close
Vai al contenuto

Donne nell'antico Egitto

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
BERJAYA
Statua di Idet e Ruiu, coppia di donne sedute contro una stele dorsale, Nuovo Regno, XVIII dinastia, 1480–1390 a.C., da Luxor/Tebe, forse dalla Necropoli tebana, Museo Egizio, Torino (Cat. 3056).[1]

Le donne nell'antico Egitto partecipavano alla vita economica della società e, davanti alla legge, avevano una posizione molto simile a quella degli uomini; nella famiglia, nella religione e nella vita pubblica svolgevano però spesso compiti diversi da quelli maschili.[2] L'unione di diritti legali simili e ruoli sociali distinti differenziava l'Egitto da altre società del Vicino Oriente antico, ma le notizie conservate riguardano soprattutto gli ambienti più ricchi: racconti, contratti, lettere e immagini furono prodotti in larga parte da uomini dei gruppi sociali più elevati e per uomini dello stesso ambiente; sulle famiglie contadine, invece, sappiamo molto meno.[2]

Testi e immagini non restituiscono quindi un'unica esperienza femminile, ma situazioni diverse per ricchezza, periodo, luogo, fascia d'età e tipo di testimonianza.[3] Nelle famiglie più ricche gli uomini ricoprivano incarichi nel governo e nei templi, mentre le donne erano ricordate soprattutto per la gestione della casa e la crescita dei figli; fra le donne meno ricche, invece, le fonti mostrano lavori come tessitura, produzione del cibo, scambi di mercato e servizi legati al culto.[4][5]

Status giuridico ed economico

[modifica | modifica wikitesto]

Capacità legale e proprietà

[modifica | modifica wikitesto]
BERJAYA
Frammento del papiro Wilbour, testo amministrativo sul controllo di terre e tasse agricole in cui 228 dei 2110 appezzamenti registrati appartengono a donne, Nuovo Regno, XX dinastia, circa 1147 a.C., Medio Egitto, Brooklyn Museum, New York (34.5596.4).[6]

Sul piano giuridico uomini e donne avevano una posizione molto simile: entrambi potevano essere persone libere, senza dipendere legalmente da un'istituzione o da un'altra persona.[7][8] Donne e uomini rispondevano delle proprie azioni nel diritto civile e nel diritto penale; potevano quindi essere interrogati, accusati in processi e condannati per furto.[7] La stessa capacità valeva per gli atti scritti: entrambi potevano avviare una causa ed essere citati in giudizio e presentarsi come testimoni in tribunale.[7][8] Le donne figurano meno spesso tra i testimoni perché si sceglievano persone presenti nel luogo dell'atto o del processo, luoghi frequentati soprattutto da uomini.[7]

Una donna poteva possedere, comprare e gestire a proprio nome beni mobili e immobili, senza dover passare attraverso un parente maschio.[7][8] L'archivio di Tsenhor, donna di una famiglia di choachytes vissuta in età persiana, conserva atti di vendita e affitto di terre, oltre a documenti su terre, schiavi, animali ed eredità; nel papiro Wilbour, testo del Nuovo Regno sulle tasse agricole, i proprietari sono indicati per 2110 appezzamenti, 228 dei quali, poco più del 10%, appartengono a donne; anche la stele di Apanage registra il passaggio di sedici appezzamenti di terra, due dei quali comprati da donne.[7]

Matrimonio e beni familiari

[modifica | modifica wikitesto]
BERJAYA
Statua di Amenmes e della moglie Taka, Nuovo Regno, XVIII dinastia, 1480–1390 a.C., da Luxor/Tebe, Museo Egizio, Torino (Cat. 3059).[9]
BERJAYA
Contratto matrimoniale, periodo tardo, XXX dinastia, 380–343 a.C., dall'Egitto, Metropolitan Museum of Art, New York (35.4.1a, b).[10]

Nel matrimonio sia l'uomo sia la donna potevano portare beni propri: abiti, oggetti da toeletta, gioielli, arredi domestici e anche beni immobili.[11] Ciò che apparteneva alla moglie e ciò che apparteneva al marito restava distinto dai beni acquistati dalla coppia durante il matrimonio.[12] Una donna conservava ciò che ereditava o comprava e poteva lasciarlo al figlio o alla figlia che preferiva.[13] Il marito trattava i beni familiari nei rapporti con altre persone, ma non poteva disporre senza conseguenze dei beni portati dalla moglie: vendendoli per conto della famiglia, doveva sostituirli con beni dello stesso valore.[12]

Durante il periodo faraonico il futuro marito si rivolgeva al padre della sposa o, se il padre era morto, alla madre o allo zio; dal 536 a.C. i contratti conservati sono firmati direttamente dagli sposi e stabiliscono i diritti della moglie e dei figli durante il matrimonio e in caso di divorzio.[13] Una coppia poteva vivere in una casa propria oppure con i genitori di uno dei coniugi; testi letterari, liste di parenti, il titolo "signora della casa" e la dimensione delle abitazioni indicano però che la soluzione più comune era una famiglia formata da genitori e figli.[14] Gli atti di rendita, cioè documenti che fissavano il mantenimento dovuto alla moglie, garantivano alla donna forniture annuali di grano e denaro per abiti e altri bisogni per tutto il periodo in cui ella lo desiderava, proteggendo anche i figli della donna e stabilendo che ereditassero i beni del marito e quelli acquistati in seguito.[12] In caso di divorzio, che poteva essere avviato dal marito o dalla moglie, ciascun coniuge conservava i propri beni personali, compresi gli immobili; i beni acquistati insieme erano divisi di norma per due terzi al marito e un terzo alla moglie, mentre le parti degli atti di rendita dedicate all'eredità dei figli restavano valide; dopo il divorzio entrambi gli ex coniugi erano liberi di risposarsi.[12][13]

Donne lavoratrici

[modifica | modifica wikitesto]
BERJAYA
Statua di portatrice di offerta con cesto e contenitori alimentari, Medio Regno, inizio XII dinastia, 1939–1875 a.C., da Assiut, tomba di Minhotep, Museo Egizio, Torino (Suppl. 8794).[15]

Le fonti non parlano di tutte le lavoratrici con la stessa abbondanza: testi e immagini si soffermano più spesso sulle donne legate a famiglie ricche, templi e corte, mentre le donne più povere compaiono più raramente; le notizie si ricavano soprattutto da scene tombali dipinte o scolpite e da documenti privati, come lettere, ricevute e atti legali.[16] Le tombe mostrano i lavori secondo le regole dell'arte funeraria e secondo le preferenze del proprietario; i documenti privati, invece, riflettono i luoghi e i periodi in cui sono sopravvissuti.[17] Le cariche dello Stato e dei templi spettavano soprattutto agli uomini; per le donne, testi e immagini parlano soprattutto di tessitura, produzione del cibo e della birra, scambi di mercato, musica e servizio religioso.[5][18] Per le donne di rango elevato tornano soprattutto casa, figli e titoli religiosi o musicali; negli strati meno ricchi si vedono invece attività manuali e commerciali, dalla tessitura al mercato.[4][5] Nel Nuovo Regno il titolo femminile più comune era nbt pr, "signora della casa": non indicava semplicemente una casalinga nel senso moderno, ma una donna riconosciuta come responsabile della casa.[16]

Il settore tessile impiegava donne già nell'Antico Regno, benché le prime immagini di lavoratrici dei tessuti risalgano al Medio Regno.[19] Nell'Antico Regno alcune donne portavano il titolo di sovrintendente della casa dei tessitori; anche il geroglifico antico per "tessitore" raffigura una donna seduta con un bastone in mano.[19][20] Nel Medio Regno le scene conservate seguono molte fasi della lavorazione del lino, compresa la raccolta della fibra; nella tomba di Khnumhotep a Beni Hasan, per esempio, alcune donne filano e tessono.[19] Una lettera proveniente da Kahun e datata alla fine della XII dinastia descrive uno sciopero di tessitrici che non avevano ricevuto il pagamento per il loro lavoro.[21] Nel Nuovo Regno testi e immagini sulla produzione tessile diventano meno numerosi e danno più spazio agli uomini, senza far scomparire il lavoro femminile; nella tomba di Neferrenpet, capo dei tessitori nel tempio funerario di Ramses II, una delle cinque persone ritratte nel laboratorio tessile è una donna, mentre alcuni testi di Deir el-Medina ricordano mogli di operai che aumentavano il proprio reddito tessendo e scambiando stoffe.[22]

La preparazione di cibo e bevande, soprattutto pane e birra, rientrava fra i lavori femminili più visibili; entrambi erano alimenti fondamentali nell'alimentazione egizia.[23] Fra queste attività, la macinazione del grano era svolta soprattutto da donne.[23] Per l'Antico Regno, la vagliatura e la setacciatura del grano sono rappresentate come lavori femminili, mentre non vi sono prove chiare di una partecipazione attiva delle donne ad altri momenti del raccolto; un frammento da Saqqara mostra tuttavia una spigolatrice.[24] Nel Nuovo Regno la produzione di cibo e birra restò un lavoro femminile sia per uso personale sia al servizio di parenti o datori di lavoro; le donne partecipavano inoltre agli scambi di mercato, poiché l'economia egizia funzionava soprattutto attraverso baratto, scambio e redistribuzione dei beni, con presenze femminili al mercato dall'Antico Regno in poi; i primi casi noti di donne coinvolte nel baratto in un mercato risalgono alla V e alla VI dinastia, in rilievi frammentari da Saqqara che mostrano venditrici e compratrici.[25] Le scene e i testi conservati dell'Antico Regno sono pochi, ma bastano a indicare scambi fra donne e con uomini: in una scena una donna compra cibo da un'altra donna, mentre in un'altra una venditrice si rivolge a un cliente maschio; alcune lettere dal villaggio di Deir el-Medina mostrano poi donne incaricate di fare acquisti per altre persone.[24][26]

Anche musica, danza e culto potevano dare lavoro alle donne; nell'Antico Regno gruppi femminili chiamati khener erano legati a vari culti e svolgevano soprattutto canto e danza; lo stesso termine poteva indicare anche donne che cantavano e danzavano nella casa raffigurata nelle cappelle funerarie.[27] Nel Nuovo Regno, soprattutto nel Terzo periodo intermedio, si incontrano cantatrici del tempio di Amon, spesso appartenenti a famiglie di rango elevato.[28] Alcune donne dirigevano inoltre servizi nella casa di altre donne di alto rango: nell'Antico Regno compaiono sovrintendenti al servizio di regine e principesse, insieme a titoli come "ispettore del tesoro", "sovrintendente degli ornamenti" e "sovrintendente dei tessuti".[29]

Salute, gravidanza e parto

[modifica | modifica wikitesto]
BERJAYA Lo stesso argomento in dettaglio: Medicina egizia e Papiri medici egizi.
BERJAYA
Coltello rituale decorato con divinità protettrici, usato per proteggere la nascita e i primi anni di vita, Medio Regno, XII–XIII dinastia, circa 1981–1640 a.C., dall'Egitto, Metropolitan Museum of Art, New York (30.8.218).[33]

I testi medici egizi trattano fertilità, sessualità, parto e salute dei bambini, dal periodo faraonico fino all'età romana.[34] Comprendono formule, rimedi e prescrizioni per disturbi femminili e infantili, in particolare dell'utero, della vulva, della vescica e dello stomaco, oltre a passi sul travaglio, sull'accelerazione della nascita, sulla protezione di madre e bambino, sulla fertilità, sulla contraccezione e sul parto, insistendo soprattutto sulla protezione della donna prima, durante e dopo la nascita, del feto, del neonato e del bambino piccolo, mentre lo svolgimento del parto non è descritto passo per passo.[35] Il parto era uno dei momenti più rischiosi per le donne e per i neonati: è stato stimato che il 20% delle gravidanze non arrivasse al termine, che il 20% dei bambini morisse entro il primo anno di vita e che il 30% dei sopravvissuti non raggiungesse i cinque anni; di fronte a questi pericoli si ricorreva a rimedi medici, formule pronunciate nei riti e oggetti protettivi.[36]

Il papiro ginecologico di Kahun, il papiro medico di Berlino e il Papiro Carlsberg contengono prove per stabilire se una donna fosse fertile, incinta o in attesa di un maschio o di una femmina; nel Papiro Ebers si trova anche un testo per prevedere la sopravvivenza del neonato.[36] Alcune ricette miravano a impedire il concepimento: una del Papiro Ebers prescrive una miscela di acacia, carrubo, datteri e miele posta su lino e applicata alla donna.[37] Un'altra ricetta del papiro di Kahun prevede miele applicato alla vagina su un letto di natron.[38] Un metodo descritto nel papiro medico di Berlino chiedeva alla donna di bagnare ogni giorno con la propria urina alcuni semi, identificati come grano e spelta oppure come grano e orzo: se i semi crescevano, la donna era considerata incinta; se cresceva solo uno dei due cereali, il risultato era letto come indicazione del sesso del bambino.[39] Una prova moderna condotta su urine di donne incinte, donne non incinte e uomini indicò che la crescita di uno o entrambi i cereali poteva essere un indizio positivo di gravidanza, ma l'assenza di crescita non bastava a escluderla; la previsione del sesso del nascituro risultò invece inattendibile.[40] Studi più recenti hanno ricollegato la sensibilità del test alle alte concentrazioni di estrogeni nell'urina delle donne incinte, in grado di accelerare la germinazione dei cereali, mentre la determinazione del sesso del nascituro non ha alcun fondamento fisiologico.[41]

Gravidanza, parto e primi anni di vita richiedevano anche l'aiuto di divinità come Bes, Heqet e Tueret, richiamate con oggetti portati sul corpo o usati nei riti domestici, come amuleti, recipienti a forma umana e coltelli rituali.[36] Nel Medio Regno e nel Secondo periodo intermedio coltelli rituali in avorio entrarono in riti destinati a proteggere donne e bambini di tutti i gruppi sociali; spesso in avorio di ippopotamo, potevano essere decorati con figure divine legate alla nascita e con iscrizioni di protezione per la donna e per il bambino, mentre le tracce d'uso su alcuni esemplari indicano che potevano servire a tracciare cerchi protettivi intorno ai letti dei bambini.[42] Alcuni recipienti a forma umana della XVIII dinastia univano tratti umani e tratti della dea-ippopotamo Tueret: ventre gonfio, gambe tozze e seni piatti.[43] L'unguento contenuto in recipienti di questo tipo era ritenuto utile ad alleviare i disturbi fisici della gravidanza, come le smagliature e il pericolo di aborto spontaneo.[36] Amuleti raffiguranti Tueret, Heqet e Bes servivano infine a proteggere donne incinte e neonati.[44]

Le descrizioni più dettagliate del parto non provengono dai testi medici, ma da racconti, testi religiosi e scene di nascita divina, cioè scene in cui la nascita del re o di una divinità è presentata come un evento sacro.[35] Nel Papiro Westcar, il racconto della nascita dei tre futuri re della V dinastia egizia presenta cinque divinità inviate da Ra in soccorso della partoriente Reddedet: Iside, Nefti, Meskhenet, Heqet e Khnum, travestite da musiciste con Khnum al seguito come portatore. Iside si pone davanti alla partoriente, Nefti dietro di lei e Heqet accelera il parto; dopo la nascita, il bambino viene lavato, il cordone ombelicale è tagliato e il neonato viene deposto su un cuscino sopra mattoni; Meskhenet annuncia il destino regale del bambino, mentre Khnum gli dà salute al corpo.[45] Il mattone da parto è citato in testi egizi e conosciuto anche da un esemplare archeologico, scoperto nel 2001 da Josef Wegner nella residenza del sindaco a Wah-sut, Abido meridionale, decorato con scene di madre e neonato e con figure protettrici; il pezzo è datato alla tarda XIII dinastia.[46][47] Sulla base di questi dati è stato ricostruito un parto con quattro mattoni, collegato anche a testi di età greco-romana nei quali quattro dee sono associate alla nascita e al destino.[48] Dopo il parto, i mattoni potevano sostenere il neonato durante riti medici e protettivi, compresa la separazione del cordone ombelicale; in questo modello i mattoni venivano preparati con un rito, la partoriente stava in piedi sui mattoni, due donne la sostenevano e una terza donna proteggeva lo spazio del parto con un coltello rituale.[49]

Scene di nascita divina si trovano nei templi del Nuovo Regno e nei mammisi di età tolemaica e romana; nel Tempio di Luxor la donna siede su un trono collocato sul livello superiore di un letto ed è sostenuta da due donne inginocchiate, una davanti e una dietro di lei, mentre altre donne tengono il neonato e assistono dopo la nascita.[50] In altre versioni dei mammisi, la madre resta sostenuta da due donne mentre tiene in braccio il bambino appena nato.[51] Una scena del mammisi di Armant, distrutto nel XIX secolo, mostrava invece la partoriente inginocchiata a terra, senza letto né trono, con le braccia sollevate e sostenute da una donna posta dietro di lei; una donna inginocchiata davanti alla partoriente riceveva o aiutava a estrarre il bambino.[52] Due formule del papiro Brooklyn 47.218.2 descrivono invece la partoriente distesa su una stuoia o su un letto, con dee disposte intorno al suo corpo; in queste formule Iside, Nefti, Hathor, Renenutet e Ipetweret proteggono la donna da posizioni diverse, presso il ventre, dietro di lei, sotto la testa o sotto le gambe.[53] Testi e immagini affidano il parto soprattutto a donne e figure divine femminili: il parto non è descritto come intervento di un medico o di un mago maschio, perché l'assistenza alla partoriente e la cura del neonato spettano a dee e levatrici divine, apparendo quindi come un momento da aiutare più che come una malattia da curare.[54]

Ruoli religiosi

[modifica | modifica wikitesto]
BERJAYA Lo stesso argomento in dettaglio: Musica dell'antico Egitto e Cantatrice.
BERJAYA
Sarcofago di Tamutmutef, cantatrice di Amon, Terzo periodo intermedio, XXIXXII dinastia, 1076–791 a.C., da Luxor/Tebe, Museo Egizio, Torino (Cat. 2228/01).[58]

Canto e strumenti musicali accompagnavano la religione egizia, le feste, i riti e la vita di corte.[59][60] Nel tempio la musica doveva rallegrare e pacificare il dio.[60][61] Molte donne note nel culto avevano il titolo di cantatrice o di musicista del tempio; i loro nomi arrivano da pitture e rilievi di templi e tombe, genealogie su sarcofagi e stele.[60] Le donne di famiglie ricche potevano avere titoli religiosi, in particolare legati alla musica e al canto nei templi; gli incarichi amministrativi e di governo restavano invece occupati soprattutto da uomini.[62]

Le prime cantatrici dei templi si trovano nei rilievi tombali dell'Antico Regno, intorno al 2500 a.C.; in questo periodo portavano il titolo di ḥs.t, "cantatrice", quasi sempre femminile; molte appartenevano al khener, un gruppo professionale di danzatori e cantanti legato a divinità come Bat, Hathor, Wepwawet e Horus.[60] Nell'Antico Regno il termine khener poteva indicare anche donne che cantavano e danzavano nella casa raffigurata nelle cappelle funerarie.[27] Entro la metà dell'Antico Regno il khener comprendeva anche uomini; nel tardo Medio Regno nacque una nuova categoria di cantatrici, chiamate šmʿyt, ma i testi non spiegano in che cosa i loro compiti musicali fossero diversi da quelli delle cantatrici precedenti.[60]

Nel Nuovo Regno molte donne con i titoli di ḥs.t o šmʿyt, comprese principesse e regine, sono ritratte mentre scuotono il sistro come musiciste dei templi; all'inizio del periodo le cantatrici provenivano dalle famiglie di rango più elevato e molte erano sposate con sacerdoti, anche se marito e moglie non servivano necessariamente la stessa divinità, mentre durante la XIX e la XX dinastia il gruppo divenne socialmente più vario: i mariti sono indicati come scribi, lavandai e militari, non solo come sacerdoti.[60] Nel Terzo periodo intermedio, le donne con il titolo di "cantatrice dell'interno del tempio di Amon" appartenevano agli strati più alti della società tebana; alcune erano principesse o figlie del sindaco di Tebe.[28] Le cantatrici lavoravano in turni, prestando servizio per un mese ogni quattro.[63] Ogni grado aveva una responsabile: le šmʿyt erano poste sotto una "grande cantatrice" o una "sovrintendente delle cantatrici", mentre le cantatrici dell'interno del tempio di Amon dipendevano da una "grande cantatrice dell'interno del tempio di Amon"; al vertice potevano trovarsi i titoli femminili più alti del clero tebano, ovvero, nel Nuovo Regno, la Sposa del dio Amon (ḥmt nṯr n Imn), poi affiancata, a partire dalla XX dinastia, dal titolo di Divina Adoratrice di Amon (dwȝt nṯr n Imn); nel Terzo periodo intermedio le due cariche tendono a coincidere nella stessa persona, sempre accanto al primo sacerdote di Amon a Karnak, i due funzionari più influenti di Tebe e responsabili della grande ricchezza di Amon.[63][64] Donne di rango elevato potevano avere anche incarichi di responsabilità presso regine e principesse; nell'Antico Regno appaiono sovrintendenti al servizio di donne della famiglia reale, insieme a titoli collegati al tesoro, agli ornamenti e ai tessuti.[29]

Le cantatrici dell'interno del tempio di Amon accompagnavano il primo sacerdote durante il rito quotidiano: la statua del dio era custodita nel santuario e, aperte le porte, veniva purificata e riceveva offerte di cibo e bevande, abiti, gioielli e profumi.[65] Le cantatrici prendevano parte anche alle feste in cui la statua del dio usciva dal tempio per raggiungere altri luoghi di culto o per dare risposte considerate divine.[66] La musica accompagnava occasioni pubbliche e private: templi, palazzi, processioni religiose, parate militari, funerali e feste private, mentre nelle scene di banchetto dell'Antico Regno i gruppi musicali comprendevano cantanti, persone incaricate di battere il ritmo, arpisti, suonatori di flauto lungo e di doppio clarinetto, con l'ingresso nel Nuovo Regno di tamburelli, liuti, lire e doppio oboe.[61]

Nella festa di Opet, quando Amon viaggiava dal tempio di Karnak al Tempio di Luxor, una scena mostra la regina che scuote due sistri davanti alla barca del dio; dietro di lei si trovano sette donne indicate come "cantatrici di Amon", con menat e sistri, mentre al ritorno della barca verso Karnak altre cantatrici con sistri e menat sono raffigurate accanto a un suonatore di grande tamburo e a un gruppo di Libici con bastoni da percussione; nelle scene della festa Sed di Amenofi III nella tomba di Kheruef principesse con sistro e menat partecipano al rito dell'erezione del pilastro Djed.[66] Alcune cantatrici agirono anche fuori dal rito: Herere, cantatrice di Amon-Ra e "grande del khener", scrisse a un comandante militare ordinandogli di preparare razioni per operai a Tebe, mentre Hennuttawy intervenne nella consegna di grano al tempio su richiesta dello scriba della necropoli.[65]

Ruolo politico e amministrativo

[modifica | modifica wikitesto]

Regine e donne faraone

[modifica | modifica wikitesto]
BERJAYA Lo stesso argomento in dettaglio: Grande sposa reale.
BERJAYA
Il tempio funerario di Hatshepsut a Deir el-Bahari in una fotografia storica di Francesco Ballerini, Museo Egizio, Torino, Archivio fotografico (C01146).[70]
BERJAYA
Busto in grovacca, alto circa 14 cm, attribuito a Sobekneferu, considerata la prima donna faraone attestata con sicurezza; appartenuto all'Ägyptisches Museum di Berlino (ÄM 14475), perduto durante la seconda guerra mondiale. Medio Regno, XII dinastia, circa 1800 a.C.[71][72]

Le donne della famiglia reale sono conosciute attraverso testi, immagini monumentali e sepolture, ma le loro vite non possono essere prese come modello per tutte le altre donne egizie; nei rilievi dei templi le regine sostenevano spesso il re, accompagnando il sovrano nelle offerte, cantando o scuotendo il sistro per placare la divinità, mentre durante il periodo amarniano Nefertiti è mostrata anche mentre compie offerte in proprio, senza la presenza di Akhenaton. Durante i regni di Akhenaton e Amenofi III alcune regine usarono elementi dell'immagine regale maschile, come nelle scene in cui Tiy e Nefertiti attaccano o sottomettono nemiche dell'Egitto.[73] Hatshepsut assunse il potere regale nel Nuovo Regno: dopo la morte di Thutmose II, governò dapprima come reggente per il giovane Thutmose III, assumendo poi il titolo di re, con i pieni poteri del trono, come coreggente anziana; le sue immagini regali potevano mostrarla con l'aspetto tradizionale del sovrano maschile.[74]

Donne a corte e harem reale

[modifica | modifica wikitesto]
BERJAYA
Statua cubo di Keret, soprintendente dell'harem, Nuovo Regno, XVIII dinastia, regni di Amenofi II e Thutmose IV, 1425–1390 a.C., Museo Egizio, Torino (Cat. 3085).[75]

Nell'antico Egitto il termine harem non indica soltanto una parte del palazzo riservata alle donne: l'harem reale comprendeva le donne e i bambini della famiglia reale, il personale che lavorava per loro e strutture come palazzi, appartamenti, terre agricole e laboratori, indicando dunque persone, luoghi e beni della casa del faraone, non solo uno spazio separato per le donne.[76] Nel Nuovo Regno i matrimoni diplomatici aumentarono il numero delle persone nei quartieri femminili della famiglia reale; alcune donne erano probabilmente concubine più che mogli, mentre alcune mogli reali sembrano avere ricevuto tenute con amministratori per il loro mantenimento.[77] Le donne vicine al re potevano vivere in luoghi diversi e partecipare alla vita della corte, della famiglia reale e della casa del sovrano.[76]

Funzionarie e titoli amministrativi

[modifica | modifica wikitesto]
BERJAYA Lo stesso argomento in dettaglio: Divina Sposa di Amon.
BERJAYA
Statua del soprintendente al bestiame Amenemheb e della moglie Nedjem-mut, cantatrice di Amon, Nuovo Regno, XIX dinastia, 1292–1190 a.C., da Luxor/Tebe, forse dalla Necropoli tebana, Museo Egizio, Torino (Cat. 3054).[78]

Gli incarichi del governo e dei templi spettavano soprattutto agli uomini; per le donne di alto rango, i testi parlano più spesso di gestione della casa e di ruoli religiosi o musicali.[62] Il titolo femminile nbt pr, "signora della casa", non equivale semplicemente alla parola moderna "casalinga": indicava una donna riconosciuta come responsabile della casa.[4] Tra i titoli femminili legati ai templi, quello di "cantatrice dell'interno del tempio di Amon" apparteneva, nel Terzo periodo intermedio, a donne di famiglie tebane di rango elevato.[28] Nello stesso periodo, quando Meresamun era attiva, le cariche di Sposa del dio Amon e di Divina Adoratrice di Amon, ormai cumulate, erano tenute da una principessa e davano potere nell'area tebana.[64] Shepenwepet, figlia di Osorkon III, fu molto ricca e influente, come le donne che le succedettero, che durante il dominio nubiano, tra il 747 e il 656 a.C., governarono di fatto l'area tebana per conto del faraone; le cantatrici di alto rango, come Meresamun, potevano essere ritratte accanto alla Sposa del dio Amon, indicando così il loro legame con questa carica nel culto.[64] Negli uffici di governo ordinario, invece, i testi e le immagini conservati nominano donne solo di rado.[62]

Figure divine femminili

[modifica | modifica wikitesto]
BERJAYA Lo stesso argomento in dettaglio: Divinità egizia.
BERJAYA
Statua della dea Sekhmet, con corpo femminile e testa di leonessa, Nuovo Regno, XVIII dinastia, regno di Amenofi III, 1390–1353 a.C., da Karnak, tempio di Mut, Museo Egizio, Torino (Cat. 251).[79]

Nella religione egizia le dee proteggevano madri e bambini, accompagnavano i morti, sostenevano il re o agivano come divinità guerriere.[80][81] Le loro funzioni non si limitavano alla maternità e alla protezione, ma comprendevano anche guerra, malattia, morte e potere regale.[80][82] Iside e Nefti appartenevano al gruppo divino dell'Enneade: erano figlie di Geb e Nut e sorelle di Osiride e Seth; Iside, moglie di Osiride e madre di Horus, proteggeva e guariva ricorrendo alla magia, mentre Nefti era moglie di Seth ed era legata al lutto, ai funerali e alla protezione dei morti, proteggendo insieme a Iside i corpi mummificati e accompagnando i defunti nell'oltretomba.[80]

Hathor univa amore, gioia, musica, bellezza, maternità e fertilità, mostrandosi in forme diverse: donna con corna bovine e disco solare, vacca o donna con testa di vacca; il suo copricapo fu usato anche nelle rappresentazioni delle regine egizie, segno del legame tra la dea e l'immagine femminile della regalità, mentre Bastet, legata ai gatti, alla fertilità, al parto, alla gioia e alla danza, appariva spesso con corpo umano e testa di gatto.[80]

Gravidanza, parto e primi anni di vita erano posti anche sotto la protezione di divinità dall'aspetto non sempre umano.[36] Tueret era dea del parto, della fertilità, della protezione, della maternità e della famiglia; nelle immagini aveva forma di ippopotamo femmina eretto, con ventre e seni di donna incinta.[80] Oggetti protettivi, amuleti e recipienti a forma umana richiamavano Tueret, Heqet e Bes per difendere donne incinte e neonati.[36] Alcuni recipienti della XVIII dinastia combinavano il corpo di una donna incinta con caratteri propri di Tueret.[43]

Neith era nota già in età predinastica; legata alla caccia e alla guerra, aveva tra i suoi attributi la corona rossa del Basso Egitto e arco e frecce.[81] Sekhmet aveva di norma corpo di donna e testa di leonessa, riunendo guerra, distruzione, potenza, malattie e protezione contro il male.[80][83] Anat entrò nel gruppo delle divinità egizie alla fine del Medio Regno; dea guerriera di origine vicino-orientale, restava connessa alla famiglia reale e alla protezione del re in battaglia, mentre Astarte, anch'essa di origine vicino-orientale, compariva in testi regali e non regali ed era associata al cavallo, usato in Egitto soprattutto in guerra.[83]

Iconografia femminile

[modifica | modifica wikitesto]
BERJAYA
Facsimile di una pittura dalla tomba di Nakht (TT52), con Nakht e la moglie davanti alle offerte, copia del 1909 da un originale del Nuovo Regno, XVIII dinastia, circa 1410–1370 a.C., originale da Tebe, Sheikh Abd el-Qurna; Metropolitan Museum of Art, New York (15.5.20).[87]
BERJAYA
Statua della signora Suemnebu, dedicata dal figlio Khaty, Nuovo Regno, XVIII dinastia, 1480–1390 a.C., da Luxor/Tebe, Museo Egizio, Torino (Cat. 3090).[88]

Nell'arte egizia uomini e donne erano riconoscibili dal colore della pelle, dall'acconciatura, dalla forma del corpo, dagli abiti e dalle parti lasciate scoperte.[89] Il modo di dipingerli o scolpirli cambiava secondo sesso, rango, origine ed età.[89][90] Le donne delle élite erano di solito raffigurate con un corpo giovane, snello, curato e ornato.[91] Un frammento dipinto dalla tomba di Nebamun, datato alla XVIII dinastia e conservato al British Museum, presenta Nebamun, la moglie e la figlia secondo un ideale di bellezza delle classi elevate, con corpi vigorosi, abiti fini e capelli curati.[90] Anche il colore della pelle distingueva le figure: gli uomini erano in genere dipinti con pelle bruno-rossastra, mentre le donne avevano spesso pelle rosso chiaro o gialla; la regola, però, non era priva di eccezioni.[92] Gli abiti dipinti o scolpiti non corrispondono sempre a quelli ritrovati dagli archeologi; nelle immagini, le vesti femminili molto aderenti o trasparenti servivano soprattutto a mostrare o coprire parti del corpo, più che a descrivere con precisione gli abiti indossati nella vita quotidiana, mentre la nudità dei bambini e delle donne di condizione più bassa indicava età, rango e ruolo sociale.[92]

Nei ritratti d'élite ricorrono capelli lunghi e folti, talvolta intrecciati; musiciste e danzatrici di condizione più bassa potevano invece essere rappresentate quasi nude, con tatuaggi, acconciature particolari e posture più libere.[93] Le donne che piangono il defunto nelle scene funerarie si riconoscono dai capelli sciolti, dagli abiti in disordine e dai gesti ampi delle braccia e delle mani.[94] Rango e condizione sociale si leggevano anche nel corpo: nella maggior parte dei casi, ventre prominente, postura curva o lineamenti marcati appartengono soprattutto a figure di condizione più bassa; i segni dell'età sono più frequenti nei corpi maschili, mentre i corpi femminili tendono a conservare una forma giovane e snella; in alcune pitture ramessidi, tuttavia, uomini e donne anziani hanno capelli bianchi.[90] Cosmetici, gioielli e ornamenti completavano l'aspetto del corpo dipinto o scolpito e si trovano nelle immagini e nei corredi funerari insieme a preparati profumati e idratanti per la pelle e i capelli; il trucco degli occhi, con linee che prolungano le sopracciglia e gli angoli oculari, poteva segnalare una condizione eccezionale o sovrumana, come nel caso del re, degli dei e dei defunti trasformati nell'aldilà.[92]

Donne nella letteratura egizia

[modifica | modifica wikitesto]
BERJAYA
Foglio del papiro D'Orbiney con la Storia dei due fratelli, XIX dinastia, circa 1215 a.C., da Menfi, British Museum, Londra (EA10183,10).[98]
BERJAYA
Papiro Prisse, con testi della letteratura sapienziale egizia, tra cui gli insegnamenti di Ptahhotep e Kagemni.

Gli autori della letteratura egizia non presentarono le donne sempre nello stesso modo: madre, moglie, vedova, straniera e servitrice appaiono in ruoli diversi a seconda del tipo di testo e del periodo.[99][100][101] Gli insegnamenti e i racconti erano scritti da uomini e rivolti soprattutto a uomini;[100] presentandosi come consigli dati da un uomo anziano a una persona più giovane, spesso un figlio, trattando casi della vita familiare, sociale e professionale.[101][102] Non è conservato un testo analogo rivolto direttamente alle donne; ciò che questi scritti dicono sulle donne proviene quindi da passi destinati a lettori maschi.[102] Gli insegnamenti non descrivono tutta la vita femminile, perché esprimono soprattutto il punto di vista dei gruppi sociali medio-alti che sapevano leggere e scrivere; essi presentavano idee generali sulle donne anziché ritratti di singole persone.[101]

La madre occupa un posto positivo negli insegnamenti.[101][103] Nelle Massime di Ani il figlio è invitato a ricordare il nutrimento, la cura e l'educazione ricevuti da lei, mentre altri testi collegano la madre all'allevamento dei figli e alla loro formazione.[104] Nella Satira dei mestieri il rispetto per la madre è usato come paragone per indicare il valore della carriera di scriba; lo stesso testo condanna la menzogna contro di lei.[101]

Alla moglie è riservato invece un ritratto più articolato: da un lato è lodata come possibile madre e come signora della casa, dall'altro compare in alcuni passi come causa di lite, pettegolezzo o disordine per il marito.[101][105] Il titolo nbt pr, "signora della casa", ricorre spesso per indicare la moglie nel suo sommo ruolo domestico, legato alla casa e alla famiglia.[106] Nelle Massime di Ptahhotep il marito è esortato a nutrire, vestire e rallegrare la moglie senza crudeltà né conflitto; la riuscita del matrimonio dipende anche dal comportamento del marito, perché la moglie può reagire bene o male al modo in cui viene trattata.[101] Nell'Insegnamento di Ani il rapporto fra marito e moglie passa più spesso attraverso la buona gestione della casa e dei beni familiari, con la moglie presentata come collaboratrice nell'ordine domestico.[101][105]

Una parte degli insegnamenti mette in guardia contro l'adulterio e le relazioni sessuali fuori dal matrimonio.[101][107] I testi ammoniscono l'uomo a non avvicinarsi alla moglie di un altro e descrivono le donne esterne alla famiglia, comprese le straniere o quelle provenienti da un'altra città, come un pericolo per la stabilità della casa.[101][108] Nell'Insegnamento di Ani e nella lettera satirica dello scriba Hori, la donna sola o straniera prende l'iniziativa in una relazione illecita; il pericolo è però presentato soprattutto come rischio per l'uomo a cui il testo si rivolge.[101] Le vedove sono invece persone da non opprimere e da proteggere: negli insegnamenti di Merikare e di Amenemope il sovrano o il destinatario dell'insegnamento è invitato a non danneggiare la vedova e a non usurparne i beni o i confini dei campi.[109]

Nei testi religiosi e mitologici, Iside, vedova di Osiride e madre di Horus, protegge il figlio e agisce per garantirgli il trono del padre; nella Disputa tra Horo e Seth interviene più volte a favore di Horus, ingannando Seth e modificando l'esito dello scontro.[110] Nella leggenda di Iside e Ra la dea cerca di ottenere il nome segreto del dio solare per trasmetterne il potere a Horus, presentandosi ancora come madre attiva e protettrice.[111] Nel mito della vacca celeste, invece, Hathor-Sekhmet è usata da Ra come forza distruttiva contro gli uomini e continua la strage finché viene fermata con un inganno.[112]

Nei racconti le figure femminili sono meno numerose, ma spesso decisive.[113] Nella Storia dei due fratelli, la moglie di Inpu tenta di sedurre Bata, viene respinta e accusa falsamente il giovane davanti al marito, provocando la fuga di Bata e la rottura tra i due fratelli.[114] Nei racconti del Papiro Westcar, la moglie di Ubainer tradisce il marito con un uomo di rango inferiore e viene poi condannata dal re; il racconto collega adulterio, castigo e distruzione del corpo, tema grave in una cultura che faceva dipendere la sopravvivenza nell'aldilà anche dall'integrità del corpo.[115] Questi racconti servivano anche ad ammonire: avvertivano gli uomini del pericolo di relazioni illecite e mostravano alle donne le conseguenze attribuite al comportamento ritenuto scorretto.[101][116]

Lettere e atti della vita quotidiana mostrano un quadro diverso da quello degli insegnamenti e dei racconti.[117] Nei testi di Deir el-Medina e in altri documenti si trovano casi di adulterio, accuse, procedimenti locali e donne coinvolte in furti, falsi giuramenti o congiure di palazzo.[118]

Immagine della donna egizia nei mass media

[modifica | modifica wikitesto]
BERJAYA
Theda Bara in un'immagine di scena dal film Cleopatra del 1917, prodotto da Fox Film Corporation e diretto da J. Gordon Edwards: i costumi rivelatori e l'ambientazione esotizzante fissarono per il pubblico americano l'immagine di Cleopatra come vamp seducente e pericolosa.[119]

Nei media moderni, divinità, regine e donne egizie sono spesso rappresentate con corpi sessualizzati, abiti ridotti o pose pensate per suggerire un Egitto antico erotico e spettacolare, più che per riprodurre con precisione l'arte egizia; la nudità o la semi-nudità presenti nelle pitture e nei rilievi egizi sono state spesso reinterpretate, in film, fumetti e videogiochi, come elementi di erotismo, mentre nelle immagini egizie seguivano modi di rappresentare il corpo legati all'arte e alla religione.[120]

Nelle opere contemporanee Cleopatra e Nefertiti sono le figure femminili egizie più ricorrenti; attorno a queste e all'Egitto faraonico ricorrono temi quali erotismo e sessualità, harem, poligamia, lusso e dominio maschile, legati più agli stereotipi moderni sull'Oriente che ai testi e alle immagini egizi.[121][122][123] Cleopatra è spesso trasformata in una donna seducente e pericolosa, vicina al modello della femme fatale, cioè della donna affascinante che porta rovina o pericolo; questa immagine non è solo di origine moderna, dato che riprende testi e immagini dell'antichità greca e della propaganda romana, nei quali la regina era presentata in modo negativo e sessualizzato.[122][124] Il cinema ha rafforzato l'immagine di Cleopatra come femme fatale con film come Cleopatra del 1917 con Theda Bara e Cleopatra del 1934 di Cecil B. DeMille, con Claudette Colbert; la stessa figura seduttiva torna nel colossal hollywoodiano Cleopatra del 1963 di Joseph L. Mankiewicz, con Elizabeth Taylor e Richard Burton.[119]

Il videogioco Assassin's Creed: Origins colloca Cleopatra in una ricostruzione dell'Egitto tolemaico realizzata anche con consulenti storici, archeologi, linguisti ed egittologi.[125] Il gioco riprende tuttavia immagini negative diffuse dalla tradizione romana e poi ripetute nei secoli successivi: la regina appare sensuale, amante del lusso, manipolatrice e costruita come figura pericolosa.[126] Nella parte finale torna l'immagine ostile diffusa dalla propaganda di Augusto, il suo avversario romano: Cleopatra appare immorale e promiscua, mentre il suo ruolo politico resta in secondo piano.[127]

Anche Nefertiti è diventata nei media moderni una figura riconoscibile e ricorrente, spesso collegata al Periodo amarniano e alla contrapposizione fra potere regale, riforma religiosa e vita di corte. Nel cinema la sua storia è stata talvolta trasformata in melodramma, con una regina presentata più attraverso amori, rivalità e intrighi di palazzo che attraverso il suo ruolo politico. Ad esempio il film italiano Nefertite, regina del Nilo del 1961, diretto da Fernando Cerchio, porta questa immagine nel filone del peplum: il morente Amenofi III impone al figlio, futuro Akhenaton, di sposare Tanith, figlia del gran sacerdote; lei ama lo scultore Tumos ma accetta il matrimonio reale per proteggere l'amato, diventando Nefertiti. Quando lo scultore è chiamato a corte per ritrarre la nuova regina, la passione torna fra i due, ma Tanith antepone il dovere di sovrana di fronte alla congiura del padre contro il faraone; la vicenda si conclude con la morte del gran sacerdote e di Tumos.[128][129]

  1. Statua di Idet e Ruiu, su collezioni.museoegizio.it, Museo Egizio. URL consultato il 20 maggio 2026.
  2. 1 2 Johnson, 2009, p. 82
  3. Sweeney, 2011, p. 1
  4. 1 2 3 Johnson, 2009, p. 83
  5. 1 2 3 Lorenz, 2009, pp. 99-103
  6. (EN) The Wilbour Papyrus, su brooklynmuseum.org, Brooklyn Museum. URL consultato il 20 maggio 2026.
  7. 1 2 3 4 5 6 Johnson, 2009, p. 84
  8. 1 2 3 (EN) Janet H. Johnson, Women's Legal Rights in Ancient Egypt, su fathom.lib.uchicago.edu, University of Chicago Library. URL consultato il 19 maggio 2026.
  9. Statua di Amenmes e sua moglie Taka, su collezioni.museoegizio.it, Museo Egizio. URL consultato il 20 maggio 2026.
  10. (EN) Marriage Contract, su metmuseum.org, The Metropolitan Museum of Art. URL consultato il 20 maggio 2026.
  11. Johnson, 2009, p. 85
  12. 1 2 3 4 Johnson, 2009, p. 86
  13. 1 2 3 Feucht, 2001, p. 501
  14. Feucht, 2001, p. 502
  15. Statua di portatrice di offerta, su collezioni.museoegizio.it, Museo Egizio. URL consultato il 20 maggio 2026.
  16. 1 2 Lorenz, 2009, p. 98
  17. Lorenz, 2009, pp. 98-99
  18. Johnson, 2009, pp. 82-84
  19. 1 2 3 Lorenz, 2009, p. 99
  20. Fischer, 2000, pp. 20-21
  21. Lorenz, 2009, pp. 99-100
  22. Lorenz, 2009, p. 100
  23. 1 2 Lorenz, 2009, p. 101
  24. 1 2 Fischer, 2000, p. 22
  25. Lorenz, 2009, p. 102
  26. Lorenz, 2009, p. 103
  27. 1 2 Fischer, 2000, p. 26
  28. 1 2 3 Teeter, 2009, pp. 25-26
  29. 1 2 Fischer, 2000, pp. 26-27
  30. Modello di attività artigianale, su collezioni.museoegizio.it, Museo Egizio. URL consultato il 20 maggio 2026.
  31. Statuetta di portatrice, su collezioni.museoegizio.it, Museo Egizio. URL consultato il 20 maggio 2026.
  32. Ostrakon figurato con rappresentazione di una ballerina in posizione acrobatica, su collezioni.museoegizio.it, Museo Egizio. URL consultato il 20 maggio 2026.
  33. (EN) Apotropaic Wand, su metmuseum.org, The Metropolitan Museum of Art. URL consultato il 20 maggio 2026.
  34. Töpfer, 2014, pp. 317-318
  35. 1 2 Töpfer, 2014, p. 318
  36. 1 2 3 4 5 6 MacArthur, 2009, p. 76
  37. Janssen, 2016, pp. 402-403
  38. Janssen, 2016, p. 403
  39. Ghalioungui, Khalil e Ammar, 1963, p. 241
  40. Ghalioungui, Khalil e Ammar, 1963, pp. 243-245
  41. Lis, 2023
  42. MacArthur, 2009, p. 77
  43. 1 2 MacArthur, 2009, p. 78
  44. MacArthur, 2009, p. 79
  45. Töpfer, 2014, p. 319
  46. Wegner e Cahail, 2006
  47. Töpfer, 2014, pp. 331-332
  48. Töpfer, 2014, p. 332
  49. Töpfer, 2014, p. 333
  50. Töpfer, 2014, p. 320
  51. Töpfer, 2014, p. 321
  52. Töpfer, 2014, p. 322
  53. Töpfer, 2014, p. 334
  54. Töpfer, 2014, p. 335
  55. Statuetta di Tauret dedicata dal disegnatore Parahotep figlio di Pay, su collezioni.museoegizio.it, Museo Egizio. URL consultato il 20 maggio 2026.
  56. (EN) Amulet depicting the god Bes, su collezioni.museoegizio.it, Museo Egizio. URL consultato il 20 maggio 2026.
  57. Amuleto raffigurante gli dèi Iside, Horus, Nefti, su collezioni.museoegizio.it, Museo Egizio. URL consultato il 20 maggio 2026.
  58. Sarcofago di Tamutmutef, cantatrice di Amon, su collezioni.museoegizio.it, Museo Egizio. URL consultato il 20 maggio 2026.
  59. Emerit, 2013, p. 1
  60. 1 2 3 4 5 6 Teeter, 2009, p. 25
  61. 1 2 Emerit, 2013, p. 9
  62. 1 2 3 Johnson, 2009, pp. 82-83
  63. 1 2 Teeter, 2009, p. 26
  64. 1 2 3 Teeter, 2009, p. 17
  65. 1 2 Teeter, 2009, p. 27
  66. 1 2 Teeter, 2009, p. 28
  67. Coperchio del sarcofago mummiforme di Aset, cantatrice di Amon e moglie di Djehutymes, su collezioni.museoegizio.it, Museo Egizio. URL consultato il 20 maggio 2026.
  68. Amuleto raffigurante un sistro, su collezioni.museoegizio.it, Museo Egizio. URL consultato il 20 maggio 2026.
  69. Papiro mitologico di Meshareduisekeb, cantatrice di Amon, su collezioni.museoegizio.it, Museo Egizio. URL consultato il 20 maggio 2026.
  70. (EN) Theban region, Deir el-Bahari, Temple of Hatshepsut, su archiviofotografico.museoegizio.it, Archivio fotografico Museo Egizio. URL consultato il 20 maggio 2026.
  71. Fay et al., 2015, pp. 89-91
  72. (EN) Lower body fragment of a female statue seated on a throne, su collections.mfa.org, Museum of Fine Arts, Boston. URL consultato il 20 maggio 2026.
  73. Sweeney, 2011, p. 7
  74. (EN) Hatshepsut: From Queen to Pharaoh, su metmuseum.org, The Metropolitan Museum of Art. URL consultato il 19 maggio 2026.
  75. Statua cubo di Keret, soprintendente dell'harem, su collezioni.museoegizio.it, Museo Egizio. URL consultato il 20 maggio 2026.
  76. 1 2 Roth, 2012, p. 1
  77. Feucht, 2001, p. 503
  78. Statua del soprintendente al bestiame Amenemheb e di sua moglie Nedjem-mut, cantatrice di Amon, su collezioni.museoegizio.it, Museo Egizio. URL consultato il 20 maggio 2026.
  79. Statua della dea Sekhmet, su collezioni.museoegizio.it, Museo Egizio. URL consultato il 20 maggio 2026.
  80. 1 2 3 4 5 6 (EN) Ancient Egyptian gods and goddesses, su britishmuseum.org, British Museum. URL consultato il 19 maggio 2026.
  81. 1 2 Hoffmann, 2008, p. 49
  82. Hoffmann, 2008, pp. 49-50
  83. 1 2 Hoffmann, 2008, p. 50
  84. Statuetta di Iside che allatta Horus (Isis lactans), su collezioni.museoegizio.it, Museo Egizio. URL consultato il 20 maggio 2026.
  85. Statuetta della dea Bastet, su collezioni.museoegizio.it, Museo Egizio. URL consultato il 20 maggio 2026.
  86. Statuetta della dea Neith, su collezioni.museoegizio.it, Museo Egizio. URL consultato il 20 maggio 2026.
  87. (EN) Nakht and his Wife Receiving Offerings, su metmuseum.org, The Metropolitan Museum of Art. URL consultato il 20 maggio 2026.
  88. Statua della signora Suemnebu, dedicata dal figlio Khaty, su collezioni.museoegizio.it, Museo Egizio. URL consultato il 20 maggio 2026.
  89. 1 2 Sweeney, 2011, p. 3
  90. 1 2 3 Riggs, 2010, p. 6
  91. Riggs, 2010, p. 5
  92. 1 2 3 Riggs, 2010, p. 8
  93. Riggs, 2010, pp. 6-7
  94. Riggs, 2010, p. 7
  95. (EN) Menna and Family Hunting in the Marshes, Tomb of Menna, su metmuseum.org, The Metropolitan Museum of Art. URL consultato il 20 maggio 2026.
  96. (EN) Menna's Daughter Offering to her Parents, Tomb of Menna, su metmuseum.org, The Metropolitan Museum of Art. URL consultato il 20 maggio 2026.
  97. Statua raffigurante la principessa Redji, su collezioni.museoegizio.it, Museo Egizio. URL consultato il 20 maggio 2026.
  98. (EN) Papyrus D'Orbiney; frame 10, su britishmuseum.org, British Museum. URL consultato il 20 maggio 2026.
  99. Orriols-Llonch, 2012, p. 17
  100. 1 2 Orriols-Llonch, 2012, pp. 17-18
  101. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 Banschikova, 2006
  102. 1 2 Orriols-Llonch, 2012, p. 18
  103. Orriols-Llonch, 2012, pp. 19-20
  104. Orriols-Llonch, 2012, p. 20
  105. 1 2 Orriols-Llonch, 2012, pp. 20-22
  106. Orriols-Llonch, 2012, pp. 21-22
  107. Orriols-Llonch, 2012, pp. 22-23
  108. Orriols-Llonch, 2012, pp. 23-25
  109. Orriols-Llonch, 2012, p. 24
  110. Orriols-Llonch, 2012, pp. 27-29
  111. Orriols-Llonch, 2012, pp. 29-30
  112. Orriols-Llonch, 2012, pp. 30-31
  113. Orriols-Llonch, 2012, pp. 31-33
  114. Orriols-Llonch, 2012, p. 32
  115. Orriols-Llonch, 2012, pp. 31-32
  116. Orriols-Llonch, 2012, p. 33
  117. Orriols-Llonch, 2012, pp. 33-37
  118. Orriols-Llonch, 2012, pp. 34-37
  119. 1 2 3 4 Sewell-Lasater, 2023, p. 197
  120. Fernández Pichel e Orriols-Llonch, 2023, p. 181
  121. Fernández Pichel e Orriols-Llonch, 2023, p. 163
  122. 1 2 Fernández Pichel e Orriols-Llonch, 2023, pp. 163-165
  123. Fernández Pichel e Orriols-Llonch, 2023, p. 165
  124. (EN) Cleopatra, the Ultimate Femme Fatale, su metmuseum.org, The Metropolitan Museum of Art, 28 febbraio 2017. URL consultato il 19 maggio 2026.
  125. Sewell-Lasater, 2023, p. 186
  126. Sewell-Lasater, 2023, p. 187
  127. Sewell-Lasater, 2023, pp. 201-202
  128. Nefertite regina del Nilo, su cinematografo.it, Cinematografo – Fondazione Ente dello Spettacolo. URL consultato il 20 maggio 2026.
  129. Fernández Pichel e Orriols-Llonch, 2023, pp. 173-175
Fonti
Approfondimenti

Voci correlate

[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti

[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni

[modifica | modifica wikitesto]
  Portale Antico Egitto: accedi alle voci di Wikipedia che trattano di antico Egitto