale, Pam Bondi, dovrà presentarsi davanti a una commissione della Camera per risponderne. I Dem accusano l’amministrazione Trump di insabbiamento, chiedendo trasparenza e giustizia per le vittime. 

Le honey trap. Il 18 luglio 2019, tre settimane prima del misterioso suicidio in carcere del finanziere pedofilo, la Webb scrisse che Epstein gestiva un’operazione di ricatti sessuali (honey trap): microfoni e telecamere registravano nella sua villa di New York e nella sua isola privata ai Caraibi gli incontri compromettenti tra i suoi ospiti e le minorenni che sfruttava. Ma questa, spiegava la Webb, era solo la punta dell’iceberg. 

Le origini del sistema: Lansky, Rosenstiel e il Proibizionismo. La strategia delle honey trap era utilizzata negli anni del Proibizionismo dalla mafia ebraica di Meyer Lansky. Lansky era legato all’Fbi, alla Cia e all’intelligence militare (è a Lansky che la Cia si rivolse per il fallito attentato a Castro). Lansky ripuliva i suoi proventi illeciti con la International Credit Bank di Ginevra, il cui fondatore, Tibor Rosenbaum, era un agente del Mossad che finanziava l’acquisto di armamenti per Israele. Lansky collaborò con l’Oss, la futura Cia, nell’organizzare honey trap per politici, ufficiali dell’esercito, diplomatici e funzionari di polizia; arrivò a incastrare J. Edgar Hoover, il capo dell’Fbi (nelle foto, Hoover faceva sesso con Clyde Tolson, il vicedirettore dell’agenzia). Un soldato di Lansky, il trafficante di alcolici Lew Rosenstiel, fece fortuna collaborando con Lansky e con l’Fbi di Hoover. Rosenstiel, che Lansky chiamava il suo “comandante supremo”, organizzava festini gay per personaggi influenti, registrando gli incontri a scopo di ricatto.

Il ruolo di Roy Cohn. Il sistema delle honey trap fu perfezionato negli anni 70 dall’avvocato di Rosenstiel, Roy Cohn. Spregiudicato e corrotto, collaboratore di McCarthy e di Hoover, nonché avvocato di boss delle famiglie Gambino e Genovese, Cohn ricattava politici, militari, diplomatici e funzionari di polizia registrando la loro attività sessuale con ragazzini minorenni nelle feste private che organizzava a New York e a Washington. 

BERJAYA

Roy Cohn col suo pupillo, Donald Trump

Media e rete di influenza. Roy Cohn poteva contare sui favori di magnati dei media come Rupert Murdoch, di cui era avvocato; degli amici d’infanzia Si Newhouse Jr. (capo dell’impero mediatico che include Vanity Fair, Vogue, GQ, The New Yorker e numerosi giornali locali), Richard Berlin (proprietario della Hearst Corporation), Generoso Pope Jr., (proprietario del National Enquirer) e Mort Zuckerman, proprietario di The Atlantic, U.S. News & World Report e New York Daily News, lobbista sionista, e in seguito amico di Jeffrey Epstein. Della corte di Cohn facevano parte i giornalisti Barbara Walters (Abc), Abe Rosenthal (New York Times), William Safire (New York Times), George Sokolsky (New York Herald Tribune, Nbc, Abc; amico intimo di Cohn e di Hoover); e William Buckley (National Review).

Politica e operazioni della Cia. Cohn aiutò Reagan a vincere le due presidenze collaborando col futuro direttore della Cia William Casey; e aiutò la Cia di Casey nelle operazioni che portarono allo scandalo Iran-Contra (aiuti militari Usa ai Contras nicaraguensi, violando l’emendamento Boland). Cohn fu il mentore di Trump. Epstein entrò alla Bear Stearns grazie ad Alan Greenberg, un amico di Cohn. (1. Continua)

Non c’è di che di Daniele Luttazzi (mercoledì 1 aprile)

Il caso Epstein e l’iceberg che nessuno vede. Riassunto della puntata precedente: il finanziere pedofilo Jeffrey Epstein era il galoppino di una rete di potere i cui protagonisti praticavano crimini sessuali su minori: delitti impuniti nonostante le denunce delle vittime e le inchieste giornalistiche. Per capire come sia potuto accadere occorre prendere una pillola rossa: l’inchiesta pubblicata nel 2019 dalla giornalista Whitney Webb.

Altri ricattatori Cia. Roy Cohn non era il solo a organizzare honey trap per conto della Cia. Un altro era Robert Keith Gray, Ceo della Hill & Knowlton, una delle principali agenzie globali di consulenza in pubbliche relazioni e comunicazione strategica (così potente che a Washington era considerata una sorta di “governo ombra”). Gray, fra i maggiori finanziatori del Partito Repubblicano, faceva ricatti omosessuali collaborando con Cohn e con Edwin Wilson, un agente Cia che usava come teatro dei ricatti il George Town Club a Washington: ne era proprietario Tongsun Park, asset dei servizi segreti coreani; il presidente era Gray. Anche Craig Spence, ex corrispondente Abc, poi lobbista conservatore, era un ricattatore Cia. Organizzava party per l’élite politica, militare e mediatica di Washington: la sua casa era attrezzata con telecamere nascoste, microfoni e specchi a due vie per ricattare gli ospiti. Offriva cocaina e ragazzini ai partecipanti; Casey, Cohn e Safire erano ospiti abituali. Spence fu trovato morto al Ritz Carlton di Boston: la sua morte fu archiviata come suicidio.

Epstein e la rete di Cohn. Dopo il licenziamento dalla Dalton School, Epstein fu chiamato alla Bear Stearns da Alan Greenberg, un amico intimo di Cohn.

Les Wexner, la mafia ebraica e la nascita dello Stato di Israele. Lasciata la Bear Stearns a metà degli anni ’80, Epstein (forse grazie a Robert Maxwell, il magnate dei media, padre di Ghislaine: lo conobbe in quegli anni, e non più tardi, come invece viene sempre detto, e questa è una notizia notevole) entrò in contatto col Ceo di Victoria’s Secret Leslie Wexner, un miliardario legato ai Bronfman (albergatori, fecero fortuna col Proibizionismo in socia con Meyer Lansky: Sam, il capofamiglia, inviava illegalmente armi in Palestina ai paramilitari sionisti del gruppo terrorista Haganah, prima del 1948; anche gli assistenti di David Ben Gurion, futuro primo ministro di Israele, inviavano armi ai gruppi paramilitari Hagana e Irgun sfruttando i loro legami coi boss mafiosi ebrei Meyer Lansky, Bugsy Siegel e Mickey Cohen). Wexner, a sua volta, era legato ai boss mafiosi italiani che avevano Cohn come avvocato. 

Il Mega Group. Nel 1991 Les Wexner e Charles Bronfman crearono il Mega Group, un club elitario di 20 miliardari sionisti che includeva un altro amico di Meyer Lansky: il gestore di hedge fund Michael Steinhardt. Ne faceva parte anche Robert Maxwell. L’aspetto importante della vicenda Epstein sono i legami di Epstein col Mega Group. Il Mega Group è l’iceberg che nessuno vede. Diversi membri del Mega Group sono influenti donatori politici negli Usa e in Israele, in contatto con governi e servizi di intelligence (oltre che col crimine organizzato): due di loro, gli imprenditori Robert Maxwell e Marc Rich, erano collaboratori del Mossad. Fidanzato di Ghislaine Maxwell, che era sua complice nei crimini sessuali, Epstein finanziava progetti tecnologici dell’intelligence israeliana; e collaborò con Wexner per creare l’hub delle Big Tech a New Albany, Ohio. (2. Continua)

Non c’è di che di Daniele Luttazzi (giovedì 2 aprile)

Il caso Epstein e l’iceberg che nessuno vede. Riassunto delle puntate precedenti: il finanziere pedofilo Jeffrey Epstein era il galoppino di una rete di potere i cui protagonisti praticavano crimini sessuali su minori: delitti impuniti nonostante le denunce delle vittime e le inchieste giornalistiche. Per capire come sia potuto accadere occorre prendere una pillola rossa: l’inchiesta pubblicata nel 2019 dalla giornalista Whitney Webb.

Ronald Lauder e le connessioni politiche. Ronald Lauder, altro membro sionista del Mega Group, è l’erede del marchio Estée Lauder. Entrò al Pentagono come vice-segretario aggiunto alla Difesa (amministrazione Reagan); amico di Cohn, Trump e Netanyahu (era presidente del World Jewish Congress e finanziava il Likud), Lauder organizzò la cena dell’organizzazione sionista Usa B’nai B’rith in onore di Cohn: presidenti onorari di quel convito erano Murdoch, Trump e Alan Greenberg, tutti e tre connessi a Epstein. Morto Cohn, Lauder lasciò il Pentagono e diventò ambasciatore in Austria, dove cercò di manipolare le elezioni del 2012. Secondo la Webb fu lui a procurare a Epstein il passaporto austriaco che Epstein non era qualificato a ottenere. Lauder creò nell’Europa dell’Est il network tv Central European Media Enterprise (Cme) insieme con Mark Palmer, assistente di Kissinger e fondatore del National Endowment for Democracy (Ned), un proxy della Cia.

Lobbying e finanziamenti politici. I membri del Mega Group fanno lobbismo sionista negli Usa. Uno di loro, Max Fisher, fondò la Republican Jewish Coalition, i cui sponsor maggiori, Sheldon Adelson e Bernard Marcus, sono fra i finanziatori più importanti di Trump. Fisher era il mentore di Les Wexner e durante il Proibizionismo faceva affari coi Bronfman e con la mafia di Lansky, che importava liquori dal Canada. Fisher fu consulente di molti presidenti Usa e di Kissinger.

Wexner e la ricchezza di Epstein. Les Wexner, unico cliente dell’hedge fund di Epstein, è la fonte della ricchezza di Epstein, cui regalò la famigerata mansion di New York (valore: 56 milioni di dollari). Wexner è accusato di aver fatto sesso con minorenni sfruttate da Epstein in almeno 7 occasioni.

BERJAYA

Jeffrey Epstein con Leslie Wexner e la moglie, Abigail

Vicende giudiziarie e legami mafiosi. In un rapporto di polizia sull’omicidio dell’avvocato Arthur Shapiro, Wexner viene descritto come socio di boss mafiosi. Lo studio legale di Shapiro rappresentava una società di Wexner, The Limited, ed era sotto inchiesta per evasione fiscale e investimenti in paradisi fiscali: la sua morte gli impedì di essere interrogato dalle autorità nell’udienza preliminare. Per The Limited lavorava la ditta di trasporti di Francis Walsh, un socio del boss Anthony Salerno (famiglia Genovese), il cui legale era stato Roy Cohn. 

Intercettazioni e legami col Mossad. Una prova dei legami fra Mega Group e Mossad è in un’intercettazione telefonica riferita dal Washington Post in un articolo del maggio 1997: un funzionario del Mossad chiedeva all’ambasciatore israeliano Eliah Ben Elissar di recuperare la lettera data ad Arafat dal segretario di Stato Warren Christopher il giorno dopo gli accordi di Hebron fra Arafat e Netanyahu. Il funzionario riferiva quindi al suo superiore di Tel Aviv che l’ambasciatore aveva proposto di utilizzare Mega per ottenere il documento. Risposta di Tel Aviv: “Non è per queste cose che usiamo Mega”. All’epoca nessuno sapeva cosa fosse il misterioso “Mega”: l’anno dopo lo rivelò il Wall Street Journal.

Altri collegamenti Mega Group–Mossad. Meyer Lansky, il criminale che ripuliva i suoi proventi illeciti con la International Credit Bank di Ginevra (il fondatore, Tibor Rosenbaum, era un agente del Mossad), collaborò con Rafi Eitan, la superspia del Mossad, per trafugare un rivoluzionario dispositivo elettronico della Cia, “Promis”, che Israele voleva. Né va dimenticato che due membri Mega, Robert Maxwell e Marc Rich, erano agenti del Mossad. Con una honey trap, Maxwell permise la cattura in Inghilterra, da parte del Mossad, di Mordechai Vanunu, il whistleblower che aveva svelato i segreti atomici di Israele. Maxwell morì in circostanze misteriose sul suo yacht: la sua morte fu archiviata come suicidio. Israele gli tributò funerali di Stato. (3. Continua)

Non c’è di che di Daniele Luttazzi (venerdì 3 aprile)

Il caso Epstein e l’iceberg che nessuno vede. Riassunto delle puntate precedenti: il finanziere pedofilo Jeffrey Epstein era il galoppino di una rete di potere i cui protagonisti praticavano crimini sessuali su minori: delitti impuniti nonostante le denunce delle vittime e le inchieste giornalistiche. Per capire come sia potuto accadere occorre prendere una pillola rossa: l’inchiesta pubblicata nel 2019 dalla giornalista Whitney Webb.

Epstein e il Mossad. L’ipotesi che Epstein organizzasse i suoi ricatti sessuali per conto del Mossad non è dimostrata. In un memo dell’Fbi ne fa cenno un informatore; Israele ha smentito. Restano i legami di Epstein con Robert Maxwell, con Les Wexner (suo mentore) e con Ehud Barak, molto amico di Wexner (Barak disse che Epstein gli fu presentato da Shimon Peres). Barak era socio di Epstein nella società Carbyne, il cui vertice aziendale era composto da membri dell’intelligence israeliana, fra cui ex agenti della nota Unità 8200.

Carbyne e sorveglianza. La Carbyne produceva una app per le chiamate d’emergenza; i cinesi ne fanno una simile: serve anche per la sorveglianza di massa (conversazioni dell’utente e suoi spostamenti). In Carbyne non mancavano i trumpiani: fra gli investitori c’era Peter Thiel (Palantir); fra i consiglieri Michael Chertoff, ex Segretario della Homeland Security, e l’immobiliarista Eliot Tawill, un finanziatore di Trump.

Le dichiarazioni di Ben-Menashe. Nel 2019, dopo la morte di Epstein, la Webb riportò le dichiarazioni di Ari Ben-Menashe, un ex funzionario dell’intelligence militare israeliana implicato nello scandalo Iran-Contra, secondo cui Epstein e Ghislaine Maxwell lavoravano per i servizi segreti militari israeliani. A Ben-Menashe l’aveva detto Robert Maxwell, che gli presentò Epstein a metà degli anni ’80 (quindi 5 anni prima che Ghislaine arrivasse a New York e ci si fidanzasse). Secondo Ben-Menashe, Epstein organizzava honey trap con minorenni per conto dell’intelligence militare israeliana: non per il Mossad, dunque, ma per Aman, di cui era a capo Barak. Questi, oggi, si dice pentito della frequentazione con Epstein e sostiene di averlo conosciuto nel 2002: Ben-Manashe invece è certo che Barak conobbe Epstein molto prima.  

Il patteggiamento del 2008. Nel 2008 il procuratore federale Alexander Acosta accordò a Epstein un patteggiamento molto favorevole per le accuse di sfruttamento sessuale di una minorenne: Epstein evitò accuse federali che avrebbero potuto portarlo all’ergastolo e ricevette una pena di 18 mesi di carcere: ne scontò solo 13, potendo inoltre uscire dalla struttura per tutto il giorno, 6 giorni su 7. L’accordo includeva anche l’immunità per possibili complici. Le vittime non furono informate dell’accordo, violando il loro diritto a essere coinvolte nel processo. In seguito alle polemiche, Acosta dichiarò di aver preso quella decisione dopo essere stato invitato a non proseguire il caso perché Epstein “apparteneva all’intelligence”. L’ex agente Cia Phil Giraldi ricostruì la vicenda, concludendo che l’invito venne dall’avvocato di Epstein, Alan Dershowitz, e dal procuratore statale Barry Krischer, un professionista premiato dall’Anti-Defamation League, la potente organizzazione sionista fra i cui maggiori finanziatori troviamo diversi esponenti del Mega Group (Bronfman, Lauder, Steinhardt, Fisher).

Conclusione. L’attenzione mediatica su Epstein è riduttiva. Andrebbero indagati i livelli superiori della rete di cui era un intermediario per operazioni di finanza illecita, traffico d’armi e ricatto sessuale; e i flussi finanziari globali. Nella storia criminale di Epstein, oltre alle vittime in attesa di giustizia, rileva il Mega Group di Leslie Wexner, i cui membri sono in grado di condizionare, con donazioni e lobbismo, i governi statunitense e israeliano. Wexner è stato interrogato dai parlamentari Usa il 18 febbraio, ma a casa sua e in un’audizione a porte chiuse: perché questo trattamento privilegiato? Benché sia stato citato in giudizio per i crimini di Epstein già due volte, nel 2010 e nel 2019; e benché nel 2019 l’Fbi lo considerasse un complice di Epstein da interrogare con altre 8 persone “subito dopo l’arresto” del finanziere pedofilo; Wexner ha dichiarato ai deputati della Commissione di Vigilanza di non essere mai stato interrogato sui suoi legami con Epstein né dall’Fbi né dal Dipartimento di Giustizia. Incredibile. Nel 2019 i legali di Wexner dissero agli agenti dell’Fbi che “i Wexner non avevano legami con Epstein e non erano a conoscenza della sua condotta sessuale illecita”. (4. Fine)   

Non c’è di che di Daniele Luttazzi (giovedì 9 aprile)

I data center e le infrastrutture AI delle Big Tech (Amazon, Meta, Google e Microsoft) si trovano in Ohio grazie all’attività imprenditoriale promossa dall’uomo più ricco dello Stato, Leslie Wexner, Ceo di Victoria’s Secret, e dal suo ex gestore finanziario e factotum, Jeffrey Epstein. Le partnership da loro create con enti pubblici controllano le istituzioni locali; in alcuni casi, come a New Albany, sostituendole. In questo modo, scrivono i giornalisti di inchiesta Mark Goodwin e Whitney Webb, Wexner ha utilizzato miliardi di dollari pubblici per finanziare un enorme sistema di agevolazioni fiscali di cui beneficiano le aziende, mentre i cittadini dell’Ohio subiscono tagli a scuola e sanità, e aumento delle bollette elettriche: denaro pubblico viene convogliato, senza alcuna trasparenza, alle imprese che operano in Ohio. A New Albany le Big Tech insediarono i loro data center comprando terreni dalla New Albany Company (Nac) di Wexner, che ne era co-presidente con Epstein; a New Albany, Intel costruirà una delle più grandi fabbriche di semiconduttori al mondo su terreni della Nac, usufruendo di 2 miliardi di dollari in incentivi a agevolazioni fiscali dello Stato. Degno di nota il fatto che Wexner, poco prima di fondare la Nac, fu coinvolto col socio Jack Kessler nell’indagine sull’omicidio dell’avvocato Arthur Shapiro. Lo studio legale di Shapiro rappresentava una società di Wexner, The Limited, ed era sotto inchiesta per evasione fiscale: Shapiro fu ucciso prima di essere interrogato dalle autorità nell’udienza preliminare. Secondo il rapporto di polizia, Wexner era socio di boss mafiosi, ma l’indagine fu insabbiata dal capo della polizia locale, James Jackson (oggi quel rapporto, intitolato “Shapiro Homicide Investigation”, è pubblico: t.ly/2gYBr). “Epstein sostituì Shapiro”, spiegò David Sturtz, l’ispettore statale che indagava su frodi e corruzioni in Ohio. “Epstein fu cruciale per lo sviluppo di New Albany”, scrisse nel 2002 il giornalista locale Bob Fitrakis, aggiungendo che Wexner ottenne modifiche alle leggi urbanistiche finanziando il jazz club di un consigliere comunale, Jeremy Hammond. Nel rapporto Shapiro gli investigatori provano che il tenore di vita di Hammond era superiore a quanto potesse permettergli il suo stipendio; e ipotizzano tangenti. Nel 1988 Epstein diventò socio accomandatario nella società immobiliare di New Albany, New Albany Property (Nap), e investì alcuni milioni di dollari nel progetto. La Nap faceva parte della Wexner Investment Company ed Epstein ne diventò presidente. Nel ’90 e ’92 Epstein acquistò due case a New Albany tramite due trust, uno di Wexner e uno di Kessler: nel secondo domicilio lavorava Maria Farmer, che nel 1996 denunciò Epstein per aggressione, dichiarando che il team di sicurezza di Wexner le aveva impedito di lasciare la casa per quasi 12 ore. Il personale della società di consulenza finanziaria di Epstein, Financial Trust Co. (poi Southern Trust), lavorava a Manhattan, New Albany e Isole Vergini; questa società era una copertura per le attività illecite di Epstein. Prima di Amazon e Meta, a New Albany erano arrivati i data center di Compass, che nel 2019 cominciò a operare anche in Canada; e pure in Israele, in società con Amazon, dopo l’acquisto del 20% di Compass da parte del gruppo Azrieli, la più grande società immobiliare israeliana specializzata nello sviluppo e nella gestione di immobili commerciali. Il gruppo Azrieli ha come partner i Bronfman, la famiglia canadese legata a Wexner ed Epstein (albergatori, fecero fortuna col Proibizionismo in socia con Meyer Lansky: Sam, il capofamiglia, inviava illegalmente armi in Palestina ai paramilitari sionisti del gruppo terrorista Haganah, prima del 1948; Charles Bronfman ha fondato con Wexner il Mega Group, un’associazione elitaria di 20 miliardari sionisti di cui faceva parte Robert Maxwell). Mentre si dava da fare a New Albany, Epstein era il principale finanziatore della Edge Foundation, che organizzava l’influente Billionaire’s Dinner: a queste cene parteciparono fondatori di Big Tech che poi installarono i propri data center ad Albany, tra cui Jeff Bezos (Amazon), Sergey Brin e Larry Page (Google). Inoltre nel 2015 Epstein partecipò a una cena organizzata dal suo amico Peter Thiel (Palantir) alla quale era presente Mark Zuckerberg (Meta). Anche Meta ha i suoi data center a New Albany, il feudo di Wexner. (1. Continua) 

Non c’è di che di Daniele Luttazzi (venerdì 10 aprile)

Riassunto della puntata precedente: i data center e le infrastrutture AI delle Big Tech (Amazon, Meta, Google e Microsoft) si trovano in Ohio grazie all’attività imprenditoriale promossa dall’uomo più ricco dello Stato, Leslie Wexner, e dal suo ex gestore finanziario e factotum, Jeffrey Epstein. Le partnership da loro create con enti pubblici controllano le istituzioni locali; in alcuni casi, come a New Albany, sostituendole. 

Dopo aver trasformato la piccola New Albany in una partnership pubblico-privata sotto il suo controllo, Wexner ha esteso la sua attività a Columbus, capitale dello stato dell’Ohio, fondando la Columbus Partnership, una “organizzazione senza scopo di lucro” che di fatto dirige lo sviluppo economico della regione con la partnership pubblico-privata One Columbus (la finanziano J.P. Morgan, Honda, AT&T, Bank of America, Amazon e L Brands, la holding di Wexner). One Columbus, collaborando con le amministrazioni locali, può offrire alle aziende incentivi finanziati con denaro pubblico; le aziende si trasferiscono a New Albany acquistando terreni e immobili commerciali dalla New Albany Company di Wexner. La Columbus Partnership di Wexner è partner di JobsOhio, un’organizzazione privata che ha sostituito nel 2011 il Dipartimento per lo Sviluppo dell’Ohio. JobsOhio riceve fondi da una risorsa pubblica: la tassa statale sugli alcolici. JobsOhio pagò 1,4 miliardi di dollari il leasing sui diritti di quella tassa: ne incassò altrettanti in appena 4 anni. E il leasing scadrà nel 2053: che bazza! “Questi fondi, che altrimenti sarebbero andati al settore pubblico, sono stati teoricamente utilizzati per lo sviluppo economico. Tuttavia, JobsOhio non è stata in grado di fornire dati a supporto delle sue affermazioni sulla creazione di posti di lavoro”, scrivono Goodwin e Webb, autori dell’inchiesta. “Inoltre, essendo una società privata, JobsOhio non è obbligata a rendere pubblici i dettagli su come spende i fondi derivanti dalla tassa sugli alcolici”. JobsOhio, insomma, convoglia denaro pubblico, senza alcuna trasparenza, nelle mani delle aziende che operano in Ohio. Il gruppo ProgressOhio intentò una causa sostenendo che JobsOhio violava disposizioni statali (il governo non può favorire una singola società); ma la Corte Suprema dell’Ohio la respinse, affermando che i ricorrenti non avevano dimostrato un danno personale. Il giudice Bill O’Neill dissentì indignato: “Centinaia di milioni di dollari di fondi pubblici vengono convogliati in un buco nero per essere distribuiti senza controllo pubblico, e la  Corte Suprema dell’Ohio si rifiuta di esaminare il caso. Questa è un’abdicazione al nostro dovere di difensori della Costituzione”. JobsOhio fu creata con una legge firmata dal governatore dell’Ohio, John Kasich; per avviare JobsOhio, Kasich scelse l’investitore Mark Kvamme, ex di Sequoia Capital, che aveva donato 1,35 milioni di dollari alla sua campagna elettorale. Le campagne politiche di Kasich, e quelle del Partito Repubblicano dell’Ohio, sono state finanziate da Wexner (nel 2016 fu chiesto a Epstein di collaborare alla campagna elettorale di Kasich). Mentre JobsOhio incassa miliardi di ex fondi pubblici e Wexner influenza lo sviluppo economico come gli fa comodo, l’Ohio deve ridurre drasticamente i finanziamenti alle scuole pubbliche e ai programmi sanitari. Inoltre i data center fanno aumentare i costi dell’elettricità, e dunque le bollette; esauriscono le falde acquifere; provocano inquinamento atmosferico e acustico; e causano gravi problemi di salute. E nonostante JobsOhio sostenga che i data center creino posti di lavoro, questi sono per lo più temporanei: lavori edilizi che scompaiono una volta completati i data center, per far funzionare i quali serve poco personale. In cambio dell’assunzione di qualche decina di addetti, un’azienda riceve centinaia di migliaia di dollari in agevolazioni fiscali. Queste sono concesse dalla Ohio Tax Credit Authority, cioè dall’Ohio Development Services Agency, il cui direttore è nominato dal governatore dell’Ohio. A causa dell’indignazione pubblica contro i data center, di recente l’Ohio ha votato una legge contro gli aiuti statali alla Nac di Wexner; ma Mike DeWine, il nuovo governatore, anche lui finanziato da Wexner, ha posto un veto su una voce di bilancio per consentire la continuazione di tali sovvenzioni. Grazie ai politici che ha foraggiato (non solo repubblicani), Wexner ha potuto replicare il suo schema in tutto l’Ohio. (2. Fine)

Non c’è di che di Daniele Luttazzi (giovedì 16 aprile)

Il caso Shapiro. L’aspetto rilevante della vicenda Epstein, oltre alle vittime dei suoi crimini sessuali (ancora in attesa di giustizia), sono i suoi legami col Mega Group fondato da Leslie Wexner, il miliardario di cui era il galoppino. ll Mega Group è un club elitario di 20 miliardari sionisti – pappa e ciccia coi servizi di intelligence e col crimine organizzato – in grado di influenzare la politica statunitense e israeliana. In un rapporto di polizia sull’omicidio dell’avvocato Arthur Shapiro, avvenuto nel 1985 e tuttora irrisolto, Wexner viene descritto come socio di boss mafiosi e possibile mandante dell’assassinio (t.ly/2gYBr). Lo studio legale di Shapiro rappresentava una società di Wexner, The Limited, ed era sotto inchiesta per evasione fiscale e investimenti in paradisi fiscali: la sua morte impedì che fosse interrogato dalle autorità. “Epstein sostituì Shapiro”, spiegò David Sturtz, l’ispettore statale che indagava su frodi e corruzioni in Ohio. Come abbiamo visto, i data center delle Big Tech (Amazon, Meta, Google, Microsoft e Intel) si trovano in Ohio grazie all’attività imprenditoriale di Wexner ed Epstein, le cui partnership con enti pubblici controllano le istituzioni locali. L’omicidio Shapiro tornò alla ribalta nel 2019 dopo la morte di Epstein. Nel libro One Nation under Blackmail la giornalista d’inchiesta Whitney Webb approfondisce le circostanze di quell’omicidio, uno dei tanti decessi misteriosi che sembrano tutti riconducibili a un solo uomo: Leslie Wexner. 

L’omicidio. Arthur Shapiro, un avvocato di Columbus, Ohio, stava conversando nella sua auto con un uomo quando, poco dopo le 9:30, balzò fuori dalla vettura inseguito dall’altro, che prima lo ferì di striscio e poi lo freddò con due colpi di pistola alla testa mentre Shapiro stava bussando disperatamente al portone di un condominio. L’assassino fuggì con l’auto di Shapiro, che fu ritrovata il giorno dopo nel parcheggio di un centro commerciale: la scientifica non vi trovò alcuna impronta digitale. La polizia ipotizzò che il sicario fosse stato ingaggiato dal commercialista Berry Kessler. Nel 1971 e nel 1976 Kessler aveva aiutato Shapiro a presentare dichiarazioni fiscali fraudolente; il giorno dopo la sua morte, Shapiro avrebbe dovuto testimoniare, in qualità di co-cospiratore non incriminato, nel processo Kessler. Nel 1986 Kessler fu condannato. “Perché Shapiro non era stato incriminato con lui?” si chiede la Webb. “Aveva promesso di testimoniare su altre persone in cambio dell’immunità?” L’altra anomalia è che Kessler fu condannato solo alla libertà vigilata. Perché una pena così lieve, in un caso dove la testimonianza di Shapiro era stata il probabile movente del suo omicidio?

Altri misteri. Kessler divenne il principale sospettato dell’omicidio Shapiro nel 1993, quando fu accusato dell’omicidio del suo socio in affari, John Deroo. Un altro socio d’affari di Kessler, Frank Yassenoff, era stato ucciso nel 1970 insieme con la fidanzata, Ella Rich (le autorità sospettarono di Kessler, ma non lo incriminarono). Kessler gestiva l’eredità di Yassenoff, e Shapiro era l’avvocato dell’esecutore testamentario. Gli unici testimoni firmatari del testamento di Yassenoff erano stati Kessler e una donna di nome Marjorie Dyer. La Dyer morì in uno strano incidente automobilistico: nuovi sospetti su Kessler. Ma quando gli investigatori cercarono i fascicoli dell’omicidio Yassenoff durante l’indagine sull’omicidio Shapiro, non li trovarono: qualcuno li aveva fatti sparire. Secondo il Columbus Dispatch, Kessler, Shapiro e Yassenoff erano “collegati attraverso un intricato reticolo di affari”. Nel 1996 il capo della polizia di Columbus, James Jackson, fu indagato per corruzione e accusato di aver ordinato la distruzione del rapporto sull’omicidio Shapiro redatto da un’analista dell’Unità contro il crimine organizzato della polizia di Columbus. Nel 1998 Bob Fitrakis, avvocato e giornalista, ne ottenne una copia: gli fu inviata per errore in seguito a una richiesta di accesso agli atti. Ci trovò scritto: “Sebbene il movente dell’omicidio rimanga poco chiaro, il sospettato è un individuo che (a) conosceva Shapiro e aveva con lui contatti personali/professionali; (b) avrebbe tratto beneficio dalla sua morte o dal suo silenzio; (c) aveva stretti contatti con figure di Cosa Nostra o con loro associati fidati; e (d) disponeva delle risorse finanziarie personali per sostenere il costo dell’omicidio su commissione.” Il documento indicava Leslie Wexner e/o suoi associati come possibili mandanti dell’omicidio di Shapiro. (1.Continua)

Non c’è di che di Daniele Luttazzi (martedì 21 aprile)

Riassunto della puntata precedente: l’aspetto rilevante della vicenda Epstein, oltre alle vittime dei suoi crimini sessuali (ancora in attesa di giustizia), sono i suoi legami col Mega Group di Leslie Wexner, il miliardario di cui era il galoppino. In un rapporto di polizia sull’omicidio dell’avvocato Arthur Shapiro, avvenuto nel 1985 e tuttora irrisolto, Wexner viene descritto come socio di boss mafiosi e possibile mandante dell’assassinio (t.ly/2gYBr). Lo studio legale di Shapiro rappresentava una società di Wexner, The Limited, ed era sotto inchiesta per evasione fiscale e investimenti in paradisi fiscali: la sua morte impedì che fosse interrogato dalle autorità. Nel rapporto si legge che “Arthur Shapiro avrebbe potuto e dovuto rispondere a troppe domande durante la sua imminente comparizione davanti al Gran Giurì. Stanley Schwartz (avvocato nello stesso studio legale) potrebbe rispondere ad alcune delle stesse domande per le stesse ragioni, ma non deve affrontare un Gran Giurì, è egli stesso immerso nelle operazioni discutibili legate a Wexner e ora ha un forte incentivo a tacere”. In un capitolo del libro One Nation under Blackmail, la giornalista d’inchiesta Whitney Webb approfondisce le circostanze di quell’omicidio, uno dei tanti decessi misteriosi che sembrano tutti riconducibili a un solo uomo: Leslie Wexner. 

Wexner e la mafia. Il rapporto Shapiro si dilunga sui legami di Edward DeBartolo Sr. e Frank Walsh, sodali di Wexner, con la famiglia mafiosa Genovese–LaRocca di Pittsburgh. Un rapporto doganale Usa del 1981 sosteneva che l’impero immobiliare di DeBartolo Sr. fosse coinvolto in varie attività criminali (riciclaggio di denaro, narcotraffico, traffico d’armi e altro), attribuendo a DeBartolo Sr. il ruolo di successore di Meyer Lansky come “mente finanziaria” del crimine organizzato. Il rapporto doganale sottolineava la sua influenza politica e i suoi collegamenti coi boss Carlos Marcello e Santo Trafficante. Nel 1970 il Dipartimento di Giustizia elencava DeBartolo Sr. fra i principali imprenditori legati al crimine organizzato. In intercettazioni dell’Fbi un mafioso di Los Angeles descriveva DeBartolo Sr. come “molto amico” di Ronald Carabbia, boss mafioso di Youngstown. Quanto a Frank Walsh, aveva legami con la famiglia Genovese ed era proprietario della Walsh Trucking Company, la principale ditta di autotrasporti ingaggiata da The Limited, la società di Wexner. Nel 1984 Walsh, sotto indagine per mafia a New York, riceveva le comunicazioni ufficiali delle autorità allo stesso indirizzo della sede di The Limited; nel 1990 fu condannato a 4 anni per aver pagato mafiosi della famiglia Genovese e sindacalisti corrotti allo scopo di ottenere contratti favorevoli.

Proteggere Wexner. “Il commercialista Berry Kessler può aver avuto un ruolo nella morte di Arthur Shapiro” nota la Webb “ma è improbabile che disponesse dell’influenza politica necessaria per indurre la polizia a insabbiare diversi omicidi apparentemente collegati: quelli di Arthur Shapiro, Frank Yassenoff, Ella Rich e forse anche quello di Marjorie Dyer. Ed è improbabile che avesse le risorse finanziarie per un omicidio su commissione. Alla luce delle prove, Kessler sembra solo un intermediario”. Gli investigatori della polizia di Columbus redassero il rapporto Shapiro per illustrare il contesto complesso in cui si inseriva il delitto. La soppressione e il tentativo di distruzione di quel rapporto (James Jackson, capo della polizia di Columbus, indagato per corruzione e accusato di “smaltimento improprio di un documento pubblico” per averne ordinato la distruzione, quando il rapporto Shapiro fu ritrovato ammise: “Pensavo di essermene sbarazzato”) suggeriscono che alcuni esponenti delle forze dell’ordine dell’Ohio, dove Wexner è l’uomo più ricco e più influente, vollero proteggere il sistema di relazioni criminali ritenuto responsabile della morte di Shapiro. Il coinvolgimento di Wexner con la criminalità organizzata è emerso solo dopo il caso Shapiro, ma l’omicidio di Shapiro è il primo episodio documentato, e uno dei più rilevanti, di tale connessione. Oggi Wexner racconta di essere stato ingannato da Epstein, negando ogni complicità nei suoi crimini; che sia vero, e che Wexner non sia implicato anche in quelli suddetti, potrebbe stabilirlo solo l’Fbi. Che però non l’ha mai interrogato. Perché? (2. Fine)

STOP THE SCROLL! 

di Daniele Luttazzi (Millennium, aprile 2026)

Come i media Usa fallirono sul caso Epstein (Daniel Folkenflik, Npr) Per anni i media statunitensi ignorarono le accuse delle vittime di Epstein nonostante le denunce pubbliche. Epstein la faceva franca sfruttando avvocati aggressivi, relazioni con le élite politiche ed economiche, intimidazioni, e donazioni alla stampa. Anche il fattore di classe giocò un ruolo, poiché molte vittime provenivano da contesti svantaggiati. Le vittime subivano intimidazioni e facevano accordi riservati, temendo di esporsi. Testate come Vanity Fair, ABC News e New York Times dimostrarono sia la capacità di Epstein di eludere i controlli sia la riluttanza dei media a raccontare la storia. Nel 2002 due testimoni chiave, le sorelle Farmer, denunciarono a Vanity Fair abusi sessuali da parte di Epstein e Ghislaine Maxwell, ma le loro accuse furono escluse dall’articolo. Ciò rafforzò l’immagine di Epstein come intoccabile. Nel 2015 ABC News bloccò l’inchiesta di Amy Robach con l’intervista a Virginia Giuffrè. Il New York Times scrisse del caso Epstein in modo sporadico, senza indagare sulle accuse. Solo dopo il movimento #MeToo (2017) i media iniziarono a trattare il caso seriamente. COMMENTO: I media Usa ignorarono Epstein per anni perché un miliardario che stupra minorenni insieme con l’élite del potere politico e finanziario non è una notizia.

Epstein e il Dalai Lama (Alan MacLeod, MintPress News) Epstein cercò di stabilire un legame col Dalai Lama tramite Joichi Ito, all’epoca direttore del Mit Media Lab. Ito gli indicò Tenzin Priyadarshi, monaco tibetano e cappellano buddhista del Mit: Epstein donò 50.000 dollari al suo centro buddhista. Il giornalista Michael Wolff sostiene di aver visto il Dalai Lama nella residenza di Epstein a Manhattan, ma l’ufficio del Dalai Lama nega qualsiasi contatto diretto col finanziere pedofilo. La notizia potrebbe essere stata amplificata dallo Stato cinese, ostile al movimento tibetano. Per decenni il Dalai Lama ha ricevuto finanziamenti dalla Cia come parte della strategia statunitense di sostegno al movimento separatista tibetano contro la Cina comunista. Dopo la fallita rivolta tibetana del 1959, il Dalai Lama si rifugiò in India, e la Cia continuò a finanziare, addestrare e armare guerriglieri tibetani a Camp Hale, in Colorado, nel tentativo di destabilizzare il governo cinese. Nixon cambiò la politica Usa verso la Cina, ma la Cia continuò a sostenere il movimento tibetano tramite proxy come il National Endowment for Democracy (Ned). Con la morte di Epstein e la limitata divulgazione dei files, anche il mistero sui rapporti di Epstein col Dalai Lama probabilmente rimarrà irrisolto. COMMENTO: Qual è il suono di un pedofilo che applaude?

Epstein diede informazioni su Trump al New York Times: perché non furono pubblicate? (Noha Hurowitz, The Intercept) Nel 2025 una serie di email rivelò lo stretto rapporto tra Epstein e il giornalista del New York Times Landon Thomas. Dopo la condanna di Epstein per reati sessuali, Thomas scambiò decine di email con lui, trattandolo come una fonte affidabile e mantenendo un rapporto cordiale. Epstein gli rivelò di avere materiale compromettente su Trump (foto con giovani donne), ma nonostante la rilevanza pubblica il materiale non fu mai pubblicato. Il rapporto era reciproco: Thomas avvertiva Epstein di inchieste giornalistiche in corso su di lui. Cercò inoltre di aiutarlo a migliorare la sua reputazione dopo lo scandalo. Nel 2018, Thomas rivelò ai suoi editori di avere un rapporto personale con Epstein, inclusa la richiesta di una donazione (30.000 dollari). Il giornale lo licenziò per violazioni etiche. COMMENTO: Mi immagino le cartoline di auguri alle feste: “Nessuna inchiesta, Jeffrey! Felice Hanukkah!” “Eccoti i soldini di Hanukkah, Landon. Mazel Tov!”

La burattinaia (Harper’s) Deposizione di Ghislaine Maxwell, aprile 2016, condotta dagli avvocati di Virginia Giuffre. A: “E’ mai stata in una stanza a New York, nella casa di Jeffrey Epstein, dove c’era un pupazzo?” GM: “Che tipo di pupazzo?” A: “Qualsiasi tipo di pupazzo”. GM: “Sia più descrittiva. Non so cosa intende per pupazzo. Ci sono pupazzi di tutti i tipi”. A: “Qualsiasi tipo di pupazzo”. GM: “Se mi fornisce una descrizione del pupazzo, forse potrei dirle”. A: “Ha visto qualche pupazzo che corrisponda a qualsiasi descrizione?” GM: “Può riformulare la domanda, per favore?” A: “Sì. Ha visto qualche pupazzo che corrisponda a qualsiasi descrizione?” GM: “Non sono a conoscenza di piccoli pupazzi da mano. C’era un —non so davvero come descriverlo— una caricatura”. A: “Ha messo la mano di quella caricatura sul seno di [nome oscurato]?” GM: “Ricordo il pupazzo”. COMMENTO: GM: “Che tipo di pupazzo?” A (lo estrae dalla borsa): “Questo”.

Epstein il razzista (Ali Breland, The Atlantic) Gli Epstein files mostrano l’interesse del finanziere pedofilo per la pseudoscienza che attribuisce a cause genetiche presunte differenze di intelligenza e di comportamento tra gruppi umani. Epstein coltivava relazioni con accademici che promuovevano queste teorie, come James Watson, il Nobel che perse ogni reputazione accademica dopo le sue dichiarazioni razziste. Watson gli diede la mail di Charles Murray, un divulgatore di quelle idee razziste, ed Epstein cercò ripetutamente di contattarlo. Intrattenne anche scambi con Joscha Bach, che in alcune email avanzava ipotesi su differenze cognitive tra etnie e tra uomini e donne. Per Epstein queste idee avevano una funzione ideologica: giustificare disuguaglianze e rapporti di potere come “naturali” o inevitabili. COMMENTO: Epstein era talmente malvagio che il suo razzismo dilettantesco faceva quasi simpatia.  

Il caso Epstein è solo la punta dell’iceberg (Whitney Webb, Intel Mania) La narrazione del caso Epstein si limita al traffico sessuale, ma senza inchieste approfondite sul suo mentore Leslie Wexner, fondatore del Mega Group (una rete di 20 miliardari sionisti legati alla politica e all’intelligence statunitense e israeliana, nonché alla criminalità organizzata), gran parte del quadro rimane nascosto, e l’informazione superficiale. Andando indietro nel tempo e collegando i fili, diventa evidente che Epstein non era che il galoppino di una rete finanziaria e criminale che da decenni condiziona la politica statunitense e israeliana tramite fondazioni, lobbismo, holding, contatti personali e ricatti sessuali: questo meta-cartello e le sue attività illecite (politiche, militari e finanziarie) sono pressoché impermeabili alla giustizia tradizionale. COMMENTO: A che ti serve Glovo, quando hai Epstein? 

Perché nei media Usa (e di conserva nei nostri) il racconto su Gaza è sempre pro-Israele

BERJAYA

Non c’è di che di Daniele Luttazzi (mercoledì 20 novembre)

Lo scorso ottobre la Hind Rajab Foundation ha denunciato alla Corte penale internazionale (Cpi) 1.000 soldati israeliani per crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio a Gaza. Oltre 8.000 prove verificabili, tra cui video, registrazioni audio, relazioni forensi e documentazione sui social media dimostrano il coinvolgimento diretto dei soldati identificati in quelle atrocità. Le violazioni del diritto internazionale sono sotto gli occhi di tutti da più di un anno, eppure nei media statunitensi (e di conserva nei nostri) il racconto su Gaza è costantemente sbilanciato in favore di Israele. L’anomalia è bipartisan: giornali, settimanali e tv liberal (New York Times, Cnn, Nbc) non differiscono dalla reazionaria Fox News nel sostegno incondizionato ai crimini di guerra di Netanyahu. Il pesce puzza dalla testa: in un promemoria sfuggito alle maglie della censura interna, la dirigenza del New York Times ordina esplicitamente ai suoi giornalisti di non usare parole come “genocidio”, “massacro” e “pulizia etnica” quando scrivono delle azioni di Israele. Devono anche evitare parole come “campo profughi”, “territorio occupato” o persino “Palestina” (t.ly/anUkh). Alla Cnn le cose non vanno meglio: un promemoria ordina a tutti i giornalisti di presentare Hamas (e non Israele) come responsabile della violenza; di specificare sempre “controllato da Hamas” quando scrivono del Ministero della Salute di Gaza e delle cifre delle vittime civili; e di non riferire mai il punto di vista di Hamas. NYT e Cnn hanno licenziato giornalisti che criticavano le azioni israeliane: Jazmine Hughes fu costretta a dimettersi dal NYT dopo aver firmato un appello contro il genocidio in Palestina. E il conduttore della Cnn Marc Lamont Hill fu licenziato dopo aver chiesto la liberazione della Palestina in un discorso alle Nazioni Unite. Come mai, nei democratici Stati Uniti d’America, la libertà d’espressione viene conculcata, quando si tratta di Gaza? Per lo stesso motivo per cui gli Usa danno 5 miliardi di dollari ogni anno a Israele, spiega il giornalista d’inchiesta Alan MacLeod (MintPress, Guardian, Jacobin, Grayzone): “Israele svolge una funzione molto importante per l’impero statunitense: in pratica è un 51° Stato, un avamposto degli Stati Uniti in Medio Oriente. Serve a controllare l’area più importante al mondo dal punto di vista strategico ed economico. In Medio Oriente c’è il petrolio, cardine dell’economia moderna: chiunque controlli quel petrolio ha un potere enorme sulla società globale.” Una delle conseguenze, scoperta da MacLeod, è che negli Usa i media mainstream, ma anche i giornali locali e i social media, non trovano nulla di strano ad assumere come giornalisti, anche in ruoli apicali, ex spie ed ex lobbisti israeliani (t.ly/z7beI, t.ly/fo1DB). La sua accusa è pesante: questo network di propagandisti israeliani (sono centinaia) scrive le notizie dei media statunitensi sull’offensiva israeliana in Palestina, Libano, Yemen, Iran e Siria. Manipolano l’opinione pubblica: cancellano i crimini di Israele e creano consenso al coinvolgimento Usa nel genocidio in corso. Le ex spie arrivano dall’Unità 8200, la divisione militare israeliana che si occupa di spionaggio, sorveglianza, guerra informatica e operazioni coperte. All’Unità 8200 viene attribuita per esempio l’esplosione dei 3000 cercapersone in Libano (9 morti, fra cui una bambina, e migliaia di feriti fra i civili). Un atto definito terroristico dall’ex direttore Cia Leon Panetta; ma “un successo” secondo il giornalista Barak Ravid. Ad aprile Ravid ha ricevuto da Biden il White House Press Correspondents’ Award, uno dei premi giornalistici più prestigiosi negli Stati Uniti.Piccolo particolare: Ravid è stato un’analista dell’Unità 8200, e fino all’anno scorso era un riservista Idf. (1. Continua)

Non c’è di che di Daniele Luttazzi (giovedì 21 novembre)

Riassunto della puntata precedente: il giornalista Alan MacLeod ha scoperto che le notizie dei media statunitensi sull’offensiva israeliana in Palestina, Libano, Yemen, Iran e Siria sono in mano a un network di ex spie ed ex lobbisti israeliani che militano nelle redazioni Usa più influenti. Le ex spie arrivano dall’Unità 8200, la divisione militare israeliana che si occupa di spionaggio, sorveglianza, guerra informatica e operazioni coperte. Barak Ravid, che ad aprile ha ricevuto da Biden il White House Press Correspondents’ Award, uno dei premi giornalistici più prestigiosi negli Stati Uniti, è un ex analista dell’Unità 8200. I suoi articoli, pubblicati dal website Axios, raccontano sempre di fantomatici contrasti fra Biden e Netanyahu: “Ultimatum di Biden a Netanyahu: se Israele non cambia rotta a Gaza, ‘non saremo in grado di sostenervi'”; “Lo scontro Biden-Bibi si intensifica mentre gli Stati Uniti vengono accusati di indebolire il governo israeliano”; “Biden ha detto a Bibi che gli Stati Uniti non sosterranno un contrattacco israeliano all’Iran”. Gli Usa sono uno dei giocatori in campo (l’amministrazione Biden appoggia i crimini di Israele inviandogli decine di miliardi di dollari in armamenti e bloccando le risoluzioni Onu favorevoli alla Palestina), ma coi suoi articoli Ravid accredita il presidente Usa come onesto intermediario nella questione mediorientale. Ravid non nasconde l’entusiasmo per Netanyahu, arrivando a scrivere che gli attacchi israeliani contro Hezbollah “non hanno lo scopo di portare alla guerra, ma sono un tentativo di raggiungere la de-escalation attraverso l’escalation” (!). Propaganda smaccata, presa di mira dalla satira in rete (“Esclusiva Axios: dopo aver venduto a Netanyahu armamenti per miliardi di dollari, Biden mette su a tutto volume ‘Bad Blood’ di Taylor Swift”), ma c’è poco da ridere. Nel 2014, 43 riservisti dell’Unità 8200 firmarono una dichiarazione: non erano più disposti a prestare servizio nell’Unità a causa delle sue pratiche immorali, che includevano la mancata distinzione tra cittadini palestinesi e terroristi. Ravid li attaccò con un intervento alla radio dell’esercito israeliano: “Opporsi all’occupazione della Palestina significa opporsi a Israele stesso”. MacLeod definisce Ravid “uno stenografo del potere”. E ne elenca altri, tutti ex spie israeliane, domandandosi: “Quale sarebbe la reazione se personaggi di spicco dei media statunitensi venissero smascherati come agenti di Hezbollah, di Hamas o dell’FSB russo?” Sachar Peled era all’Unità 8200, e ha fatto pure l’analista per lo Shin Bet, i servizi segreti israeliani. Alla Cnn lavorava con Christiane Amanpour. Adesso è Senior Media Specialist a Google. Tal Endrich, altra ex Unità 8200,era al Jerusalem Bureau della Cnn, notoriamente pro Israele. Oggi è la portavoce ufficiale di Netanyahu. Tamar Michaelis, che oggi alla Cnn produce buona parte dei contenuti su Israele e Palestina, era la portavoce ufficiale dell’esercito israeliano. Ami Kaufman, fra gli autori di “Amanpour”, era nell’esercito israeliano e nella Cia. Anat Schwarz,ex agente dell’intelligence aeronautica israeliana, scrisse sul New York Times  “Scream Without Words”, il famigerato articolo sugli stupri di massa di Hamas che fece il giro del mondo: una balla talmente inconsistente che i giornalisti del Nyt ne presero le distanze. Numerosi anche i giornalisti Usa che, come l’editorialista del Nyt David Brooks, hanno o hanno avuto avuto figli nell’Idf: ma, quando scrivono su Israele, i loro giornali non ne sottolineano mai il conflitto di interessi. Jeffrey Goldberg,capo-redattore a The Atlantic, da volontario Idf aiutò a coprire gli abusi sui prigionieri palestinesi durante la prima Intifada. MacLeod: “Fino a che punto questi giornalisti possono essere imparziali sui fatti di Gaza?” (2. Continua)

Non c’è di che di Daniele Luttazzi (venerdì 22 novembre)

Riassunto delle puntate precedenti: il giornalista Alan MacLeod ha scoperto che le notizie dei media statunitensi sull’offensiva israeliana in Palestina, Libano, Yemen, Iran e Siria sono in mano a un network di ex spie ed ex lobbisti israeliani che militano nelle redazioni Usa più influenti. Manipolano l’opinione pubblica: cancellano i crimini di Israele e creano consenso al coinvolgimento Usa nel genocidio in corso. MacLeod: “Poiché Israele non potrebbe continuare le sue guerre senza l’aiuto americano, la battaglia propagandistica è importante quanto le azioni sul campo. Molti dei principali giornalisti che ci forniscono notizie su Israele/Palestina sono letteralmente ex agenti dell’intelligence israeliana.” Le ex spie arrivano dall’Unità 8200, la divisione militare israeliana che si occupa di spionaggio, sorveglianza, guerra informatica e operazioni coperte. Vale anche per il web: sono centinaia quelle assunte da Meta, Google, Microsoft, Amazon e TikTok. Ne è un esempio Emi Palmor, ex Unità 8200: oggi è nel Consiglio di vigilanza di Meta, il comitato che decide quali contenuti consentire e quali sopprimere sui social di Zuckerberg (Meta è accusata da Human Rights Watch di cancellare sistematicamente le voci palestinesi sulle sue piattaforme: oltre 1.000 casi di palese censura anti-palestinese solo nell’ottobre e nel novembre 2023). Un altro esempio di ex Unità 8200 a Meta è Asaf Hochman, già capo delle strategie commerciali globali di TikTok. Oltre alle ex spie, i media Usa sono una sentina di ex lobbisti israeliani. Cominciamo dalla Nbc. Ci troviamo Kayla Steinberg,che scriveva di essere “orgogliosamente pro Israele” quando lavorava all’Aipac (American Israel Public Affairs Committee), la lobby israeliana più potente negli Stati Uniti. Aipac nell’ultimo ciclo elettorale ha distribuito 100 milioni di dollari a 362 candidati sionisti: tutti eletti. E ha speso 30 milioni di dollari per battere alle primarie Jamal Bowman e Cory Bush, critici di Israele. La reporter Nbc Gili Malinsky era un’ufficiale Idf al dipartimento Relazioni pubbliche. Si occupò anche del marketing della Fidf (Friends of the Israeli Defense Forces), un gruppo statunitense che raccoglie fondi per l’Idf. Noga Even diventò manager alla Nbc dopo aver lavorato all’ambasciata israeliana negli Stati Uniti. Benji Stawsky viene dal Tamid,un gruppo che mette in contatto studenti universitari con aziende israeliane; dalla Cnn approdò alla Nbc. Il vicepresidente di NbcUniversal, Danny Bittner, era direttore regionale della Bbyo (B’nai B’rith Youth Organization), il cui motto è: “Dalla parte di Israele e del suo diritto a difendersi”. Brandon Glantz, dirigente di NbcUniversal, lavorava per la Hillel International, la più grande organizzazione universitaria ebraica. Altre lobbiste pro Israele alla Nbc: Yelena Kutikova (lavorò 3 anni alla Uja-Ny, un gruppo che raccoglie fondi per costruire insediamenti ebraici illegali in Palestina; documenti interni Uja consigliavano di diffondere la falsa notizia degli stupri di Hamas per contrastare le critiche ai massacri israeliani a Gaza); Samantha Subin:giornalista finanziaria, collaborò con il Washington Institute for Near East Policy (Winep, una costola dell’Aipac), poi col Tamid; Alana Heller (Aipac); Sara Bernstein (Hillel); Sarah Poss: era alla Anti-Defamation League (Adl), un’organizzazione che si spaccia per antirazzista, ma usa l’accusa di antisemitismo per proteggere Israele dalle critiche (per esempio etichetta come antisemite le marce pro-Palestina). Moshe Arenstein, dirigente MsNbc, era un ufficiale dell’intelligence Idf. Sorpresa sorpresa: dopo il 7 ottobre, MsNbc sospese senza spiegazioni gli unici 3 conduttori musulmani, Ayman Mohieddine, Ali Velshi e Mehdi Hasan. (3. Continua)

Non c’è di che di Daniele Luttazzi (sabato 23 novembre)

Riassunto delle puntate precedenti: il giornalista Alan MacLeod ha scoperto che le notizie dei media statunitensi sull’offensiva israeliana in Palestina, Libano, Yemen, Iran e Siria sono in mano a un network di ex spie ed ex lobbisti israeliani che militano nelle redazioni Usa più influenti (ne ha scovati dozzine anche nelle redazioni dei giornali locali). Manipolano l’opinione pubblica: cancellano i crimini di Israele e creano consenso al coinvolgimento Usa nel genocidio in corso. L’anomalia è bipartisan: giornali, settimanali e tv liberal (New York Times, Cnn, Nbc) non differiscono dalla reazionaria Fox News nel sostegno incondizionato ai crimini di guerra di Netanyahu. Fra gli ex lobbisti israeliani di Fox News c’è Rachel Wolf. Era nel Committee for Accuracy in Middle East Reporting (Camera), un gruppo di attivisti sionisti. Ha lavorato all’ambasciata israeliana a Washington, e ha fatto la speechwriter per la Missione permanente di Israele all’Onu, dove era assistente di Netanyahu. Si è poi trasferita in Israele: era la portavoce dell’esercito (comunicati stampa, campagne sui social). Oggi è la homepage e social media editor di Fox News. Olivia Johnson era direttrice del Jewish Institute for National Security Affairs (Jinsa). Un recente rapporto del Jinsa chiede agli Usa di sostenere Israele in una guerra contro l’Iran. Dopo il Jinsa, la Johnson ha lavorato a Cbs News e ora è a Fox News. Sarah Schornstein (Aipac, Hillel, Jinsa, Camera). “Per Camera monitoravo qualsiasi attività antisemita/antisionista nel mio campus”, ha scritto. MacLeod: “Dunque per lei antisemita e antisionista sono la stessa cosa.” Nel 2021 era alla Missione permanente di Israele presso le Nazioni Unite, dove controllava che le Ong invitate non “avessero un impatto dannoso sugli interessi israeliani”. Nicole Cooper: ex Aipac, è l’assistente del presidente di Fox News. Molti anche gli ex lobbisti israeliani alla Cnn, un tempo uno dei network giornalistici più prestigiosi. Per esempio Jenny Friedlander. Era all’American Jewish Committee (Ajc), un’organizzazione che combatte il movimento “Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni” (una campagna globale contro l’occupazione israeliana). Di recente, l’Ajc ha pubblicato l’articolo “Cinque motivi per cui gli eventi a Gaza non sono un genocidio”. Hannah Rabinowitz viene invece dall’Anti Defamation League. MacLeod: “I palestinesi si sono accorti che i servizi della Cnn su Gaza erano parziali e fuorvianti: l’anno scorso una diretta della Cnn da Ramallah è stata interrotta da dimostranti infuriati che urlavano ‘Fanculo la Cnn! Sostenete il genocidio! Qui non siete i benvenuti!'” L’articolo di MacLeod si conclude con una rassegna di alcuni ex lobbisti in forza al New York Times. Dalit Shalom era alla Jewish Agency for Israel, che fa parte della World Zionist Organization. Sofia Poznansky lavora a stretto contatto con gruppi di pressione come StandWithUs, Adl e Hillel. Rania Raskin lavorava per il Tivkah Fund, un’organizzazione che promuove il sionismo tra i giovani ebrei americani. Raskin è l’assistente dell’editorialista Bret Stephens, che per il Nyt ha scritto articoli intitolati “L’accusa di genocidio contro Israele è un’oscenità morale”, “Hezbollah è un problema di tutti”, “Abolire l’Agenzia Onu per i rifugiati palestinesi” e “Hamas è colpevole di ogni morte in questa guerra”. Altri ex lobbisti sionisti in media importanti: Beatrice Peterson, ex Aipac, e Oren Oppenheim, ex Hillel, lavorano a Abc News; Erica Scott, ex Adl, e Betsy Shuller, ex Hillel, a Cbs News. Al Washington Post c’è Lisa Jacobsen: era direttrice dell’American Israeli Cooperative Enterprise, un gruppo che sponsorizza politiche Usa pro-Israele. Con la condanna di Netanyahu, i propagandisti sionisti diventano correi. Anche quelli italiani. I nomi li sapete. (4. Fine)  

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Non c’è di che di Daniele Luttazzi (martedì 19 novembre)

Chi non fa, non falla, dice il proverbio. Anche nei giornaloni sono frequenti gli errori, specie se fanno propaganda Usa/Nato/Israele. Comunque basta correggersi, e amici come prima.

CORREZIONE. Venerdì scorso abbiamo scritto che Netanyahu fu avvisato dell’attacco terroristico di Hamas alle 6.29, mentre in Israele suonavano gli allarmi per i primi razzi Qassam sparati dalla Striscia. E che alle 6.40 fu richiamato perché lo Shin Bet aveva notato una quantità insolita di sim attivate al confine, come se un gruppo numeroso di gazawi stesse per spostarsi in Israele (le sim di Gaza non funzionano in Israele). Abbiamo anche ricordato che Netanyahu negava di aver ricevuto alert di sicurezza prima del massacro, e che si oppose all’istituzione di una commissione d’inchiesta sulle falle della sicurezza. In effetti non abbiamo dato la notizia più rilevante: l’informazione sulle sim attivate in massa fu data dallo Shin Bet alle 2.58. L’allerta fu inviato al quartier generale del Consiglio di sicurezza nazionale (che deve riferirne a Netanyahu) e alla polizia; Ronen Bar, il capo dell’agenzia, inviò un team in ricognizione a Gaza (t.ly/lg7Kx). Se Netanyahu ha mentito, la “falla della sicurezza” assume il connotato atroce di una Pearl Harbor lasciata accadere, in modo da avere il pretesto per procedere alla pulizia etnica in corso. Nella speranza che le inchieste possano smentire questa ipotesi agghiacciante, ci scusiamo per ogni confusione causata dal nostro errore.

CORREZIONE. Nei nostri articoli sull’invasione israeliana di Gaza abbiamo sempre evitato di descriverla come genocidio. In effetti dovremo farlo, checché ne dica Edith Bruck (“I genocidi sono altri”). Amos Goldberg, professore di Studi sul genocidio alla Hebrew University di Gerusalemme, la settimana scorsa ha dichiarato: “Sì, è genocidio. È difficile e doloroso ammetterlo, ma non possiamo più evitare questa conclusione. D’ora in poi la storia ebraica ne sarà macchiata per sempre.” Anche se il Papa, forse per motivi diplomatici, nega ancora l’evidenza (“Si indaghi se a Gaza è genocidio”), ci scusiamo per ogni confusione causata dal nostro errore.

CORREZIONE. Nel 2022 scrivemmo che Hagar Gefen, 70 anni, fu picchiata con pietre e bastoni dai coloni israeliani perché aveva fotografato le loro aggressioni agli olivicoltori palestinesi in Cisgiordania. Ricoverata in ospedale con costole rotte, un polmone perforato, un braccio rotto e una ferita alla testa che richiese punti di sutura, nessuno dei colpevoli fu arrestato (t.ly/FbRUy, t.ly/Hryqg). In effetti avremmo dovuto precisare che Hagar Gefen è un’ebrea israeliana che si batte contro i soprusi dei coloni israeliani, e riportare il commento di sua cognata: “Se fanno questo agli ebrei, cosa fanno agli arabi?” (t.ly/nHSRl). Ci scusiamo per ogni confusione causata dal nostro errore.

CORREZIONE. Ieri abbiamo scritto che l’ambasciata israeliana presso la Santa Sede ha definito “diritto all’autodifesa” l’attacco di Hamas (1200 morti) e “massacro genocida” l’invasione israeliana di Gaza (47000 morti). In effetti l’ambasciata israeliana presso la Santa sede ha fatto il contrario: ha definito massacro genocida quello di Hamas (1200 morti) e diritto all’autodifesa quello di Israele (47000 morti). Ci scusiamo per ogni confusione causata dal nostro errore.

CORREZIONE. Ieri abbiamo titolato: “Israele stremato dalla guerra”. In effetti avremmo dovuto titolare: “Gaza stremata dai bombardamenti israeliani su civili inermi.” Ci scusiamo per ogni confusione causata dal nostro errore. 

Non c’è di che di Daniele Luttazzi (mercoledì 18 giugno 2025)

Su MintPress il giornalista investigativo Alan McLeod si occupa da anni dei propagandisti israeliani che nei media e nei social manipolano l’opinione pubblica occidentale per osteggiare il dissenso informato. Grazie a lui sappiamo che ex spie israeliane lavorano in posizioni apicali a Microsoft, Google, Meta e Amazon; anche TikTok, tanto temuta dagli Usa come app di spionaggio cinese, ha assunto ex spie israeliane per gestire le proprie attività. Ex 007 israeliani scrivono pure su importanti testate giornalistiche statunitensi, tra cui CNN, Axios e New York Times. E ricordate le proteste universitarie dell’anno scorso contro i crimini israeliani a Gaza? Cominciarono alla Columbia. L’organizzatore, Mahmoud Khalil, neolaureato alla School of International and Public Affairs (SIPA), a marzo è stato arrestato e deportato in Louisiana dall’Immigration Customs Enforcement (ICE). Alec Karakatsanis, un avvocato che si occupa di diritti civili, afferma: “Non ho mai visto una violazione più palese del Primo Emendamento. Il governo non sostiene che abbia commesso un crimine, solo che ha espresso opinioni su Israele che non piacciono al governo. Da brividi.” Strombazzando l’episodio su X, Trump ha definito Khalil “uno studente radicale pro-Hamas”. La notizia è che la preside della SIPA, Keren Yarhi-Milo, è una ex ufficiale dell’intelligence militare israeliana. MacLeod: “Benché Khalil fosse uno studente della sua facoltà, la preside non ha detto nulla contro l’arresto di Khalil, come le veniva chiesto dai manifestanti. Anzi: invitò all’università Naftali Bennet, ex Primo ministro di Israele. “Voglio cambiare il pregiudizio anti-israeliano” affermò quando fu eletta preside (t.ly/81KoY). Yahri-Milo definisce anti-semitismo le proteste universitarie: “L’anti-semitismo è un problema reale e preoccupante, ed è molto importante non lasciarlo diffondere. Stiamo cercando di trovare il maggior numero possibile di modi creativi per affrontare questo fenomeno”. Fra i modi creativi, chiamare la polizia. Scrive Jennifer Scarlott, laureata alla SIPA: “Sappiamo quale fu il suo ruolo quando venne chiamata la polizia di New York contro gli studenti pacifici dell’Accampamento di Solidarietà con Gaza, la scorsa primavera. Ha pure invitato Naftali Bennett, che pochi giorni fa ha scherzato sull’idea di distribuire cercapersone esplosivi agli studenti anti-genocidio ad Harvard” (t.ly/JBOSb). MacLeod: “Yarhi-Milo ha avuto un ruolo significativo nel fomentare la preoccupazione dell’opinione pubblica riguardo a una presunta ondata di anti-semitismo che stava travolgendo i campus, gettando così le basi per la massiccia repressione delle libertà civili seguita alle proteste”. 3000 gli arrestati, fra cui parecchi docenti: nessuno sgomento della preside in proposito. MacLeod aggiunge oggi una nuova tessera al grande mosaico dell’Hasbara: Google acquisterà Wiz, una società israelo-americana di sicurezza cloud,  rafforzando i legami di Google con l’esercito israeliano (Google, Amazon, Microsoft, IBM e Palantir forniscono i sistemi informatici, di sorveglianza e di comunicazione per il genocidio a Gaza e l’apartheid in Cisgiordania). I fondatori di Wiz sono ex ufficiali dell’Unità 8200, la divisione militare israeliana che si occupa di spionaggio, guerra informatica e operazioni coperte. MacLeod: “Comprensibili i timori per la sicurezza dei dati degli utenti, specie di chi critica le azioni di Israele”. Wiz ha una cinquantina di dipendenti ex Unità 8200; a Google ce ne sono almeno un centinaio. L’investimento di Google è enorme: 32 miliardi di dollari, pari allo 0,6% del Pil israeliano. Secondo i media israeliani, permetterà al governo di evitare tagli alla spesa, ridurre il deficit e continuare lo sforzo bellico. Sacrosanta la campagna Bds contro Google e le altre Big Tech (t.ly/54xQ5).  

Non c’è di che di Daniele Luttazzi (giovedì 19 giugno)

Ieri dicevamo dell’arresto e della deportazione di Mahmoud Khalil, lo studente della School of International and Public Affairs che l’anno scorso aveva organizzato alla Columbia University le manifestazioni studentesche contro i crimini di Israele. Oggi parliamo di Betar US, il gruppo sionista di estrema destra che ha rivendicato il merito di quell’arresto. Betar US collabora con l’amministrazione Trump filmando e schedando, con tecnologie di riconoscimento facciale e banche dati, i cittadini non statunitensi che partecipano alle manifestazioni pro-Palestina o alle veglie per le vittime di Gaza. Li denunciano all’Immigrazione, come se non esistesse il Primo Emendamento (libertà di religione, parola, stampa, riunione pacifica), accusandoli di terrorismo e di anti-semitismo (t.ly/3WIuL). Ross Glick, ex direttore di Betar US, puntava su Trump presidente, e Trump gli ha dato soddisfazione firmando un ordine esecutivo (“Ulteriori misure per combattere l’anti-semitismo”) che mira alla “rimozione degli stranieri residenti che violano le nostre leggi”, a “soffocare il vandalismo e l’intimidazione pro-Hamas” e a “indagare e punire il razzismo anti-ebraico nelle università e nei college di sinistra, anti-americani”. Trump scrisse su Truth che l’arresto di Khalil era “il primo di molti”: “Sappiamo che ci sono altri studenti alla Columbia e in altre università del Paese che hanno partecipato ad attività pro-terrorismo, anti-semite e anti-americane, e l’amministrazione Trump non lo tollererà”. Maccartismo 2025. Betar US si auto-definisce un movimento “rumoroso, orgoglioso, aggressivo e apertamente sionista” che si propone di “agire dove altri non lo fanno”, intendendo gli altri gruppi ebraici che ritiene “passivi”. A marzo Betar ha postato online un appello inquietante contro Francesca Albanese, Relatrice Speciale dell’Onu per i Territori Palestinesi Occupati: “Unitevi a noi per dare a Francesca un (emoji del cercapersone) a Londra martedì”. L’allusione agghiacciante è ai cercapersone che il Mossad fece esplodere in Libano lo scorso settembre, uccidendo decine di persone e ferendone migliaia (un atto di terrorismo internazionale condannato anche dall’ex direttore della Cia Leon Panetta). Il mese prima, Betar aveva minacciato allo stesso modo  Peter Beinart, uno scrittore che aveva pubblicato sul New York Times un articolo critico nei confronti di Israele: “Invitiamo tutti gli ebrei dell’Upper West Side a dare a Peter Beinart (tre emoji di cercapersone)”. Per intimidire il politologo Norman Finkelstein, un membro di Betar gli ha infilato un cercapersone nella tasca del cappotto; il gruppo ha pure tentato di interrompere un suo evento pubblico a Washington. Betar ha messo inoltre una taglia sull’attivista Nerdeen Kiswani: “1.800 dollari a chi le consegna un cercapersone”. Dopo le proteste, il gruppo ha rimosso quei post; ma ha continuato con le minacce. Durante un evento contro i crimini di Israele a Gaza organizzato dagli studenti dell’UCLA, Betar ha scritto: “Esigiamo che la polizia rimuova questi teppisti adesso, altrimenti saremo costretti a organizzare gruppi di ebrei per farlo.” Alla veglia per Hind Rajab, la bambina palestinese assassinata dall’esercito israeliano, membri di Betar hanno filmato l’evento, dicendo di essere dell’Ufficio Immigrazione e di volerli identificarli per procedere con le espulsioni. Betar vuole il genocidio dei palestinesi: “Radiamo Gaza al suolo!” scrivevano. Betar fu fondato un secolo fa dal leader sionista Ze’ev Jabotinsky come gruppo paramilitare di estrema destra. I membri giuravano fedeltà allo Stato ebraico non ancora nato: “Dedico la mia vita alla rinascita dello Stato ebraico, con una maggioranza ebraica, su entrambe le sponde del Giordano.” Fra i suoi membri, Menachem Begin, Yitzhak Shamir, e Benzion Netanyahu, il babbo di Bibi.

Non c’è di che di Daniele Luttazzi (venerdì 20 giugno)

E ora, per la serie “Non siamo su Black Mirror”, la posta della settimana. 

Trovo molto preoccupante la svolta maccartista imposta agli Usa da Trump, di cui hai scritto ieri. (Laura R.)

   A conferma che la tua preoccupazione è fondata, Laura, una notizia dell’ultim’ora: gli studenti stranieri che chiedono un visto per studiare negli Stati Uniti dovranno fornire l’accesso ai propri profili social. Il Dipartimento di Stato americano spiega che le ambasciate Usa esamineranno l’attività online dei richiedenti per individuare indizi di ostilità verso gli Stati Uniti o di sostegno a terrorismo e anti-semitismo. Poiché gli Usa di Trump ritengono filo-Hamas e anti-semita anche chi giustamente protesta contro i crimini di guerra israeliani a Gaza, la misura serve a conculcare ulteriormente il diritto democratico al dissenso, che per fortuna è ancora particolarmente sentito dalle giovani generazioni. Chi si rifiuta, specifica il Dipartimento di Stato, “sarà considerato sospetto”. Oh-oh: questo è lo stesso sofisma usato dalla polizia segreta della Germania dell’Est per entrarti in casa quando voleva: “Che male c’è, se non hai nulla da nascondere?” Dove siamo, su Black Mirror? 

Il maccartismo di cui parlavi ieri a proposito dell’America di Trump è arrivato anche in Europa: lo scorso novembre il Parlamento tedesco ha approvato un disegno di legge che, con la scusa di combattere l’anti-semitismo, impedisce le critiche legittime alla politica israeliana. Chi protesta contro i crimini di guerra israeliani a Gaza e chi invoca il boicottaggio economico e le sanzioni a Israele sono considerati “anti-semiti”: un abuso evidente, stigmatizzato anche da Amnesty International. (Fausto C.)

   Alle ultime elezioni, l’ex DDR ha votato in massa per i neonazisti dell’AfD. Dove siamo, su Black Mirror?

Perché Trump non ferma Netanyahu in Iran? (Nicola R.)

   Lo ha spiegato Jeffrey Sachs: “L’attacco è stato pensato insieme agli Stati Uniti.” Lo ha confermato Netanyahu: “Forse non l’avremmo fatto, senza l’appoggio degli Usa”. Stiamo assistendo a un tragico gioco delle parti. I bersagli erano già stati indicati dal PNAC, il progetto di egemonia globale ideato nel 97 dai falchi della futura amministrazione Bush: Iraq, Libia, Siria, Iran e Corea del Nord (tinyurl.com/46h6kjv6). Trump fa il poliziotto buono (per porsi come mediatore) e Bibi il poliziotto cattivo, ma sono entrambi terroristi: in Yemen le bombe di Trump di marzo e aprile hanno ucciso quasi lo stesso numero di civili che gli Usa hanno ucciso nei 23 anni precedenti (t.ly/sj8Zf). Kissinger, coi suoi crimini contro l’umanità, vinse il Nobel per la pace. Mi aspetto lo diano anche a Bibì e Bibò. Non siamo su Black Mirror?

Non c’è di che di Daniele Luttazzi (mercoledì 2 luglio)

La settimana scorsa, a Manhattan, attivisti di Planet Over Profit (giustizia climatica) e di Mijente (diritti degli immigrati) hanno protestato davanti alla sede della Palantir, colosso tecnologico di estrazione dati: l’accusano di fornire all’amministrazione Trump, alla Cia, all’Fbi, all’Agenzia per l’ìmmigrazione e alle forze armate israeliane IA di tracciamento e di sorveglianza che violano i diritti civili e il diritto umanitario. Caroline Chouinard, una dei dimostranti arrestati dalla polizia, dice: “Da New York a Gaza, Palantir rende possibili degli orrori indicibili”. Palantir è stata fondata nel 2003 dal miliardario Peter Thiel, il creatore di PayPal: libertario conservatore, ammiratore di Reagan e sostenitore di Trump, è membro del comitato direttivo del Gruppo Bilderberg. Palantir è coinvolta in progetti governativi e di intelligence: ha fornito all’Ufficio Immigrazione Usa (ICE) software per tracciare immigrati da deportare; collabora con agenzie militari in operazioni di sorveglianza e analisi bellica; produce strumenti militari basati sull’IA per il sostegno operativo nelle guerre Usa (Afghanistan, Iraq, Ucraina) e nella pulizia etnica dei palestinesi (ha una sede a Tel Aviv); e sviluppa tecnologie per aggregare e analizzare grandi quantità di dati, che rendono più facile monitorare individui senza il loro consenso. In aprile Palantir ha ottenuto un contratto governativo da 30 milioni di dollari per “ImmigrationOS”, un sistema di sorveglianza che rende più efficienti le deportazioni trumpiane; ha anche fornito al Dipartimento dell’Efficienza (DOGE) una mega-interfaccia digitale che accede ai dati dell’Internal Revenue Service (IRS, l’Agenzia delle Entrate) di tutti i cittadini Usa. L’economista Robert Reich, ex Segretario del Lavoro con Clinton, lancia l’allarme: “A marzo Trump ha firmato un ordine esecutivo che obbliga tutte le agenzie federali a condividere i dati sui cittadini Usa. A eseguire questo compito è stata chiamata Palantir, che ora può unificare i database di IRS, Social Security, Dipartimenti della Difesa, della Sanità e della Sicurezza interna. L’amministrazione punta anche ad accedere a conti bancari e cartelle cliniche. La minaccia alla privacy e alla libertà è concreta.” Deputati dei due partiti condividono la sua preoccupazione. “Un database così esteso può trasformarsi in uno strumento di potere soggetto ad abusi”, afferma il repubblicano Warren Davidson. Palantir ha respinto le accuse con un post su X: “Non operiamo i sistemi, non accediamo ai dati, non prendiamo decisioni sul loro uso”. Come dire che i fisici del Progetto Manhattan non furono moralmente responsabili di Hiroshima e Nagasaki: opinione insostenibile, dato che sapevano, come lo sa Palantir, in che modo sarebbe stato usato lo strumento da loro messo a punto, e quali conseguenze avrebbe avuto su civili innocenti. “Da grandi poteri derivano grandi responsabilità”, ammoniva Stan Lee: se costruisci una tecnologia nociva, sei complice morale del suo utilizzo. Infatti Oppenheimer disse a Truman: “Signor presidente, mi sento le mani sporche di sangue”; e un altro fisico, Joseph Rotblat, lasciò il Progetto per motivi etici, fondando con Einstein e Russell un movimento internazionale, Pugwash, che promuove la responsabilità etica degli scienziati. (Per anni Rotblat fu sorvegliato dai servizi segreti Usa e Uk: lo sospettavano di simpatie sovietiche. Nel 1995 vinse il Nobel per la pace). Reich: “Il Ceo di Palantir, Alex Karp, ha dichiarato che l’azienda punta a ‘spaventare i nemici e, se serve, a ucciderli’. Un’affermazione inquietante, specie per un’azienda che gestisce dati sensibili di milioni di persone”. Lo raccontava Tolkien tanti anni fa: brutta faccenda, quando un Palantir cade nelle mani di Sauron. 

Non c’è di che di Daniele Luttazzi (giovedì 3 luglio)

E ora, per la serie “La mia carriera di comico è durata 25 anni o come ha sottolineato Repubblica 18 anni più della Morte Nera”, la posta della settimana. 

Caro Daniele, che colossi dell’IA come Palantir facciano affari con deportazioni e genocidi non mi sorprende. E’ già successo: durante il nazismo, l’Ibm fornì al regime nazista macchine a schede perforate e sistemi di elaborazione dati per snellire le pratiche dell’Olocausto: censire la popolazione, individuare gli ebrei e coordinare i trasporti ferroviari verso i campi di concentramento. (Luciana D.)

   Il blocco politico-militare che dal dopoguerra regge gli Usa, e quindi l’Occidente; e il governo di Israele, che da decenni pilota quel blocco con abilità spregiudicata; hanno bisogno di aziende tipo Palantir come i nazisti avevano bisogno di Ibm, Siemens, Kodak e Bayer (che produceva lo Zyklon B). L’interesse è reciproco, ovviamente: occupazione e genocidio sono redditizi. Lo illustra la relatrice speciale Onu Francesca Albanese nel suo recente rapporto sulle aziende coinvolte nella pulizia etnica in corso a Gaza, un migliaio, tra le quali Microsoft, Google e Amazon, con le cui tecnologie Israele sorveglia i palestinesi attraverso i loro dati biometrici (t.ly/DZ0aD). Ibm (rieccola!) gestisce invece il database dell’Autorità israeliana per la popolazione, l’immigrazione e i confini (Piba), che ha un ruolo chiave nell’occupazione militare di Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est: fornisce l’infrastruttura amministrativa che permette a Israele di controllare la vita quotidiana dei palestinesi (registri civili e anagrafici, documenti d’identità), di limitare la loro mobilità (permessi di entrata e di spostamento), di decidere chi può vivere dove (permessi di residenza e di costruzione) e di gestire le aree occupate (arresti; espulsioni; demolizioni). Aziende civili forniscono macchinari pesanti per demolizioni e insediamenti illegali (Caterpillar, Hyundai, Volvo, Leonardo). Drummond e Glencore danno il carbone per l’elettricità; Netafim i sistemi di irrigazione per lo sfruttamento idrico in Cisgiordania. Settore militare: i caccia F-35 venduti a Israele fanno parte di un programma bellico guidato da Lockheed Martin che coinvolge 1.600 aziende in 8 paesi. Vi partecipano la nostra Leonardo SpA e la giapponese Fanuc (robotica per la produzione di armi). Palantir dà all’Idf sistemi di IA predittiva per la generazione automatizzata di obiettivi militari. Settore finanziario: banche come BNP Paribas e Barclays aiutano Israele a estinguere il debito e a contenere il premio sui tassi d’interesse nonostante il declassamento del rating. BlackRock investe in Palantir, Microsoft, Amazon, Google, Ibm, Lockheed Martin, Caterpillar. Vanguard investe in Caterpillar, Chevron, Palantir, Lockheed Martin e Elbit Systems (produttore di armi israeliano). Anche Allianz e AXA hanno investito in azioni/obbligazioni legate all’occupazione. Albanese lo definisce “capitalismo coloniale razziale”, e spiega che, secondo il diritto internazionale, le aziende hanno l’obbligo di rispettare i diritti umani, anche se lo Stato in cui operano non lo fa. Altrimenti incorrono in responsabilità penali. L’occupazione è un atto di aggressione, sentenzia la Corte internazionale di giustizia: chi vi collabora diventa complice in crimini internazionali, ai sensi dello Statuto di Roma. “Gli Stati devono evitare relazioni economiche e commerciali che sostengono l’occupazione; e le aziende devono disinvestire da tutte le attività legate all’occupazione israeliana, che è illegale”, ammonisce Francesca Albanese. Ma il blocco politico-militare se ne frega, e garantisce l’impunità alle aziende complici. Siamo arrivati al punto che si rimpiangono tempi che sarebbero da compiangere. “Urge una nuova Norimberga”. “Hai ragione”. “Ma lo so anch’io che ho ragione!”

Non c’è di che di Daniele Luttazzi (mercoledì 16 luglio)

Caro Daniele, hai visto? La teocrazia nazi-sionista di Netanyahu è tornata al vecchio cavallo di battaglia: la balla propagandistica degli stupri di massa di Hamas. (Fiorella P.)

   Sono spudorati: un’organizzazione israeliana (Dinah Project) ha raccolto tutte le balle già smentite più volte (t.ly/U7HPj, t.ly/XBE2Z, t.ly/x8dou); le ha ripresentate come fossero vere; e oplà, il rapporto è stato subito rilanciato da Associated Press, Bbc, Avvenire, Linkiesta, Il Dubbio e vari siti ebraici come un “nuovo studio” che “rivela” e “documenta in modo scioccante” gli stupri di Hamas. Con una trovata diabolica, segnalata da Federica D’Alessio: l’Igaa, la Israeli Government Advertising Agency, ha comprato banner che compaiono ovunque sul web e rimandano all’articolo boccalone di Avvenire. Senonché: 1) Reem Alsalem, relatrice speciale Onu, ha replicato al rapporto Dinah: le presunte violenze sessuali sistematiche di Hamas non sono verificate (t.ly/I2qX5). In aprile l’Onu denunciò invece gli stupri sulle donne palestinesi nelle carceri israeliane (t.ly/33DEa). Qui il debunking dettagliato del rapporto Dinah: t.ly/d7sIz. 2) Il Dinah Project cita come testimoni chiave due noti mistificatori della Zaka (l’organizzazione di soccorso israeliana che diffuse subito  le balle principali): Simcha Greinman e Chaim Otmazgin. Il rapporto afferma che i due hanno foto di mutilazioni genitali, chiodi, coltelli e oggetti infilati in vagine e inguini, ma l’Onu (rapporto Patten) confermò che le foto erano false. Anche Nbc News e Haaretz, che le videro, giunsero alla stessa conclusione. 3) Greinman inventò pure le balle del 7 ottobre sulle donne nude legate agli alberi, e rilanciò le balle di un collega della Zaka, Yossi Landau, sui bambini decapitati e bruciati e sui feti estratti dall’utero. 4) Due anni fa Greinman disse più volte di non avere foto nel suo telefonino, poi apparve con Otmazgin nel famigerato video di Sheryl Sandberg: le mostravano il telefonino con quelle presunte foto mentre lei inorridiva, una farsa grottesca. 5) Otmazgin inoltre mentì dicendo d’aver visto una ragazza coi pantaloni abbassati che era stata stuprata. Ma quei pantaloni erano stati abbassati da militari israeliani e Otmazgin dovette ammettere la balla. 6) L’Igaa sta pure colonizzando i social con video pubblicitari creati dall’IA. Lo attestano MintPress (t.ly/DWiT4) e Fanpage (t.ly/PWZnP): su Google, fondata dal sionista Sergey Brin (i dati degli utenti Google sono ora gestiti da ex dell’Unità 8200, lo spionaggio militare israeliano: t.ly/VhzAf), video di tg falsi annunciano attacchi di Hamas mai accaduti, mentre un video fake esalta l’assistenza umanitaria israeliana a Gaza mostrando palestinesi che abbracciano felici scatoloni di cibo: il video, dove ogni frase mente (t.ly/4oFQh), è stato definito “scandaloso” da Francesca Albanese. 7) Non solo. Se cerchi Igaa con Google, compare una campagna pubblicitaria contro l’Unrwa, l’agenzia delle Nazioni Unite che forniva davvero assistenza ai rifugiati palestinesi, bollata come infiltrata da Hamas “per scopi terroristici”, un’accusa falsa. E se cerchi Unrwa su Google, il primo risultato di ricerca è la pagina del governo israeliano contro l’Unrwa (pagano l’inserzione e l’articolo va in cima). 8) Come se non bastasse, dopo il rapporto di Francesca Albanese sulle aziende che fanno affari col genocidio e l’occupazione a Gaza e in Cisgiordania, Israele la sta diffamando: se cerchi il suo nome su Google, il primo risultato è un articolo del governo israeliano che l’accusa d’aver ripetutamente violato i principi di imparzialità e integrità professionale del suo mandato Onu, e di aver avuto ripetuti contatti con gruppi terroristici, fra cui Hamas (t.ly/3toGS). Tutte calunnie. Spero che Francesca gli faccia un culo così.

Non c’è di che di Daniele Luttazzi (mercoledì 23 luglio)

L’altro giorno le agenzie La Presse e Nova hanno dato una notizia subito ripresa dai giornaloni: “Alla Casa Bianca c’è crescente frustrazione e irritazione nei confronti del premier israeliano Benyamin Netanyahu, dopo gli ultimi attacchi in Siria”. Chi legge assiduamente questa rubrica come il sottoscritto ha subito capito qual era la fonte: il famigerato Barak Ravid, ex analista dell’Unità 8200, la divisione dell’intelligence militare israeliana che si occupa di spionaggio, sorveglianza di massa, guerra informatica e operazioni coperte (dai ricatti agli omicidi mirati). Gli articoli di Ravid, pubblicati dal website Axios, raccontano sempre di fantomatici contrasti fra il presidente Usa e Netanyahu: Ravid lo faceva con Biden, continua a farlo con Trump. Il gossip sui dissidi fra i presidenti Usa e Bibi sono sempre attribuiti da Ravid ad anonimi “funzionari della Casa Bianca”, uno dei quali l’altro giorno avrebbe pure affermato che “Netanyahu a volte è come un bambino che non si comporta bene”. Netanyahu (crimini di guerra, crimini contro l’umanità, pulizia etnica, genocidio) paragonato a un discolo: hasbara in purezza. Questa propaganda smaccata ha lo scopo di accreditare il presidente Usa come onesto intermediario nella questione mediorientale, quando invece è uno dei giocatori in campo: gli Usa sono i maggiori fornitori d’armi a Israele fin dai tempi di Johnson, cui si deve la dottrina del Qualitative Military Edge (QME), in base alla quale Israele deve mantenere il vantaggio militare su ogni suo  nemico. Dal 2008 il QME è una legge Usa: nel fornire armi ad altri Paesi, gli Usa devono garantire il QME di Israele (t.ly/stlmQ). Trump, come i predecessori, sostiene i crimini di Israele inviando a Bibi decine di miliardi di dollari in armamenti e bloccando le risoluzioni Onu favorevoli alla Palestina. Il giudizio definitivo su Trump è di Jeffrey Sachs: “Trump si sta dimostrando assolutamente incapace di risolvere qualsiasi problema. E si sta rivelando come la continuazione dell’amministrazione Biden, che era espressione del complesso militare-industriale. Siamo fondamentalmente bloccati in un sistema militarizzato e antidemocratico. I presidenti vanno e vengono, ma il sistema resta. Fa qualsiasi cosa voglia Israele — al punto che, in effetti, sembra essere Israele a controllarlo. È sconvolgente. Abbiamo uno Stato Permanente che non risponde alla volontà popolare, non risponde alla sicurezza americana, non risponde all’interesse pubblico, non risponde nemmeno alla realtà del bilancio, visto che ora il deficit sta toccando l’8% del Pil, grazie anche al ‘bellissimo’ pacchetto firmato da Trump, che ci ha spinti ancora più a fondo in un buco finanziario. Questo è lo Stato Permanente. Trump aveva promesso di cambiarlo, era la sua promessa elettorale principale. Si è scoperto che la realtà è esattamente l’opposto. È una continuazione in tutto e per tutto: che si tratti dell’Ucraina, del Medio Oriente o dell’Asia orientale, è più guerra, più spese militari, deficit di bilancio sempre più grande, e incompetenza del complesso militare-industriale”. Il propagandista Ravid non è l’unica fetecchia: come già documentato (t.ly/ae3ig), un fottìo di ex spie israeliane ha ruoli apicali nei media Usa: manipolano l’opinione pubblica edulcorando i crimini di Israele per creare consenso al coinvolgimento Usa nel genocidio in corso. Centinaia, inoltre, le ex spie israeliane assunte da Meta, Google, Microsoft, Amazon e TikTok. Venerdì scorso, il giornalista d’inchiesta Alan MacLeod (Mint Press) ha aggiunto un altra tessera al puzzle: anche Apple ha assunto dozzine di veterani dell’Unità 8200, nonostante nelle ultime settimane avesse sbandierato di garantire la privacy e i diritti umani con strumenti per limitare la sorveglianza e lo spyware. (1. Continua)

Non c’è di che di Daniele Luttazzi (giovedì 24 luglio)

Riassunto della puntata precedente: ex spie dell’Unità 8200, la divisione dell’intelligence militare israeliana che si occupa di spionaggio, sorveglianza di massa, guerra informatica e operazioni coperte, ha infiltrato i media Usa e le piattaforme di sorveglianza: Meta, Google, Microsoft, Amazon e TikTok. Il giornalista d’inchiesta Alan MacLeod (Mint Press) ha scoperto che pure Apple ha assunto dozzine di veterani dell’Unità 8200 (t.ly/Lci10). MacLeod: “Gestiscono le piattaforme Apple e contribuiscono alla direzione strategica dell’azienda. Nir Shkedi è tra gli esempi più significativi. Dal 2008 al 2015 ha ricoperto il ruolo di comandante e responsabile della formazione all’Unità 8200, guidando un team di circa 120 operatori impegnati nello sviluppo di nuovi strumenti d’intelligenza artificiale per l’analisi rapida dei dati. L’Unità 8200 è all’avanguardia in questo settore tecnologico: ha utilizzato l’intelligenza artificiale per generare liste di obiettivi da uccidere che comprendono migliaia di abitanti di Gaza, bambini inclusi. Shkedi lavora in Apple dal 2022″. Fra le decine di veterani dell’Unità 8200 che ricoprono ruoli chiave in Apple c’è Noa Goor: dal 2015 al 2020 è stata project manager e responsabile del team per lo sviluppo della cybersicurezza e dei big data nell’Unità 8200, dove, spiega lei stessa su LinkedIn, ha “ideato soluzioni tecnologiche creative per obiettivi di intelligence prioritari” e “gestito due progetti cyber strategicamente importanti” per l’Idf. Si occupano di software e sicurezza informatica Niv Lev Ari, che nel profilo LinkedIn si vanta di aver ricevuto un encomio da Aviv Kochavi, il comandante dell’Unità 8200; Avital Kleiman, sei anni nell’Unità 8200; Guy Levy, ex analista dell’intelligence; Ofek Rafaeli, in servizio dal 2012 al 2016; Ofer Tlusty, per sei anni analista dell’intelligence. Alla progettazione hardware troviamo Shai Buzgalo e Mayan Hochler, entrambi ex analisti e istruttori dell’Unità 8200; Ofek Har-Even, ufficiale di lungo corso nell’Unità 8200; e Gal Sharon, operatrice di sistemi d’intelligence e analista dei dati dell’Unità 8200. In altri ruoli tecnici, Shahar Moshe, specialista dell’intelligence nell’Unità 8200 dal 2012 al 2015; e Gil Avniel, 5 anni nell’Unità 8200. MacLeod: “L’Unità 8200 ha sviluppato anche tecnologie per il riconoscimento facciale e software di trascrizione vocale per sorvegliare e colpire i palestinesi”. Tim Cook, Ceo di Apple, ha espresso pubblicamente il proprio sostegno a Israele: nel 2014 invitò Netanyahu nella sede centrale dell’azienda a Cupertino, in California, e lo abbracciò; l’anno dopo fu invitato a sua volta in Israele. “È un grande privilegio ospitare lei e il suo team”, gli disse il presidente Reuven Rivlin. Apple ha acquisito diverse aziende tecnologiche israeliane e oggi ha in quel Paese tre centri: vi impiega circa 2.000 persone. Secondo Apples4Ceasefire, un gruppo di dipendenti Apple che contesta i crimini israeliani a Gaza, non solo Cook non si è mai espresso contro tali nefandezze, ma Apple fa donazioni a gruppi come Friends of the Idf (che acquista equipaggiamento per i soldati israeliani) e Jewish National Fund, un’organizzazione coinvolta nell’occupazione delle terre palestinesi. Dipendenti Apple, inoltre, sono stati redarguiti o persino licenziati per aver indossato spille, braccialetti o kefiah a sostegno del popolo palestinese. Apples4Ceasefire accusa l’azienda di “complicità in un genocidio”. Poiché Apple ostenta di garantire la privacy e i diritti degli utenti con strumenti per limitare la sorveglianza e lo spyware, due domande sorgono spontanee: le ex spie israeliane come gestiscono i dati personali degli utenti? E a chi sono politicamente fedeli? (2. Fine)


Non c’è di che di Daniele Luttazzi (martedì 5 agosto)

   Ennesima assunzione di un ex militare israeliano per controllare il traffico su un social. Stavolta si tratta di Erica Mindel, ex istruttrice Idf che si autodefinisce “orgogliosa sionista”: assunta da TikTok, censurerà i contenuti da lei ritenuti antisemiti. TikTok e Meta erano state attenzionate da CyberWell, un’organizzazione fondata da ex spie e analisti militari Idf che fra i collaboratori include Amos Yadlin, ex capo dello spionaggio Idf ed ex addetto alla Sicurezza Usa. Come l’Anti Defamation League, altra lobby sionista, CyberWell fa pressione sui social affinché censurino i post da loro giudicati “antisemiti” in base alla definizione stilata dall’International Holocaust Remembrance Alliance (Ihra), che bolla come antisemite anche le critiche alla politica di Israele (CyberWell ha assunto come consulente Dina Porat, la storica israeliana che ha ispirato quella definizione capziosa). CyberWell invitò Meta, TikTok e X, aziende di cui è “collaboratrice di fiducia”, a censurare i post che denunciavano la balla degli stupri di massa di Hamas e quella dei bambini decapitati il 7 ottobre. Erica Mindel partecipò a quella censura in quanto membro della task force di Biden contro i contenuti “antisemiti” in Rete. Adesso a TikTok la censura sionista sarà gestita direttamente da lei: una prassi di hasbara ormai smascherata (t.ly/buT2w). Altra non notizia: Erica Mindel è stata proposta a TikTok dall’Anti Defamation League. Nel 2024 TikTok ha soddisfatto il 94% delle richieste di rimozione di contenuti da parte del governo israeliano, un regime accusato di genocidio dalla Corte di giustizia internazionale.

   La Cia creò un network di 885 siti web, di ogni tipo, in 36 Paesi (Italia inclusa: tinyurl.com/yynfsbnr) per raccogliere e scambiare informazioni. Oggi non ce n’è più bisogno: i suoi informatori usano Tor o Signal (t.ly/2xdCc). “Una delle attività meno conosciute e più segrete della Cia consiste nelle cosiddette operazioni di ‘terza forza’, che servono ad aiutare i movimenti di liberazione di certi Paesi, seminare la rivolta in certi altri, e qualche volta abbattere un governo per sostituirlo con un altro”. (Il serpente, regia di Henri Verneuil, 1973, t.ly/f4XpK). 

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