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Arge

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Arge
Nome orig.Ἄργης (Árgês)
Lingua orig.Greco antico
Caratteristiche immaginarie
Specieciclope
Sessomaschio
Luogo di nascitanel Cosmo
Professionefabbro divino

Arge (in greco antico Ἄργης?, Árgês) o Piracmone[1] (in latino Pyracmon, -ŏnis, lett. "colui che batte il ferro infocato sull'incudine") od anche Acmonide[2] (in latino Acmŏnĭdēs, -ae, lett. "figlio dell'incudine") è un personaggio della mitologia greca e romana. Fu una divinità primordiale appartenente alla prima generazione dei Ciclopi (i cosiddetti Uranidi), noto per essere uno dei fabbri celesti che forgiarono i fulmini di Zeus e, nella tradizione mitologica successiva, uno degli assistenti della fucina sotterranea di Efesto.

Il nome deriva dall'aggettivo greco in greco antico ἀργός?, argós, che significa letteralmente "lucido", "brillante", "candido" o "splendente".[3] Si tratta di un nome parlante che si traduce comunemente come "il Fulgido" o "il Vivido". All'interno del mito, il nome rispecchia la natura originaria del personaggio come personificazione della luce accecante e del bagliore bianco emesso dal fulmine nel momento in cui accarezza il cielo, completando la triade temporalesca dei Ciclopi Uranidi insieme al tuono (Bronte) ed al lampo (Sterope).

Figlio di Urano[4] (il cielo) e di Gea[4] (la terra).

Non sono noti eventuali nomi di mogli o progenie.

Il mito arcaico

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Nella letteratura arcaica, a partire dalla Teogonia, Arge viene descritto insieme ai suoi fratelli Bronte e Sterope come una creatura prodigiosa, dotata di una forza straordinaria e di un unico occhio circolare al centro della fronte. Custode e conoscitore dell'arte della lavorazione del ferro e della metallurgia, fu inizialmente segregato nel Tartaro da Urano e poi da Crono, sotto la sorveglianza della mostruosa guardiana Campe, finché non fu liberato da Zeus.[5]

In segno di gratitudine per la liberazione, Arge mise la sua maestria tecnica al servizio degli dèi olimpici durante la Titanomachia ed insieme ai fratelli divenne il fabbricatore dei fulmini di Zeus, personificandone nello specifico la Folgore.[4] La sua vicenda nel mito arcaico si conclude con la morte per mano di Apollo, il quale uccise i Ciclopi per vendicare il proprio figlio Asclepio, fulminato da Zeus con le armi da loro forgiate.[6]

L'evoluzione ellenistica e romana nonché la successiva localizzazione in un vulcano

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In epoca successiva, la poesia ellenistica e la letteratura romana operarono una profonda riscrittura geografica del mito, spostando Arge ed i suoi fratelli dall'Olimpo ai complessi vulcanici della Sicilia e delle Isole Eolie, trasformandoli negli assistenti della fucina sotterranea di Efesto (chiamato Vulcano dai Romani).

Nell'Inno ad Artemide di Callimaco, la fucina dei Ciclopi viene situata nell'isola di Lipari. Il poeta descrive il frastuono assordante del loro lavoro, capace di far tremare la Sicilia, l'Italia e la Corsica, a tal punto che persino le divinità provano brividi nel guardarli. In questo contesto, Callimaco introduce un curioso dettaglio di costume popolare scrivendo che Arge (insieme al fratello Sterope) viene descritto come una sorta di "uomo nero" o spauracchio della fanciullezza. Nel testo si narra anche che le madri greche fossero solite invocare il nome di Arge o di Sterope per intimorire e rimproverare le figlie disobbedienti.[7]

Questa tradizione legata alle fucine vulcaniche sotterranee venne definitivamente codificata nella letteratura latina da Virgilio che, nel Libro VIII dell'Eneide, colloca stabilmente Piracmone (il nome romano di Arge) all'interno dell'Etna (o dell'Isola di Vulcano), descrivendolo esplicitamente al lavoro insieme a Bronte e Sterope. All'interno della fucina, ad Arge ed ai suoi fratelli viene affidato il compito di rifinire e lucidare i fulmini di Zeus e di forgiare le armi divine, tra cui il carro da guerra di Marte e lo scudo destinato all'eroe Enea.[1]

Letteratura latina successiva

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Rispetto ai suoi fratelli, questo personaggio godette di una particolare fortuna nella letteratura latina successiva, venendo spesso evocato singolarmente dai poeti come simbolo stesso del lavoro pesante in officina. Oltre a Virgilio, anche Ovidio nei Fasti scelse di menzionarlo con l'epiteto di Acmonide che giocava su un doppio significato, poiché in greco richiamava sia il nome di Acmone (una divinità primordiale talvolta identificata con lo stesso Urano) e sia la parola "incudine" (in greco antico ἀκμών?, akmṓn, simbolo del mestiere del fabbro ed anche inteso come indistruttibile), ricollegandosi così alla sua genealogia di Uranide.[2] Questa tendenza ad isolare la sua figura continuerà anche in epoca imperiale poiché Valerio Flacco negli Argonautica lo chiama Piracmone e lo descrive immerso nella fuliggine dell'Etna mentre i colpi del suo martello fanno rimbombare il Mar Ionio.[8] Stazio inoltre, nella Tebaide lo ritrae nel buio della fucina sotterranea, affaticato ma instancabile, intento a rifinire i fulmini per un corrucciato Zeus.[9]

Un minerale è stato dedicato a questo ciclope: l'acmonidesite.

  1. 1 2 (EN) Virgilio, Eneide, Libro VIII, vv. 416-423., su topostext.org. URL consultato il 20 giugno 2026.
  2. 1 2 (EN) Ovidio, Fasti 4.247, su topostext.org. URL consultato il 20 giugno 2026.
  3. H.G. Liddell, R. Scott, A Greek-English Lexicon, s.v. "ἀργός".
  4. 1 2 3 (EN) Esiodo, Teogonia, 139, su topostext.org. URL consultato il 20 giugno 2026.
  5. (EN) Apollodoro, Biblioteca, I, 2.1, su topostext.org. URL consultato il 20 giugno 2026.
  6. (EN) Pseudo-Apollodoro, Biblioteca, III, 10.3-4, su topostext.org. URL consultato il 21 giugno 2026.
  7. (EN) Callimaco, Inno ad Artemide, 57, su topostext.org. URL consultato il 21 giugno 2026.
  8. Valerio Flacco, Argonautica, II, vv. 419-421: «[...] hinc totis Brontes effultus anhelat / viribus, hinc nudis nuda latus extulit ulnis / Pyracmon» (trad. "da un lato Bronte con la sua forza immensa fatica e ansima, dall'altro Piracmone a torso nudo mostra le braccia nude [mentre batte]"). Il passaggio viene spesso omesso o riassunto drasticamente in alcune traduzioni moderne in lingua inglese.
  9. (EN) Stazio, Tebaide, II, 5.76, su topostext.org. URL consultato il 20 giugno 2026.

Collegamenti esterni

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