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Io (filosofia)

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L'Io in filosofia è il principio della soggettività, attività di pensiero alla quale è stato spesso attribuito un valore particolare poiché è il fulcro da cui nasce la riflessione filosofica stessa. Il concetto di Io corrisponde infatti al momento in cui pensante e pensato sono presenti al pensiero come la medesima realtà: nel momento in cui mi trovo a riflettere su di me, soggetto e oggetto vengono cioè a coincidere e non hanno più una connotazione che li differenzia.

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Catoptromante si riflette allo specchio (del pittore russo Karl Briullov, 1836)

Questa unione immediata di soggetto e oggetto, essere e pensiero, ha rappresentato uno dei principi fondanti che hanno contraddistinto lo sviluppo della filosofia occidentale, a partire dai primi cenni sporadici negli antichi greci, fino ad evolversi progressivamente nell'età moderna, giungendo in particolare all'Idealismo di Fichte, il quale pose all'origine della sua filosofia l'autointuizione dell'Io puro,[1] da lui assimilata all'io penso kantiano.

La coscienza dell'io nella storia

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BERJAYA Lo stesso argomento in dettaglio: Io sono.
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Ulisse nell'Ade dove incontra le anime dei morti, che hanno sembianze di ombre evanescenti.[2]

Anticamente non esisteva un principio dell'Io inteso come soggettività autonoma, sebbene sia attestata l'espressione religiosa «Io sono» attribuita alla divinità, non riferita alla personalità dell'individuo bensì a un'essenza cosmica o all'essere puro.[3]

L'uomo si identificava piuttosto nel suo ruolo sociale, e definiva il proprio essere come appartenente a una comunità, una stirpe di antenati, o un destino sovrannaturale;[4] nella visione omerica egli era in balia di forze esterne, e la coscienza di era solo un'ombra (skià), un doppio del corpo privo di consistenza.[5] Già con Socrate, tuttavia, portatore del motto «conosci te stesso» (gnōthi seautón), il pensiero si sposta verso l'analisi introspettiva, alla scoperta dell'anima (psyché) e dell'autocoscienza.[6]

Punto di partenza della rivoluzione socratica era un io conoscente, non ancora oggetto di conoscenza,[7] la cui vera essenza fu da Platone identificata con l'anima razionale e immortale, preesistente al corpo, e dunque dalla natura intellettuale e morale.[8]

Il dualismo platonico che vedeva l'io imprigionato in un organismo fisico fu superato da Aristotele che fece dell'anima una forma non separabile dalla materia, di cui l'attività intellettiva (nous) costituiva la parte più elevata dell'essere umano.

Quest'ultimo restava tuttavia ancorato a una visione sostanziale della soggettività (upo-kéimenon), considerata in contrapposizione all'oggetto,[9] affermando che «la sostanza pare che sia in primo luogo il soggetto di ogni cosa».[10] Successivamente lo stoicismo adoperò il termine oikeiosis per indicare quella conoscenza di sé che tramite la percezione interna (synaesthesis) consente lo sviluppo del proprio essere in conformità col Lògos universale.[11]

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Infusione dello spirito umano in Adamo, tra i mosaici sul Cupolino della Genesi nella Basilica di San Marco a Venezia.

Sarà con la fine dell'antichità che Agostino segnò il passaggio cruciale,[12] esemplificato dalle sue Confessioni, in cui l'io diventa il luogo segreto dove l'uomo parla con se stesso e con Dio.

(latino)
«Noli foras ire, in te ipsum redi, in interiore homine habitat veritas.»
(italiano)
«Non uscire da te stesso, rientra in te: nell'intimo dell'uomo risiede la verità

Altri filosofi neoplatonici, a partire dallo stesso Plotino, fino a Duns Scoto, Cusano, Campanella, hanno postulato l'identificazione del soggetto umano con Dio, visto come un unico grande Io sono, da cui nascono e a cui ritornano le singole anime degli individui.

È dovuto in particolare alla religione cristiana l'aver insistito su una tale concezione di Dio, come di un Essere non soltanto metafisico, ma che anzi vive e agisce come Persona nell'interiorità umana.[13]

La coscienza moderna dell'io

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BERJAYA Lo stesso argomento in dettaglio: Cogito ergo sum e Io penso.

A partire dall'età moderna la coscienza dell'Io venne in genere considerata dai filosofi la prima forma di sapere certo e assoluto, perché innato e non acquisito dall'esterno, grazie al quale poter preservare la filosofia dalle derive del relativismo e dello scetticismo. Si trattava però di un sapere non oggettivabile né comunicabile se non in forma mediata, a prezzo della perdita dell'unità originaria, la quale per poter essere descritta doveva sdoppiarsi in un soggetto descrivente e un oggetto descritto.[14]

Cartesio è considerato il primo autore a fare dell'autonomia dell'io la fonte di una conoscenza «prima e certissima», derivante dal percorso filosofico che partendo dal dubbio culmina nel Cogito ergo sum, principio da lui ritenuto indiscutibile per la sua evidenza.[15] A differenza dei filosofi precedenti, egli considerava la soggettività umana una pura sostanza indipendente, una res cogitans slegata da vincoli o rapporti ontologici esterni.[16]

Locke in seguito demolì il concetto cartesiano di «sostanza», definendo l'io una mera coscienza unificatrice della molteplicità sensibile, mentre Hume si spinse oltre fino a negare l'esistenza nell'uomo di un'identità personale stabile, sostenendo che l'io non sia un nucleo permanente ma solo un «fascio di percezioni» in continuo mutamento.[15]

Dalla critica della sostanzialità dell'io riemerse però una nuova concezione di questo come attività.[9] L'io venne definito da Kant come l'unità sintetica originaria, o appercezione trascendentale, che ordina e unifica la molteplicità delle informazioni provenienti dai sensi.

«L'unità sintetica della coscienza è condizione oggettiva di ogni conoscenza. […] Tutte le mie rappresentazioni in una qualsiasi intuizione data devono sottostare a quella condizione, per cui soltanto io posso attribuirle all'identico "me stesso" come mie rappresentazioni, e perciò posso comprenderle come unite insieme sinteticamente in un'appercezione nell'espressione generale: Io penso»

Tale appercezione non può essere ridotta ad un semplice «dato» oggettivo, perché essa si attiva solo in rapporto a un oggetto: non viene conosciuta in se stessa ma solo quando si accompagna alle nostre rappresentazioni, essendo soltanto la condizione formale di ogni conoscenza, cioè il contenitore della coscienza, non un contenuto. Viene distinta pertanto dall'io empirico, studiato dalla psicologia.[15]

L'io empirico

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Si tratta della coscienza individuale, mutevole e biografica, chiamata io empirico perché sperimentabile appunto empiricamente: pur essendo percepita infatti dal senso interno (innere Sinn) attraverso il fluire del tempo, è osservabile come accade per gli oggetti esterni disposti nello spazio.[17] Mentre l'io penso è dunque la struttura formale, universale e a prioriio sono») che unifica le rappresentazioni, l'io empirico è il contenuto di coscienzacosa sono»), che include sentimenti, ricordi e dati sensibili. Consiste cioè nell'auto-percezione come sé fenomenico, sottoposto a cambiamenti.[18]

In quanto fenomeno, l'io empirico non può essere conosciuto nella sua essenza quale cosa in sé, ma solo come apparizione a noi stessi. Uno tra molti,[17] esso è il me con i suoi gusti peculiari, il singolo io psicologico che vive le esperienze sensibili, mentre l'io penso è la funzione che rende possibile le esperienze stesse, servendosi delle categorie.[18]

La coscienza dell'Io dall'idealismo alla fenomenologia

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BERJAYA Lo stesso argomento in dettaglio: Intuizione intellettuale.
«Io non sono se non attività. […] Io debbo nel mio pensiero partire dall'io puro, e pensarlo come di per sé assolutamente attivo: non come determinato dalla realtà, ma come determinante la realtà.»

L'appercezione pura o io penso diventerà in seguito il fondamento dell'idealismo trascendentale di Fichte e di Schelling, i quali lo trasformarono in un Io assoluto, che crea da sé, come propria opposizione,[15] il contenuto non solo conoscitivo ma anche oggettivo del mondo, seppure inconsciamente:[19] l'idealismo consiste appunto nel prendere coscienza di questa sua attività suprema, denominata intuizione intellettuale.[20]

L'Io infatti per gli idealisti tedeschi non è un dato di fatto, una realtà statica fissabile una volta per sempre, ma è un atto, un continuo porre se stesso. Fichte disse per questo che l'Io non è finito, ma infinito. Come tale non potrà mai divenire oggetto di conoscenza, ma è piuttosto il principio che rende possibile la conoscenza. L'Io non può mai comprendere razionalmente l'origine della propria autocoscienza, per attingere la quale egli deve rinunciare alla coscienza stessa. Si entra così nella dimensione mistica della fede,[21] o dell'estasi, che è l'identificazione dell'Io col suo Principio fondante.[22]

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Dipinto romantico di Francis Danby (1829) che assimila una divinità demiurgica ad un Io macrocosmico.[23]

Schelling reinterpretò l'intuizione intellettuale in chiave ancora più ontologica, criticando l'Io fichtiano perché questo, pur essendo assoluto e illimitato, aveva bisogno di restare vincolato al non-io, non potendo esistere soggetto senza oggetto. Egli così pose come principio l'Assoluto,[15] cioè la totalità intesa come Dio, unità indifferenziata in cui io e non-io, Spirito e Natura, siano due poli con pari dignità, l'uno conscio, l'altro inconscio, che giungono reciprocamente a incontrarsi in una sintesi attraverso l'arte.

Anche per Hegel l'Io non è una sostanza fissa ma un'autocoscienza dinamica, che però si realizza al termine di una mediazione razionale oltre che sociale, attraverso una «lotta» in competizione con altri Io per il proprio riconoscimento. A differenza dei predecessori, l'Io hegeliano non si fonda su un'unità originaria, ma supera la scissione tra soggetto e oggetto mediante un processo storico, dialettico e intersoggettivo.

Il neoidealismo attualistico di Giovanni Gentile riprenderà da Hegel la visione dialettica dell'io, ma reinserendola nell'ottica trascendentale di Kant e Fichte,[24] sicché l'oggettività in cui l'autocoscienza si riflette non è mai un traguardo definitivo e concluso: sebbene l'Io infinito giunga a riconoscersi nel mondo attraverso la mediazione del pensiero, il non-io (finito) è visto come un momento provvisorio interno al processo immanente di auto-creazione, o «autoctisi», che è sempre in divenire, essendo l'Io un flusso perenne, un atto continuamente in atto. La realtà coincide così con l'attività pensante del soggetto, il quale si costituisce come tale nel momento in cui pensa: non esiste un Io prima di pensare; ed analogamente, esso va distinto dall'io empirico,[17] che ne è solo un'oggettivazione statica, inattuale.[25]

«Il punto di vista nuovo, infatti, a cui conviene collocarsi, è questo dell'attualità dell'Io, per cui non è possibile mai che si concepisca l'Io come oggetto di sé medesimo. Ogni tentativo che si faccia – si può avvertirlo sin da ora – di oggettivare l'Io, il pensare, l'attività nostra interiore, in cui consiste la nostra spiritualità, è un tentativo destinato a fallire, che lascerà sempre fuori di sé quello appunto che vorrà contenere. […] La vera attività pensante non è quella che definiamo, ma lo stesso pensiero che definisce.»

Per il resto si erano avute nel contesto dell'esistenzialismo, inaugurato da Kierkegaard, nuove prospettive in reazione all'idealismo, incentrate sulla singolarità dell'io come individuo, inteso quale sintesi di libertà e necessità: non un dato di fatto, ma un progetto da realizzare progressivamente mediante la scelta e l'assunzione di responsabilità entro l'orizzonte di esperienza della condizione umana, al fine di diventare autenticamente se stessi.[15]

Concezione portata all'estremo da Nietzsche, per cui l'io non è un'entità unitaria o stabile, bensì una costruzione fittizia, un «baricentro mobile» risultante da una molteplicità di impulsi, istinti, e volontà di potenza in conflitto,[15] destinato a venire oltrepassato dal superuomo:[26]

«Donde prendo il concetto di pensare? […] Che cosa mi dà il diritto di parlare d'un io come causa, e infine ancora d'un io come causa dei pensieri
«"Io" dici tu, e vai superbo di questa parola. Ma più grande ancora — e tu non vuoi crederlo — è il tuo corpo e il suo sistema; esso non dice "Io" ma è "Io".[28]»

Una ripresa dell'Io penso kantiano si era avuta inoltre con la fenomenologia di Husserl, in cui però tale nozione si articola in diverse dimensioni a seconda del livello di indagine filosofica; si ha così l'Ego Puro, ossia il «residuo fenomenologico» che si cerca di raggiungere dopo aver operato l'epoché, come funzione unificatrice di tutti i vissuti della coscienza (noesi) e dei loro contenuti (noema); l'Io quale monade, che rappresenta la soggettività trascendentale concreta, dotato di intenzionalità, empatia e apertura all'intersoggettività nella fondazione di un mondo comune con gli altri ego;[30] l'io empirico, inteso come parte del mondo naturale, oggetto di studio della psicologia, ecc.[31] Si trattava di concezioni poi riprese in parte da Heidegger, per il quale l'Io è «l'ente che io sono in quanto sono in un mondo».[15]

La coscienza dell'Io in antroposofia

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BERJAYA Lo stesso argomento in dettaglio: Antroposofia § Il concetto di "Io" nell'antroposofia.

Una particolare rilevanza è attribuita all'Io, nonché alla tradizione filosofica occidentale che ha contribuito a svilupparne la coscienza, da parte della disciplina spirituale dell'antroposofia fondata da Rudolf Steiner. Questi rileva come si debba all'Io la sensazione che, in mezzo al mutare delle esperienze di dolore e piacere, o di fame e di sete, vi sia qualcosa che permane: è questo sentimento che differenzia l'uomo dagli animali, e che operando nell'ambito della razionalità, consente il perdurare della conoscenza tramite la memoria.[32] Per mezzo dell'Io, infatti, l'uomo è in grado di guidare le proprie conoscenze, svincolandosi dagli oggetti presenti della percezione, a cui gli animali limitano le proprie esperienze, diventando capace di richiamare anche quelle del passato.[32]

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Elohim crea Adamo, a somiglianza di sè (William Blake, 1795)

L'Io non è tuttavia un dono gratuito, ma è stato il risultato di una conquista che ha attraversato diverse epoche planetarie, durante le quali l'uomo si trovava inizialmente nella condizione di un minerale, dotato cioè soltanto di un corpo fisico, successivamente di una pianta, alla quale si venne aggiungendo un corpo eterico, e quindi di un animale, dotato anche di un corpo astrale.

Allo stato attuale ogni uomo, a differenza degli animali, possiede un'individualità sua esclusiva, che lo distingue dal concetto generale della specie, cioè dall'anima di gruppo da cui si è differenziato. Questa sua individualità è appunto l'Io, da non intendere come un'entità statica e definita come lo sono i caratteri della specie, ma da sviluppare ulteriormente nell'arco della vita, tramite un lavoro sui corpi inferiori, cercando di esercitare su di essi il proprio dominio. Questo lavoro è il destino dell'uomo a cui si oppongono gli spiriti luciferici e arimanici che vorrebbero ricondurlo agli stadi primordiali della sua evoluzione.

Per poter progredire nel suo destino d'amore, l'Io dovrà rendersi sempre più indipendente, affinché l'amore sia una libera scelta, non più dettata dalla dipendenza dal gruppo o dalla comunità cui appartiene, bensì riconoscendosi nel puro «Io sono» degli altri esseri umani; d'altro lato, però, questa maggiore indipendenza rischia di farlo precipitare nell'isolamento e nell'egoismo.

«[…] è quindi lecito dire che da un lato l'io può portare alla massima evoluzione e dall'altro al più profondo abbrutimento. Perciò esso è una spada affilata a due tagli. Quindi chi ha portato agli uomini la completa coscienza dell'io, il Cristo Gesù, viene giustamente rappresentato nell'Apocalisse, come abbiamo visto, come colui che ha nella bocca l'affilata spada a due tagli. Il Cristo Gesù portò l'io a piena completezza. Di conseguenza l'io deve essere rappresentato appunto mediante l'affilata spada a due tagli, come ci è noto da uno dei nostri sigilli. È anche comprensibile che l'affilata spada a due tagli esca dalla bocca del Figlio dell'uomo, perché quando l'uomo apprese a dire "io" con piena coscienza gli fu dato di salire alla massima elevazione o di scendere al più profondo abbrutimento.»
  1. Chiamato «puro» poiché è svincolato da ogni determinazione empirica, dalla materialità considerata tradizionalmente come «impura». Più frequentemente il termine usato è «Io assoluto», ab solutus - «sciolto da» - non condizionato, libero da ogni limite materiale.
  2. Disegno di Adolfo de Carolis in Odissea, canto XI, trad. it. di Ettore Romagnoli, Zanichelli, 1927.
  3. Armando Verdiglione, Urkommunismus: la paura della parola, Il Club Di Milano, 2019, p. 406.
  4. «L'antico ha sempre alcunchè dell'anima collettiva, in cui un Io si sente associato agli altri Io, e non sente bene nè sè, nè gli altri Io, mentre sente ciò in cui sta con questi unitamente riparato: l'Io di popolo, o l'Io della stirpe» (Rudolf Steiner, Il vangelo di Giovanni, pag. 125, trad. it. di Emmelina De Renzis, Lanciano, Carabba, 1930).
  5. David Friedrich Strauss, L'antica e la nuova fede, pag. 95, V. Maisner, 1876.
  6. «Socrate, per quanto si sappia, creò la concezione dell'anima che da allora ha sempre dominato il pensiero europeo» (Alfred E. Taylor, Socrate, Firenze, La Nuova Italia, 1952, p. 98). Cfr. anche Francesco Sarri, Socrate e la nascita del concetto occidentale di anima, Milano, Vita e Pensiero, 1997.
  7. Filippo Bartolone, Socrate: l'origine dell'intellettualismo dalla crisi della libertà, Milano, Vita e Pensiero, 1999, p. 31.
  8. Contrariamente alla tesi hegeliana, una trattazione esplicita della consapevolezza di sé non sarebbe estranea alla filosofia platonica (Giorgia Castagnoli, Interiorità e anima: la psychè in Platone, su ariannaeditrice.it, 2008.) Cfr. anche gli studi di L.M. Napolitano Valditara, Il sapere dell'anima: Platone e il problema della consapevolezza di sé, in Interiorità ed anima: la "psychè" in Platone, Milano, Vita e Pensiero, 2007, pp. 165-200.
  9. 1 2 Vito Fazio-Allmayer, IO, in Enciclopedia Italiana, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1933.
  10. Aristotele, Metafisica, VII, 3.
  11. Margherita Isnardi Parente, Introduzione allo stoicismo ellenistico, Laterza, 1993, p. 100.
  12. «Al tempo della nascita del cristianesimo comincia una nuova epoca. L'anima umana non può più sentire il pensiero come una percezione proveniente dal mondo esteriore. Essa sente il pensiero come creazione del suo essere proprio, intimo. […] Soltanto allora, per la prima volta, l'uomo avverte tutta l'estensione della sua vita animica come vero "io" nel vero senso della parola» (Rudolf Steiner, Gli enigmi della filosofia: dalle origini al secolo XIX [1901], vol. I, p. 19, trad. it. di Ernesto Buonaiuti, Ferdinando Gilardi editore, 1935).
  13. Giorgia Salatiello, Il soggetto religioso. Introduzione alla ricerca fenomenologico-filosofica, Pontificia Univ. Gregoriana, 1999.
  14. Tommaso Campanella ad esempio parlava di un sensus sui, un sapere e sentire che esisto, luogo dell'intimità che non può essere indagato di per sé, ma che sta a fondamento di ogni altra conoscenza (cfr. Metafisica, 1623).
  15. 1 2 3 4 5 6 7 8 L'Io, in Treccani.it – Enciclopedie on line, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
  16. «Per Cartesio l'autocoscienza è pensiero, e solo pensiero. […] Mentre per Campanella essa era l'uomo e ogni cosa della natura, […] la teoria ontologica cartesiana è tutta assorbita dall'esigenza critica del cogito al quale si riduce ogni dato; l'essere è condizionato dal conoscere» (Antonino Stagnitta, Laicità nel Medioevo italiano: Tommaso d'Aquino e il pensiero moderno, p. 78, Armando editore, Roma 1996 ISBN 88-7144-801-4).
  17. 1 2 3 Io, in Treccani.it – Enciclopedie on line, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2009.
  18. 1 2 Paolo Pecere, I due Io, in L'io senza soggetto e il soggetto senza io: questioni kantiane tra logica e antropologia, "Paradigmi. Rivista di critica filosofica", § 1, volume XL, n. 3, Il Mulino, 2022, pp. 503-4, DOI:10.30460/105753, ISSN 1120-3404 (WC · ACNP).
    Cfr. anche Roberto Assagioli, Il mistero dell'Io (PDF), Firenze, Istituto di Psicosintesi, 1933, pp. 3-5.
  19. Si tratta cioè di una creazione inconscia: «il mondo esterno esiste per me, solo in quanto nello stesso tempo io esisto e sono cosciente di me; [ma] appena io esisto per me, appena son cosciente di me, appena dico Io sono, trovo anche il mondo già esistente, e quindi che in nessun caso l'Io già cosciente può produrre il mondo» (Friedrich W. Schelling, cit. da Lezioni monachesi sulla storia della filosofia moderna, 1827, trad. it. in Scienza dello spirito e filosofia dello spirito (PDF), su ospi.it, 2005.)
  20. Xavier Tilliette, L'intuizione intellettuale da Kant a Hegel, a cura di Francesco Tomasoni, Morcelliana, Brescia 2001.
  21. Rudolf Steiner, Gli enigmi della filosofia, op. cit., p. 128, a cura di Lucia Bartolucci, Roma, Tilopa, 2004 ISBN 88-86222-18-1.
  22. Johann Gottlieb Fichte, Fondamenti dell'intera dottrina della scienza, versioni del 1794 al 1812.
  23. Michele Ruzzai, Il demiurgo e la possibilità negativa, su axismundi.blog, 2019.
  24. Gentile si riconosceva esplicitamente nell'idealismo trascendentale, affermando che l'«idealismo attuale è trascendentale, perché il suo pensare, come verità del pensato, è lo stesso Io puro kantiano, ma concepito senza transazioni con le esigenze dell'ingenuo empirismo realistico» (Giovanni Gentile, Discorsi di religione, pp. 53-55, Firenze, Sansoni, 1935).
  25. Carlo Altini, Individuo, Stato e società in Gentile, in Treccani.it – Enciclopedie on line, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2016.
  26. Gianmario Sabini, La negazione dell'io secondo Nietzsche, Rimbaud e Buddha, su liberopensiero.eu, 2018.
  27. Trad. it. in Friedrich Nietzsche, Al di là del bene e del male (PDF), a cura di Ferruccio Masini, introduzione di Giorgio Colli, Milano, Adelphi, 1968, pp. 12-13.
  28. Cfr. anche Abigail Corrales Diaz, L'io secondo Nietzsche, su thesis.unipd.it, 2022.
  29. Trad. it. in Friedrich Nietzsche, Degli sprezzatori del corpo, in Così parlò Zarathustra, traduzione di Renato Giani, parte I, Fratelli Bocca, 1915 [1885], p. 31.
  30. Andrea Altobrando, Il concetto di Monade nella fenomenologia, su siba-ese.unisalento.it, Lecce, UniSalento, 2014.
  31. Veniero Venier, L'individuo e la comunità intenzionale: Husserl e la fenomenologia personale, in "Dialeghestai", 2011, ISSN 1128-5478 (WC · ACNP).
  32. 1 2 Rudolf Steiner, La scienza occulta nelle sue linee generali Archiviato il 10 ottobre 2015 in Internet Archive. [1910], cap. II, trad. di E. De Renzis ed E. Bataglini, Bari, Laterza, 1947.
  33. Cit. in Rudolf Steiner, Il nono anno di vita: sentimento del proprio Io e solitudine, distacco dal mondo e paura, su liberascuola-rudolfsteiner.it, 2004.

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