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The Wayback Machine - https://web.archive.org/web/20100927044148/http://ovadia-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it:80/

Anche i moralisti frodano il prossimo

Postato in Bufale, Modelli animali, Neuroscienze, polemiche il 1 settembre, 2010

La notizia non ha avuto molta eco sulle pagine dei giornali italiani, ma negli Stati Uniti è stata ripresa addirittura dal New York Times, per ben due volte. Marc Hauser, professore di psicologia all’Università di Harvard e biologo evoluzionista, uno dei massimi esperti di neuropsicologia cognitiva comparata (la disciplina che confronta le prestazioni cognitive di umani e animali) avrebbe falsificato i dati di uno studio pubblicato nel 2002 sulla rivista Cognition nel quale dimostrava come le scimmie siano in grado di comprendere semplici regole algebriche e di discriminare tra diversi tipi di operazioni. Lo ha dichiarato pochi giorni fa il direttore di Cognition, lo psicolinguista Gerry Altman, che sul suo blog spiega nel dettaglio come è giunto a queste conclusioni e fa anche un interessante distinguo tra il concretto di frode scientifica e di errore nel disegno sperimentale, esprimendo pubblicamente la difficile situazione in cui si è trovato nel momento in cui ha dovuto prendere una decisione sul caso in questione.

La colpa di Hauser sarebbe quella di aver falsificato l’esperimento di controllo. Gli studi di psicologia cognitiva prevedono infatti che gli animali siano sottoposti a uno stimolo test il cui risultato deve essere confrontato con quello ottenuto in risposta a uno stimolo non significativo. Questo disegno sperimentale è simile a quello che si utilizza in altre situazioni, come nella ricerca farmacologica, dove l’efficacia di una nuova molecola viene messa alla prova confrontandola con gli effetti di una sostanza inerte, il placebo. Lo scopo di tutto ciò è di essere certi che il processo analizzato, o l’effetto riscontrato, non siano frutto del caso.

Come mai nessuno se ne è accorto prima e perché ci sono voluti otto anni perché Cognition, una rivista tra le più serie e sottoposta a processo di revisione tra pari, annunciasse ufficialmente il ritiro dell’articolo? Semplicemente perché nessun esperto aveva pensato di ripercorrere passo dopo passo l’analisi statistica che aveva dato luogo ai risultati: mentre le risposte allo stimolo test hanno una distribuzione sufficientemente casuale da apparire reale, le risposte alla prova di controllo mostrano un’anomala regolarità che il più delle volte è data dal fatto che sono inventate di sana pianta (oppure, nell’interpretazione più benigna, che sono frutto di un esperimento disegnato molto male). Il ricontrollo è stato fatto solo perché, nel 2007, alcuni studenti di Hauser lo hanno denunciato al rettore di Harvard ritenendo di essere stati spinti a trarre conclusioni che non convidevano al solo scopo di pubblicare su riviste più prestigiose. Dopo tre anni di indagine, l’Università ha deciso, alla fine di agosto, di sospenderlo per un anno, poiché ha riscontrato “otto gravi esempi di cattiva condotta scientifica”. Cosa si celi esattamente dietro questa formula sibillina al momento non è dato sapere, perché l’accusato ammette di aver commesso “errori” ma non di aver frodato la comunità scientifica.

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Qualche avvisaglia che avrebbe dovuto destare sospetti, a dire il vero, c’era stata. Nel 1995 Hauser aveva pubblicato uno studio sui tamarini di Edipo, un primate sul quale ha fatto la maggior parte dei suoi esperimenti, nel quale affermava che questi erano in grado di riconoscersi allo specchio. Un altro psicologo, Gordon Gallup, aveva chiesto una videoregistrazione e dopo un po’ Hauser aveva ammesso di non essere riuscito a replicare i risultati. Anche nel caso dello studio di Cognition ci sono dei videotape nei quali si vedono le scimmie impegnate solo nella condizione di test e non in quella di controllo. D’altronde chi va a guardare i video dei controlli? La parte interessante di uno studio è sempre quella in cui si trova ciò che si cerca! E poiché non sono molti gli studiosi che nel mondo hanno a disposizione colonie di primati per studi di questo genere, Hauser ha potuto pubblicare i suoi articoli senza temere troppo che ad altri venisse in mente di rifare tal quale il suo lavoro. Ora, poiché molti dei suoi esperimenti arrivavano alla conclusione che le scimmie si comportano spesso come i piccoli umani, se si dimostrerà definitivamente che la pratica della falsificazione è una costante del suo lavoro, bisognerà anche rivedere molte convinzioni sulle funzioni cognitive dei primati.

Nella storia di Hauser ci sono diversi elementi che, umanamente parlando, lasciano attoniti (in primo luogo, per chi legge la vicenda dall’Italia, l’idea che la denuncia sia partita dai suoi stessi dottorandi!). Si tratta infatti di uno studioso di primo piano, uno dei padri della teoria della morale naturale. Per molti anni, infatti, si è dedicato allo studio delle basi della morale negli animali e negli uomini, riscontrando nella nostra specie una sorta di “codice innato” (che lui chiama grammatica morale, per analogia col concetto di grammatica generativa di Noam Chomsky) condiviso a tutte le latitudini e indipendentemente dagli aspetti culturali. Tra queste regole di base si annoverano, per esempio, la riprovazione per l’omicidio, la distinzione tra danno intenzionale e accidentale e quella tra danno per azione (più grave) e danno per omissione (meno grave). Il suo pensiero sulla morale naturale è ben riassunto in un libro di grande successo, Menti morali, edito in Italia da Il Saggiatore, nel quel spiega benissimo anche la distinzione tra conoscenza della morale e rispetto delle regole morali. In sostanza, tutti sappiamo che frodare il prossimo non è un gesto elegante, ma alcuni lo fanno anche se sanno di compiere un atto riprovevole e di rischiare l’espulsione dalla comunità scientifica.

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Il gioco dei libri

Postato in Libri, Neuroscienze il 21 luglio, 2010

Reduce da un certo numero di giorni di malattia che mi hanno costretta a casa, ho fatto un po’ il punto sulle riserve letterarie per l’estate, scoprendo che il riposo forzato le ha abbondantemente consumate. Mi tocca quindi fare un giro tra libreria e biblioteca comunale in vista delle vacanze. Così ho pensato di proporvi un gioco utile e dilettevole al contempo: creiamo insieme la nostra biblioteca ideale di Mente e Psiche.

Il meccanismo è semplice e non l’ho certo inventato io: un paio d’anni fa sul blog Letteratitudine si è parlato, per esempio, di letteratura della follia. Ma io vorrei ampliare gli orizzonti. Qualsiasi libro riguardi il cervello, il suo funzionamento, la mente, la psicologia, la malattia psichiatrica eccetera è ammesso. Vanno bene le novità come i superclassici. Non è necessario che sia un saggio, anzi, sono benvenuti romanzi e poesie. Per ogni titolo mettete tre righe di spiegazione per chi non conosce l’opera (e magari la ragione per cui la consigliate). Se vi vengono in mente più libri, fate un post distinto per ciascuno di essi (così magari potete anche mettere un link senza essere bloccati dall’antispam che diffida dei post con molti link). Sono ammessi anche i libri non in italiano, se si tratta di opere non tradotte.

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Ovviamente comincio io:

Categoria saggi:

Inventare la mente di Chris Frith. Un bellissimo saggio che racconta, con un linguaggio chiaro e una prosa gradevole, perché secondo l’autore le neuroscienze hanno determinato la fine della dicotomia mente-cervello. Attraverso una serie di esempi clinici in cui è compromessa la coscienza (del corpo, di sé, dello spazio) Frith porta naturalmente il lettore alla conclusione che siamo il prodotto del nostro cervello.

The body has a mind of its own di Sandra and Matthew Blakeslee: un saggio bellissimo, scritto da una giornalista scientifica americana e dal figlio che si occupa di neuroscienze cognitive. Fa il punto sul rapporto mente-corpo visto dalle neuroscienze. Un’occasione unica per conoscere, grazie al linguaggio semplice, le scoperte delle neuroscienze su come cervello e corpo interagiscono per consentirci l’interazione con l’ambiente (in inglese).

Categoria romanzo (psicologia e psichiatria):

Follia di Patrick McGrath. Non è un libro recente, ma rimane uno dei romanzi più intensi che io abbia mai letto sulla malattia mentale, ma anche sulla passione.

La campana di vetro di Sylvia Plath. L’unico romanzo della poetessa americana narra la storia di una donna affetta, come lei, da psicosi maniaco-depressiva. La trama segue la lenta discesa della protagonista nella malattia mentale, con un parallelo evidente con la vita della scrittrice, morta suicida all’età di 31 anni.

L’amore fatale di Ian McEwan. Uno dei romanzi più noti di McEwan, il cui protagonista diventa l’oggetto delle ossessioni amorose di uno sconosciuto incontrato per caso durante un rocambolesco salvataggio. Questo sconosciuto è però affetto da sindrome di de Clérambault, una forma di erotomania spesso associata alla schizofrenia. Chi ne è affetto è convinto di provare un amore intenso e ricambiato per un’altra persona, indipendentemente dall’atteggiamento di questa.

Categoria romanzo (neuroscienze)

Brooklyn senza madre di Jonathan Lethem. Una detective novel il cui protagonista è affetto da sindrome di Tourette, il che ne fa un investigatore alquanto atipico.

Il fabbricante di eco di Richard Powers. Al risveglio dal coma, provocato da un incidente automobilistico, il giovane Mark è affetto da sindrome di Capgras, una rara alterazione neurologica che impedisce di associare il volto di una persona nota ai sentimenti e alle emozioni che questa persona suscita in noi. Metafora dell’incomunicabilità affettiva, la sindrome di Capgras diventa protagonista di questo intenso romanzo.

Non ho selezionato necessariamente i libri migliori, ma solo i primi che mi sono venuti in mente. A questo punto la palla passa a voi. Attendo curiosa i vostri suggerimenti prima di dare il via allo shopping libresco.

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Psicopatici, criminali e conflitti d’interesse

Postato in Bioetica, Neuroetica, Neuroimaging, Neuroscienze, Psichiatria, Psicologia forense il 11 giugno, 2010

Cosa accade quando gli scienziati si pongono in una posizione di potenziale conflitto di interesse e agiscono legalmente contro altri scienziati a difesa delle proprie teorie? Un’idea possiamo averla dalla vicenda che appassiona da ormai tre anni gli esperti di psicologia e psichiatria forense, che hanno seguito con attenzione la controversia che oppone Robert Hare a due colleghi, Jennifer Skeem e David Cooke.

Robert Hare è un criminologo dell’Università della British Columbia, autore della Psychopathy Checklist Revised (PCL-R), un test ampiamente usato, specie nelle corti statunitensi, per valutare se un criminale che ha commesso atti violenti come omicidi o violenze sessuali (ma anche rapine ripetute) è anche uno psicopatico. La psicopatia è infatti, secondo Hare, una forma particolarmente grave di disturbo antisociale di personalità caratterizzato, oltre che da una generale mancanza di empatia verso gli altri, da capacità manipolatorie e da spregio delle regole, anche da una tendenza alla condotta criminosa recidivante. È importante ricordare che la psicopatia non fa ancora parte della classificazione ufficiale delle malattie psichiatriche raccolta nel DSM-IV-TR, dove trova posto soltanto il disturbo antisociale di personalità.

Il test messo a punto da Hare è molto utilizzato soprattutto negli Stati UNiti e nei casi in cui c’è in ballo la pena di morte, poiché le giurie sembrano negativamente influenzate dalla presenza di una diagnosi di psicopatia che, secondo gli studi effettuati da Hare, si correla significativamente con un’elevata tendenza alla recidiva. In sostanza, è più facile che uno psicopatico sia condannato a morte.

Somministrare il test di Hare richiede però un training particolare, poiché si tratta di uno strumento diagnostico sottoposto a copyright. I corsi che abilitano alla valutazione degli psicopatici sono diventati un discreto business, dal momento che spesso il test fa parte di una perizia sottoposta a cross-examination (cioè all’interrogatorio incrociato di accusa e difesa che spesso si vede nei telefilm americani). Formarsi presso la scuola del creatore del test (l’unica ufficialmente riconosciuta) è quindi considerato un elemento importante di accredito del perito stesso.

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Il problema è che l’esistenza stessa della psicopatia come entità nosologica è molto controversa, poiché costituisce una diagnosi di potenziale pericolosità sociale non recuperabile. Nel 2007 due psicologi dell’Università della California, Skeem e Cooke, hanno somministrato a un gruppo di criminali una checklist alternativa a quella di Hare e sono giunti alla conclusione che psicopatia e criminalità non vanno necessariamente a braccetto. I loro risultati sono frutto di uno studio effettuato su oltre 1000 soggetti adulti. Infatti affermano: “Psicopatia e comportamento criminale sono due costrutti distinti. Se dobbiamo comprendere in che relazione si pongono, seppure esiste tale relazione, è essenziale che questi costrutti siano misurati separatamente. Questo è particolarmente importante nel contesto di progetti come il Dangerous and Severe Personality Disorders Project, nel quale gli individui sono soggetti a limitazioni della libertà in base all’assunto che esiste un collegamento funzionale tra il loro disturbo di personalità e il rischio che presentano”. Il progetto citato da Cooke è descritto in questo sito: si tratta in sostanza di un’iniziativa sperimentale di confinamento in luoghi protetti per i soggetti che risultano postivi al test di Hare.

Come ho detto prima, lo studio di Skeem e Cooke è del 2007 – ed è stato sottoposto a regolare processo di peer-review e accettazione in quell’anno, ma è stato pubblicato solo oggi su Psychological Assessment e corredato da un commento firmato dallo stesso Hare. Questo perché, al momento della sua accettazione, Robert Hare ha minacciato gli autori e l’editore, anticipando la richiesta di eventuali danni economici derivanti dalla pubblicazione di un lavoro che mette in dubbio la teoria alla base del suo test.

Tra gli addetti ai lavori la storia è ben nota, anche perché Cooke ha in parte raccontato i risultati dello studio censurato in un libro uscito l’anno scorso, ma è probabile che il lavoro originale abbia visto finalmente la luce anche grazie al lavoro di denuncia di John Travis, un giornalista scientifico che scrive su Science. Qui trovate l’articolo che ha scritto oggi sulla conclusione della vicenda.

Certamente si tratta di una pagina buia di scienza: se i ricercatori cominciano a farsi causa per bloccare la pubblicazione di studi regolarmente sottoposti a peer-review, che fine fa la libertà di ricerca? In questa storia, tra l’altro, fa una pessima figura anche l’American Psychological Association, ovvero l’editore di Psychological Assessment, poiché ha ceduto al ricatto.

Io credo, però, che la vicenda costituisca anche un campanello d’allarme per un settore importante della ricerca neuroscientifica, che è quello della criminologia. Ieri, a Milano, ho partecipato a bellissimo un corso di formazione in neuroscienze per magistrati organizzato dallo European Center for Life Sciences and the Courts dell’Università di Pavia in cui è stato presentato uno studio di neuroimmagine condotto da un gruppo finlandese insieme ad alcuni ricercatori di Brescia e pubblicato su Human Brain Mapping.  Basandosi sulla checklist di Hare, questi psicologi hanno esaminato con la risonanza magnetica i cervelli degli psicopatici riscontrando una diversa struttura degli ippocampi.

Lo studio in questione, che non ho avuto modo di analizzare nel dettaglio, presenta, come peraltro altri analoghi, molti aspetti interessanti ma altri inquietanti, che sollevano interrogativi sull’impatto sociale di certe scoperte. È quindi particolarmente importante che il dibattito sugli strumenti di valutazione delle alterazioni della personalità nei criminali – proprio per le ricadute che la diagnosi ha sul soggetto psicopatico ma anche sulla società intera – sia il più libero e trasparente possibile. Questo significa che va condotto in assenza di conflitti di interesse economici ma anche di pregiudizi ideologici nei confronti dei criminali, anche dei più efferati.  Altrimenti vuol dire che non abbiamo imparato nulla dalla vicenda umana e scientifica di personaggi come Cesare Lombroso, che hanno applicato il metodo scientifico ma hanno letto i risultati ottenuti attraverso la lente deformata della loro concezione morale e sociale.

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Madri naturali, madri culturali…

Postato in Neuroscienze, Psicologia sociale, Sesso, famiglia, femminismo, polemiche il 3 maggio, 2010

Sulla mia scrivania c’è da qualche giorno il numero di Time con in copertina la pillola anticoncezionale: un tributo ai 50 anni di questo farmaco (approvato dalla Food and Drug Administration per la prima volta nel maggio del 1960). L’articolo, bello e approfondito come sanno essere spesso le inchieste di Time, mette subito in chiaro la portata dell’evento: per la prima volta nella storia dell’umanità è stato possibile controllare con certezza la propria fecondità e, di riflesso, liberare dalla funzione procreativa l’esercizio della sessualità. Una rivoluzione tutta al femminile, visto che è alle donne che incombe di portare a termine le gravidanze.

In questi stessi giorni sto leggendo il libro di Elisabeth Badinter, “Le conflit, la femme et la mère”, appena uscito in Francia e che ha suscitato Oltralpe un dibattito notevole. Da noi ne ha parlato la Rodotà sul Corriere. Badinter, per chi non la conoscesse, è una filosofa femminista che da decenni ormai si interroga sul concetto di maternità e sulla relazione tra biologia e cultura nella cura della prole e nella creazione sociale del ruolo femminile. Con questo libro dà una bella scrollata alle donne della mia generazione: ci accusa, in sostanza, di aver barattato le conquiste delle nostre madri (in special modo quelle in materia di maternità e ruolo femminile) per inseguire un nuovo modello che riconosce a parole la parità tra i sessi ma riporta la donna al suo ruolo eminetemente materno in nome di una supposta “naturalità”: è naturale essere madri, è naturale volere figli, è naturale volerli allattare, è naturale voler trascorrere più tempo possibile con loro… Anche nella maternità si riflette il mito del naturale che rende la nostra società fintamente ecologista (così dice lei), portata ad esaltare il cibo a chilometro zero e a bandire gli OGM in modo totalmente irrazionale. E nella maternità questo significa, per esempio, promuovere oltre ogni ragionevolezza l’allattamento al seno (demonizzando i latti artificiali più che dignitosi e nutrienti), e riportare il rapporto madre-figlio alla simbiosi fisica, alla corporeità di una “madre scimpanzé”.

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Riassumere qui le diverse sfaccettature della sua analisi è complesso, ma alcune cose mi hanno colpita: per esempio, l’accusa rivolta alla psicologia e alle neuroscienze di aver rafforzato lo stereotipo della naturalità dell’essere madre (contro l’ “innaturalità” di non volerlo essere) attraverso studi che puntano a dimostrare quanto diverso sarebbe il funzionamento del cervello femminile rispetto a quello maschile (argomento lungo e complesso ma quanto mai attuale). Oppure il dito puntato contro la mitologia della genitorialità, secondo la quale non ci dovrebbe essere nulla di più bello nella vita dell’essere genitori (il che è spesso vero, ma insomma, mica sempre…). Secondo diversi sondaggi che la Badinter stessa cita nel libro, una percentuale variabile tra il 45 e il 70 per cento dei genitori non rifarebbe figli alla luce di ciò che ha appreso con l’esperienza: sondaggi ovviamente falsati dalla natura stessa della domanda (perché è ovvio che gli insoddisfatti sono più propensi a rispondere), ma che meritano comunque qualche riflessione.

La battaglia della Badinter contro l’allattamento al seno le è costata gli strali della Lega del Latte francese, a dimostrazione che, almeno su questo aspetto, ha toccato una ferita aperta. È vero che il latte materno resta un alimento prezioso per la salute dei bambini, ma è anche vero che la pressione psicologica ad allattare è a volte insostenibile. Nel mio piccolo, ne sono stata vittima. Quando è nata la mia prima figlia, qui in Italia, la sola idea di non allattarla era semplicemente inconcepibile. Solo che per me è stata un’esperienza tremenda: dolorosa, faticosa, umiliante persino. Proprio non fa per me: ma pensare di rinunciare mi faceva sentire inadeguata al ruolo materno, quindi ho proseguito fino a stare davvero male, dopodiché ho dovuto interrompere. La pediatra di base che vide per la prima volta mia figlia decretò che avrebbe avuto un QI più basso della media, perché “è scientificamente dimostrato che il latte materno migliora in quoziente intellettivo dei piccoli”. Certo, è vero, lo aumenta tanto quanto l’affetto dei genitori, gli stimoli intellettuali, la cura per l’educazione e per l’alimentazione nel corso di tutta l’infanzia e tante altre cose che mi sono premurata di darle…

Qualche tempo fa, intorno alla questione dell’allattamento e del ritorno al lavoro si è scatenata su Facebook una discussione accesa tra colleghe: c’era chi rivendicava il diritto-dovere di stare a casa con i figli nel primo anno di vita (o per dirla col nostro ministro dell’Istruzione, il privilegio ;-)   ) e chi, come me (ma anche come molte altre) riteneva di avere un  diritto uguale e contrario di tornare al lavoro, dal momento che per fortuna non facciamo lavori usuranti e siamo fisicamente in grado di essere al contempo madri e lavoratrici. Anche in questo caso si è sviluppato un dibattito tra le “naturaliste”, per dirla con la Badinter, che ritenevano di avere la biologia dalla loro parte (i piccoli umani sono la specie più bisognosa di cure parentali) e le “culturaliste”, che sostenevano la possibilità di delegare in parte questi compiti pur rimanendo “buone madri”. E dalla nostra parte c’è la storia, giacché il modello di accudimento esclusivamente materno prima, e oggi (seppure con qualche limite) più generalmente parentale è assai recente, e coincide con la nascita della classe borghese.

Ad ascoltare le donne, quindi, come dice anche la filosofa francese, non esiste un solo modo di essere madri (né tantomeno la maternità è identificabile con l’iconografia della “mamma italiana”), ma ne esistono molti, compreso quello in negativo, cioè quello delle donne che per scelta non sanno cosa farsene della maternità e non vivono certo questo fatto con tormento. Eppure la società e la politica sembrano proporre un modello univoco, e in questo c’è ancora molto da lavorare, in effetti. Per non parlare della psicologia, che ha pure la sua quota di colpe, e che porta avanti un’idea di maternità “sana” che è frutto, anche storicamente,  di una visione maschile della psiche femminile.

Su una cosa, però, non concordo con la Badinter: secondo lei noi madri di oggi vogliamo troppo per i nostri figli e, di conseguenza, cerchiamo di essere perfette, qualunque sia il nostro modello educativo: un “effetto collaterale” dell’acquisito controllo della fertilità. Le nostre nonne, e in gran parte anche le nostre madri, hanno vissuto l’arrivo dei figli come un evento ineluttabile; noi spesso aspettiamo il momento giusto, il compagno giusto. I nostri sono figli scelti, voluti, e questo ci porta a sentirci maggiormente responsabili nei loro confronti. Il più delle volte non ci cascano addosso all’improvviso, ma sono una tappa fondante della nostra identità, del nostro modo di stare a mondo e di lasciare traccia di noi stessi. Ora, leggendo “Le conflit” sembrerebbe che il bisogno di dare il meglio a questa prole così preziosa sia una forma di schiavitù, ma su questo dissento. Penso invece che, dal punto di vista etico, l’aver scelto di mettere al mondo nuovi esseri umani ci renda davvero più responsabili di ciò che offriamo loro di quanto non fossero i nostri nonni, che i figli li accoglievano come “dono del Signore”, salvo chiedersi, a un certo punto, se non c’era modo di mettere un freno a cotanta grazia.

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L’omosessualità non è una patologia

Postato in Bufale, Psichiatria, Psicologia sociale, Religione, Sesso il 16 aprile, 2010

Ricevo ora e diffondo con grande piacere questo comunicato stampa dell’Associazione italiana di psicologia. Con una doverosa premessa: non mi importa chi ha ha tirato di nuovo in ballo (e perché) la relazione inesistente tra omosessualità e pedofilia, ma ritengo assolutamente necessario che si ribadisca l’inesistenza di tale relazione anche sul piano scientifico, oltre che su quello sociale e politico.

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COMUNICATO STAMPA

L’Associazione Italiana di Psicologia (AIP), principale Società Scientifica rappresentativa della Psicologia e della ricerca psicologica italiana, apprese le parole pronunciate dal Cardinale Tarcisio Bertone durante la visita in Cile (“numerosi psichiatri e psicologi …. hanno dimostrato che esiste un legame tra omosessualità e pedofilia”, Corriere della
Sera
.14.04.2010, p. 2), intende precisare che la letteratura scientifica sull’argomento non supporta in alcun modo quanto sostenuto dal Segretario di Stato della Santa Sede e che è anzi dimostrato che vittime di abuso sono tanto i bambini quanto le bambine.

In particolare, in qualità di Psicologi, Psicoterapeuti e Ricercatori sentiamo il dovere di precisare che le parole pronunciate dal Cardinale, oltre che assolutamente prive di evidenza scientifica, paiono rilanciare una pericolosa reinterpretazione in chiave psicopatologica dell’omosessualità, condizione invece da anni esplicitamente esclusa dalla nosografia psichiatrica in uso.

Pur prendendo atto delle successive dichiarazioni di smentita, l’AIP sente il dovere di precisare che “patologizzare” l’omosessualità, invocando in modo improprio il supporto della comunità scientifica, non fa che aumentare l’omofobia, che è la vera malattia da combattere. L’errato riferimento alla letteratura psicologica, sociologica o psichiatrica appare estremamente dannoso per lo sforzo che, da anni, clinici e ricercatori intraprendono a vantaggio della salute psichica della popolazione, sia dei minori (abusati e non) che degli abusanti (questi sì realmente malati). L’AIP pertanto invita tutti coloro che ricoprono importanti ruoli istituzionali, e che quindi hanno un peso incisivo sulla pubblica opinione, a prestare maggiore attenzione alla ricerca scientifica e a diffondere correttamente i suoi risultati conoscitivi e applicativi.

prof. Roberto Cubelli
Presidente Associazione Italiana di Psicologia

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Giù le mani dalla mia maglietta!

Postato in Psicoanalisi, comportamento, famiglia il 6 aprile, 2010

Fratelli e sorelle possono essere una risorsa preziosa nella vita di un individuo oppure una vera e propria condanna, una fonte continua di stress e conflitti. Chiunque abbia più di un figlio si è chiesto se esiste una ricetta per rafforzare il legame tra fratelli, spesso senza trovare risposta. Conosco famiglie in balia di liti e malumori costanti, altre che invece hanno figli che vanno d’amore a d’accordo senza che vi sia una spiegazione apparente per queste differenze: non dipendono dalla differenza di età né dal sesso dei bambini. Per questo sono rimasta colpita da un piccolo studio pubblicato sulla rivista Child Development e condotto da due psicologhe dell’Università del Michigan.

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Secondo la loro analisi, esistono litigi che sono indice di un futuro rapporto conflittuale e altri che invece sono parte della normale dialettica familiare. Analizzando il comportamento di un gruppo di 330 adolescenti, hanno scoperto che i conflitti che riguardano lo spazio personale (reale ma anche emotivo), come per esempio l’uso della camera, dei vestiti, l’intromissione di un fratello nella vita dell’altro, specie in presenza di amici o, peggio, di fidanzate o fidanzati, si accompagna a una cattiva capacità di comunicazione e pessimi rapporti nell’età adulta. Viceversa le liti per questioni di equità o di condivisione delle responsabilità (chi deve pulire o riordinare, chi ha avuto più soldi eccetera) non influenzano la profondità della comunicazione tra fratelli, né il loro affetto o la loro fiducia reciproca. Sono spesso i fratelli maggiori a lamentarsi di un’invasione dei propri spazi da parte del fratello minore, probabilmente perché il bisogno di autonomia, anche emotiva, è un elemento che caratterizza la crescita dell’individuo.

Il consiglio delle autrici mi pare molto sensato: genitori ed educatori devono crescere i ragazzi nel rispetto degli spazi fisici e mentali degli altri membri della famiglia. Anche il senso dell proprietà ha un ruolo nella definizione di sé come individuo indipendente e sicuro, quindi è bene che ciascuno possieda i propri vestiti e i propri beni e che gli scambi vengano concordati.
Altro punto importante è insegnare fin da piccoli l’arte della negoziazione dei conflitti:sedersi intorno a un tavolo e giungere a un compromesso è una cosa che diventa naturale solo se praticata fin da giovanissimi, anche perché, dopo una certa età, è meglio che i genitori si astengano dall’intervenire nelle liti dei figli perché, dicono le esperte, fanno più male che bene.

C’è da dire che l’idea che il conflitto sia la condizione “naturale” della relazione fraterna è molto radicata in psicologia, a partire dalle numerose analisi del mito di Caino e Abele. Gli studi sull’attaccamento (in particolare quelli di Judy Dunn che hanno influenzato anche i lavori successivi sull’argomento) dicono poi che bambini con un attaccamento insicuro alla madre tendono ad avere una relazione più conflittuale con i fratelli, così come quelli esposti continuamente a valutazioni e paragoni tra loro. Nonostante ciò, anche nelle famiglie più sane la competizione per l’accudimento genitoriale, la lotta per avere tempo e attenzioni sono considerate situazioni inevitabili che modellano fin dalla più tenera età la relazione di fratellanza.

Come ho detto, quello delle due psicologhe dell’università del Michigan è solo un piccolo studio curioso, ma offre uno spunto di riflessione interessante sia sull’inevitabilità del conflitto sia sul concetto di famiglia tradizionale, secondo il quale “ciò che è mio è tuo e ciò che è tuo e mio”: suggerisce infatti un modello nuovo, in cui si rispetta il bisogno di ciascuno dei membri, anche di quelli più giovani, di essere individui autonomi. Anche nella famiglia più unita (anzi, proprio in quella che ha più chances di restare unita) ci sono silenzi che vanno rispettati e porte che devono restare chiuse.

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Chi perde il lavoro perde se stesso?

Postato in Depressione, Generale, Lavoro, Psicologia sociale, economia il 9 marzo, 2010

Questa mattina un’amica psicologa incontrata per caso aveva in mano Mente e Cervello dello scorso mese, che in copertina riportava il un mio articolo sugli effetti psicologici della disoccupazione, in particolare per quanto riguarda la perdita del proprio ruolo sociale. Non si era accorta che l’articolo era mio: era solo rimasta colpita dal testo perché proprio in questo periodo deve affrontare la questione con due suoi pazienti che hanno perso il posto di lavoro. “Bisogna parlarne di più”, mi ha detto, confermando il senso di vergogna che le persone licenziate o senza reddito provano per la propria condizione e gli effetti negativi che questo tormento non condiviso ha sulla loro stabilità. Beh, se bisogna parlarne, allora questo è il posto giusto, meglio delle pagine di una rivista.

Qualche dato

Nel 2009 il tasso di disoccupazione, in Italia, ha sfiorato i 9 punti percentuale e nel primo trimestre dell’anno l’INPS ha visto crescere del 45 per cento le domande di indennità di disoccupazione. Una fotografia per difetto, se si considera che molte persone che lavorano come liberi professionisti, con contratti a termine o con altre forme di contrattualizzazione atipica possono non rientrare nelle statistiche.

A trovarsi a casa, da un giorno all’altro, sono soprattutto i giovanissimi (sotto i 25 anni) e la fascia di età tra i 40 e i 55 anni, i più penalizzati nel momento in cui desiderano reinserirsi nel mondo del lavoro.

Il primo pensiero, parlando di disoccupazione, va alla mancanza di una fonte sicura di reddito ma non è questa l’unica conseguenza: la perdita del proprio ruolo di elemento attivo della società ha ricadute importanti e a volte superiori a quelle della mancanza di denaro, come dimostrano le più recenti ricerche in materia. “I primi studi sugli effetti sociali e psicologici della disoccupazione sono stati condotti tra le due guerre mondiali del secolo scorso e il loro focus era centrato solo sul rischio di povertà, specie di povertà estrema: si dava poco peso all’aspetto identitario del lavoro” spiega Duncan Gallie, docente di sociologia all’Università di Oxford e curatore del volume “Resisting marginalization – Unemployment experience and social policy in the European Union”, frutto di una ricerca multicentrica effettuata in diversi Paesi della EU per misurare gli effetti della perdita del posto. Oggi sappiamo che gli aspetti psicologici e sociali sono fattori che determinano, a volte in modo assolutamente consequenziale, la possibilità di rientrare nel ciclo produttivo.

La rappresentazione di sé

Dal punto di vista della psicologia sociale, l’individuo tende a costruire una rappresentazione di sé basata sui ruoli che sente propri e, in base a questi, sviluppa la sicurezza che gli consente la corretta integrazione sociale. La perdita del lavoro inciderà quindi su ambedue gli aspetti: il ruolo sociale e l’autostima.

Non è difficile trovare on line gli sfoghi di chi si ritrova, da un giorno all’altro, senza nulla da fare. Ci sono operai, per esempio, che per un po’ tornano tutte le mattine al bar davanti alla fabbrica, salvo gettare la spugna quando il rituale diventa troppo carico di rimpianti.

Il sindacato e i comuni, a volte, mettono in piedi servizi di supporto psicologico per affrontare la precarietà, ma anche il vuoto e la perdita di ruolo. L’ha fatto, per esempio, il comune di Parma con un ciclo di incontri intitolati “Affrontare i risvolti psicologici della crisi”. Il sintomo comune a tutti coloro che perdono il lavoro, dicono gli esperti, è la concomitante perdita dell’autostima. E questa perdita inficia anche le capacità dell’individuo di cercare una via d’uscita, specie in frangenti economicamente difficili come quelli che stiamo vivendo. Ciò non dipende necessariamente dall’incarico che ricoprivano in precedenza, perché accade all’imprenditore che deve chiudere l’azienda come all’operaio o al commerciante. Anche se, ovviamente, la componente identitaria è maggiore in chi non riesce a immaginarsi in un altro ruolo se non in quello che ha perso. E questa sorta di “immobilismo” del ruolo lavorativo, l’incapacità di immaginarsi impegnati in qualcosa di totalmente diverso e nuovo è uno degli ostacoli che gli psicologi del lavoro tentano di rimuovere quando una persona fatica troppo a reinserirsi.

È il caso, soprattutto, di dirigenti e liberi professionisti che, dicono le statistiche, non riescono ad accettare di cambiare tipo di lavoro e sono più portati a vivere con depressione l’improvviso vuoto quotidiano, fino a negarlo, con se stessi come con gli altri.

Nel 1997 il regista Peter Cattaneo mise in scena gli effetti della crisi economica in Gran Bretagna nel film ‘Full monthy’. E con sensibilità di artista colse un elemento importante: mentre gli operai si disperavano per il quotidiano, ma in qualche modo facevano resistenza alla depressione, il loro capo, un colletto bianco, usciva ogni giorno di casa in giacca e cravatta e non osava dire alla moglie che non aveva più un lavoro. Se ne vergognava, come se fosse colpa sua.

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Il ruolo del welfare

“Non esiste un legame deterministico tra disoccupazione e altre dimensioni dell’esclusione sociale” spiega Gallie, forte dei dati della sua ricerca provenienti da una decina di Paesi europei. “L’impatto sulla persona e sulla percezione di sé deriva da differenze culturali e istituzionali, in particolare dal supporto familiare e dal sistema di welfare esistente”. Secondo l’indagine condotta dal suo gruppo, nel Nord Europa, dove il welfare funziona, la marginalizzazione del disoccupato non deriva da improvvisa povertà (perché i sussidi pubblici lo sostengono) ma, appunto, dalla perdita del ruolo e dalla sensazione di essere un “peso” per gli altri. Nell’Europa del Sud, invece, il sistema familiare protegge maggiormente il benessere psicologico di chi ha perso il posto, ma la mancanza di paracaduti materiali rende le preoccupazioni quotidiane paralizzanti.

Che la società in cui si vive determini anche il vissuto in relazione alla perdita del lavoro lo conferma una ricerca condotta dal sociologo di origine israeliana Ofer Sharone, oggi al Massachusetts Institute of Technology di Boston.

Nel 2005 Sharone ha studiato 100 colletti bianchi israeliani e statunitesi che avevano perso il posto. Si trattava soprattutto di manager e lavoratori del settore high-tech, persone che mai avrebbero pensato, negli anni del boom delle nuove tecnologie e degli stipendi d’oro, di trovarsi per strada. “Ho notato che c’erano differenze notevoli tra i due gruppi” spiega Sharone. “Gli israeliani, quando non trovano lavoro, tendono ad attribuirne la colpa alle istituzioni e al sistema, mentre gli americani incolpano se stessi. Questo fa sì che i primi reagiscano con più rabbia, ma anche con più energia, mentre i secondi tendono a perdere sempre più fiducia in se stessi. In sostanza, si dicono che se non trovano lavoro è perché c’è qualcosa di sbagliato in loro”. Sharone afferma che non si tratta di un effetto della cultura individualista che caratterizza gli Stati Uniti: “In parte può darsi, ma non è solo questo. È anche un problema di struttura sociale. In Israele esiste una tutela del lavoro centralizzata, figlia degli anni della fondazione dello Stato, che aveva un impianto socialista. Ciò significa che se un’azienda ha bisogno di personale, si rivolgerà all’ufficio di collocamento che smisterà le proposte e favorirà l’assunzione. Questo, se da un lato può inibire l’iniziativa personale del lavoratore, dall’altra non lo priva del proprio ruolo. È sempre un lavoratore, solo che è momentaneamente senza impiego e tocca all’ufficio preposto aiutarlo a ricollocarsi. Negli Stati Uniti, invece, tutti dicono al disoccupato: devi avere più fiducia in te stesso, devi imparare a ricollocarti, devi parlare così, devi vestirti cosà. La manualistica fai-da-te, in questo campo, vende milioni di copie l’anno. Per non parlare dei corsi di self-help e dei fenomeni come il coaching che pretendono di “allenare” la persona ad affrontare le difficoltà. Quindi il lavoratore senza lavoro è un individuo senza ruolo, che si deve ricostruire, e per di più, se non riesce a trovare un nuovo impiego, evidentemente è perché non fa le cose giuste. Ma questo non è vero, perché ci sono anche le condizioni economiche esterne, che non sono modificabili a volontà”.

Anche con la crisi globale, questo atteggiamento di auto-colpevolizzazione è duro a morire: “Se chiude una fabbrica o un’azienda, in Europa, i lavoratori protestano, bloccano il traffico, piantonano i cancelli… Negli USA non accade nulla di ciò. E non sono aumentati nemmeno gli iscritti ai sindacati. Un segno chiaro di questa visione totalmente individualista del lavoro, che è l’altra faccia del sogno americano”.

Una rete di welfare efficiente consente anche di fare i conti con la realtà. “Uno dei problemi che hanno i disoccupati che ricoprivano incarichi prestigiosi o che godevano di autonomia intellettuale, è la difficoltà di adattare le proprie aspettative alle mutate condizioni economiche” spiega ancora Sharone. “Chi fa tutto da sé può trovare frustrante, alla fine, scoprire che un posto come quello che ha lasciato non esiste più e che quindi bisogna accettare di puntare più in basso o di cambiare completamente ambito lavorativo. Un buon ufficio di collocamento aiuta a fare questo percorso senza sentirsi sminuiti”.

Si può essere felici accettando un lavoro al di sotto dei traguardi raggiunti in precedenza? Sharone pensa di sì, purché si viva ciò come un’opportunità di risalita oppure, semplicemente, come un passaggio, in attesa di tempi migliori. “Quel che non si deve fare è stare a casa se c’è l’opportunità di lavorare”.

Le fasi della disoccupazione

Già nel 1938 due noti psicologi, Philip Eisenberg e Paul F. Lazarsfeld, descrissero la situazione psicologica del disoccupato, individuando tre fasi. Nel primo periodo si manifesta un rifiuto della nuova realtà: l’individuo stenta a credere di aver perso il posto e si dice che, in un modo o nell’altro, ne verrà fuori. Segue un periodo di pessimismo, quando dopo vari tentativi non compare all’orizzonte nessuna nuova possibilità di lavoro. È in questo momento che l’individuo comincia a dubitare: forse non ne verrà mai fuori. Infine compaiono rassegnazione e ripiegamento su se stessi, chiari sintomi depressivi. L’individuo si riconosce nel ruolo di disoccupato cronico e si sente spacciato: è finita, non ne verrà mai più fuori. Questa fase si instaura in genere dopo una media di nove mesi di disoccupazione e richiede l’intervento di uno psicologo del lavoro o la partecipazione a un corso di formazione professionale il cui scopo, in genere, è quello di facilitare la conoscenza di se stessi e delle proprie aspirazioni, acquisire nuove competenze professionali e imparare a elaborare un progetto professionale efficace.

Differenze tra i sessi

Dicono le statistiche che, in tutta Europa, l’ultima ondata di licenziamenti ha colpito più gli uomini delle donne, perché queste ultime, in media, pesano meno sui bilanci delle società e ricoprono ruoli intermedi ed esecutivi. Questo ha fatto crescere le coppie in cui i classici ruoli di genere sono invertiti: lei manda avanti la famiglia, lui è a casa.

Il giornalista di Economywatch.com, Vladimir Gonzales, ha chiamato questo fenomeno he-cession, con un gioco di parole tra il termine “he”, lui, e il termine “recession”, recessione.

In questo caso, oltre alla perdita del ruolo di lavoratore, è anche l’identità di genere a entrare in crisi. Poiché mediamente l’uomo guadagna più della donna, la mancanza del suo stipendio si fa sentire anche nei casi più fortunati, e richiede sacrifici come la disdetta dell’asilo nido o della baby sitter per i figli, oppure la rinuncia alla badante per i genitori. L’uomo, di colpo, si trova a dover gestire la casa e la famiglia, senza essere preparato. E non può neanche contare sulla comprensione della compagna, che spesso non vede dove sta il problema: quando accade l’opposto, pare normale a tutti che la donna stia a casa per favorire l’equilibrio economico della famiglia.

Il peso della “casalinghitudine”, però, esiste davvero, dal momento che le statistiche degli uffici collocamento italiani dicono che il 20 per cento delle donne che lavorano smette dopo la nascita dei figli e raramente riprende: non sempre perché non desidera rientrare nel mondo del lavoro, ma più spesso perché perde gli strumenti necessari, compresa l’abitudine a mostrarsi sotto la luce migliore, necessaria a fare bella figura nei colloqui di lavoro.

Portare il denaro a casa è un elemento fondante dell’identità maschile, che anni di educazione alla parità dei ruoli hanno scalfito solo in parte: va bene condividere le responsabilità lavorative e persino quelle casalinghe, ma invertire i ruoli è ancora molto conflittuale.

In Estonia, paese che, con la Finlandia e l’Islanda, ha visto crescere negli ultimi due anni la disoccupazione maschile a fronte di un maggior impiego di donne, è cresciuta parimenti la violenza sessuale e domestica. Un fenomeno che i Governi locali guardano con preoccupazione e per scongiurare il quale hanno messo in piedi costose campagne di sensibilizzazione.

La disoccupazione è un dramma per tutti, non solo dal punto di vista economico ma anche psicologico. Il lavoro è correlato allo status sociale di una persona e costituisce la base sulla quale immaginare il proprio futuro. Le donne sono forse più protette dalla depressione e dalla perdita di autostima grazie alla possibilità di definirsi casalinghe, ma questo non cambia la realtà. Se non è una scelta volontaria, stare a casa, per un uomo come per una donna, è perdere una parte di sé.

Una versione più lunga di questo testo è uscita sul numero di Febbraio 2010 di Mente e Psiche

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L’elenco delle malattie psichiatriche si apre ai commenti

Postato in Depressione, Epidemiologia, Farmaci, Neuroscienze, Psichiatria, Sesso il 21 febbraio, 2010

Il 10 febbraio scorso l’American Psychiatric Association (APA) ha reso pubblica la bozza di revisione della quinta edizione del DSM (Diagnostic and statistical manual of mental disorders), il manuale diagnostico delle malattie psichiatriche e mentali.

Per chi non lo sapesse, il DSM, la cui prima edizione risale al 1952, è un corposo volume che raggruppa e classifica tutti i disturbi mentali, indicando per ciascuno di essi i segni e sintomi che ne consentono la diagnosi. L’American Psychiatric Association, che da sempre si occupa della sua compilazione e revisione, ne promosse la stesura per cercare di dare alla psichiatria gli stessi criteri di certezza diagnostica su base scientifica su cui può contare in genere la medicina. Le malattie mentali, infatti, non essendo quasi mai diagnosticabili sulla base di alterazioni di parametri fisiologici documentabili con un semplice esame del sangue o una radiografia, erano state, fino a quel momento, in balia della “mania definitoria” dei singoli medici.

Il tentativo di fare ordine e di fornire parametri oggettivi era (ed è) quindi un’iniziativa assolutamente necessaria, anche se il principale criterio utilizzato per creare le liste di sintomi in base ai quali determinare la diagnosi era (ed è ancora oggi, per gran parte delle patologie) quello statistico “a posteriori”: si valuta, in sostanza, di cosa soffrono i pazienti che già hanno ricevuto una diagnosi e, soprattutto, quali sono state le manifestazioni di esordio della malattia.

Nel corso degli anni, il DSM è stato più volte riveduto e corretto, perché risente ovviamente non solo delle scoperte della scienza ma anche dell’evoluzione del costume. Basti pensare che l’omosessualità è stata a lungo annoverata tra le parafilie (i disturbi della sessualità) e che solo nel 1974, grazie a una votazione dei membri dell’APA, è stata esclusa dall’elenco delle patologie mentali. Ma non sono solo questi i limiti dello strumento: essendo compilato in base a dati provenienti da pazienti americani o comunque occidentali, non è adatto a rilevare sintomi di diasgio fortemente connotati dall’appartenenza a culture “altre”, che rimangono oggetto di studio della cosiddetta etnopsichiatria, benché i fenomeni migratori abbiano in parte modificato la loro incidenza anche in Occidente.

Un altro punto critico è quello dei test diagnostici e delle scale di valutazione psichiatrica, che vengono modellate sulla base dell’elenco di sintomi presenti nel DSM e, poiché servono a diagnosticare i malati del futuro, contribuiscono alla cristallizzazione dei criteri diagnostici in una sorta di loop tautologico.

Nel 2013 vedrà quindi la luce la quinta versione del DSM: sarà molto simile alla bozza resa pubblica in questi giorni, ma potrà ancora essere modificata sulla base dei commenti che arriveranno ai compilatori. Non ho avuto modo di guardarla con attenzione, ma tra i cambiamenti maggiori si segnalano l’abolizione delle diverse forme di autismo (che vengono raggruppate sotto un’unica definizione di sindromi dello spettro autistico) e la generale diminuzione delle patologie, accorpate sotto ombrelli più ampi di quelli attuali. È il caso, per esempio, delle dipendenze, un tempo categorizzate in base all’oggetto della dipendenza (alcol, droga, sesso, gioco d’azzardo) mentre nella nuova versione si privilegia il concetto stesso di dipendenza, dal momento che ora è chiaro che i confini tra l’una e l’altra sono spesso labili. In questo caso, tra l’altro, le scoperte delle neuroscienze hanno contribuito al cambiamento, dimostrando che i circuiti cerebrali che attivano e mantengono una dipendenza sono fondamentalmente gli stessi a prescindere dall’oggetto da cui si dipende.

Perché aprire a tutti i comImmagine 2menti al DSM invece di lasciarne l’onere e l’onore agli specialisti? La ragione principale è che le malattie psichiatriche non sono come le altre, e le etichette che vengono attribuite alle persone che ne soffrono possono avere un peso determinante sul destino di un individuo. Una settimana fa, per esempio, l’associazione statunitense dei pazienti con sindrome di Asperger (che semplificando si può definire una forma lieve di autismo) ha protestato per la cancellazione della propria patologia come entità autonoma, principalmente a causa dello stigma legato alla diagnosi di autismo tout court. Ugualmente ci sono proteste per l’introduzione di una nuova categoria che raggruppa le persone “a rischio” di sviluppare un disturbo mentale: molto utile per facilitare la diagnosi precoce, ma socialmente piuttosto pericolosa.

È però necessario che una malattia venga definita come tale perché possa essere presa in carico dai sistemi sanitari o dalle assicurazioni private. Per questo esiste una forte spinta (spesso pilotata dalle farmaceutiche) a includere nel DSM disturbi di natura ancora non del tutto chiara, come alcune forme lievi di depressione (fece un discreto scalpore a suo tempo l’inclusione nel DSM IV della distimia, una forma di alterazione dell’umore di tipo depressivo che è difficile distinguere da un periodo di difficoltà “fisiologica”) oppure come i disturbi della libido femminile, intorno ai quali si gioca una partita economicamente interessante. Molte farmaceutiche hanno infatti cercato il cosiddetto “viagra rosa”, un farmaco in grado di bissare il successo di quello maschile: per ora la maggior parte delle sostanze identificate si sono dimostrate di scarsa efficacia, ma se qualcuno riuscisse finalmente a governare il desiderio femminile sarebbe difficile riuscire a vendere un farmaco per un disturbo “non ufficiale”. Anche per questo coloro che stanno lavorando alla stesura del nuovo DSM hanno accettato di limitare le proprie entrate provenienti da industrie del farmaco a soli 10.000 dollari l’anno per tutta la durata della compilazione (oltre dieci anni): può sembrare molto, ma non è così, se si considera che in questa somma sono compresi anche i finanziamenti per la ricerca.

Insomma, fino al 20 aprile tutti possono dire la loro. Sarà interessante scoprire come internet modificherà la modalità di compilazione della bibbia della psichiatria. A modo suo, questo è anche uno dei primi esperimenti di democrazia partecipata nella scienza.

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Stupore e tremori

Postato in Blog, Comunicazione della scienza, Psicologia sociale il 11 febbraio, 2010

Ebbene sì, ho rubato il titolo a Amelie Nothomb, ma mi è venuto spontaneo leggendo un articolo uscito un paio di giorni fa sul New York Times che racconta la ricerca di due psicologi sociali dell’Università della Pennsylvania, Jonah Berger e Katherine A. Milkman (dalla pagina del NYT potete scaricare il pdf che purtroppo io non ho modo di allegare).

Analizzando la lista degli articoli più “inviati” dal sito del NYT (in sostanza quelli che le persone spediscono più di frequente ad amici e conoscenti per condividerne i contenuti) hanno scoperto che, contrariamente a quanto immaginavano, non sono quelli più “utili”, cioè quelli con un contenuto pratico o informativo immediato, ma quelli che suscitano più stupore. In realtà il termine che hanno usato è “awe”, intraducibile in italiano perché comprende sia il concetto di stupore sia quello di timore e paura.

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L’idea di valutare quanto “stupefacenti” fossero gli articoli più condivisi è nata quando si sono accorti che se il 20 per cento dei pezzi più inoltrati ad altri faceva parte di quelli pubblicati in home page, questa percentuale saliva al 30 per cento per gli articoli di scienza, compresi alcuni con titoli che gli stessi ricercatori definiscono “poco empatici” (per esempio “Le promesse e le potenzialità dell’RNA”).

Un campione di 3.000 articoli è stato analizzato da lettori indipendenti che ne hanno valutato la carica di stupore del contenuto, ma anche da un algoritmo computerizzato che ha valutato il rapporto tra numero di parole e parole con contenuto emozionale.

Dal canto mio, sono contenta che la scienza, almeno negli USA, riesca ancora a sucitare tali emozioni. I due psicologi sono peralto esperti di “stupefazione”. Nel 2003 hanno scritto una bella revisione su Cognition and emotion intitolata “Approching awe, a moral, spiritual and aesthetic emotion”. Definiscono così lo stupore: “Due elementi sono centrali e presenti in tutti i casi di stupore: la percezione della vastità, definita come incapacità di assimilare un’esperienza sulla base delle proprie strutture mentali attuali e il bisogno di trovare il modo adattarvisi. Cinque ulteriori elementi danno conto della variazione del tono edonico delle esperienze di stupore: timore, bellezza, abilità ecezionali, virtù e attribuzioni sovranaturali”.

Condividere le ricette di cucina, i suggerimenti finanziari o i consigli medici è sensato in base alle teorie classiche sull’utilità economica, ma fare altrettanto con articoli che ispirano stupore, fanno sentire piccoli o, viceversa, immensamente speranzosi per il futuro è meno spiegabile, dice Berger, che ha però una sua interpretazione: le emozioni, come dimostrano diversi studi di psicologia, tendono a propagarsi (ne abbiamo parlato anche qui). E il web è un formidabile strumento di propagazione, tutt’altro che emotivamente asettico.

Se volete discutere con il giornalista John Tierney del modo col quale condividete le informazioni (e con chi), potete farlo sul suo bellissimo blog. Ma prima, ovviamente, passate di qui :-)

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Test genetici: aspetti sociali e percezione del rischio

Postato in Bioetica, Comunicazione della scienza, Genetica, Neuroetica il 31 gennaio, 2010

Forse chi mi legge da un po’ ricorderà un’iniziativa di cui ho parlato l’anno scorso, il progetto Brain in Dialogue coordinato dal Laboratorio interdisciplinare della SISSA di Trieste. Questa settimana, presso l’ICTP di Trieste, si è tenuto il secondo workshop internazionale: una sessantina di partecipanti hanno discusso degli aspetti scientifici, etici e sociali legati all’introduzione dei test genetici per la diagnosi delle malattie neurologiche.

Ormai da alcuni anni si sa che malattie come l’Alzheimer e il Parkinson hanno una base genetica, specie quando ricorrono frequentemente nella stessa famiglia ma non solo. Non tutti i geni coinvolti sono noti e, nel caso delle due malattie di cui sopra, (come di tutte quelle multifattoriali) quelli già identificati non determinano con certezza la comparsa della malattia ma solo una maggiore predisposizione a svilupparla. Diverso è il caso di patologie a trasmissione mendeliana (cioè determinate da un unico gene e in cui i figli di una persona portarice hanno il 50 per cento di probabilità di ammalarsi): in quel caso il test permette, nella stragrande maggioranza dei casi, di conoscere con certezza il proprio destino e, da alcuni anni, anche la fascia di età in cui compariranno i primi sintomi.

Genetisti, medici, sociologi e comunicatori di tutta Europa sono stati inviati a Trieste per chiarire i punti controversi di queste nuove tecniche diagnostiche e, soprattutto, gli eventuali limiti che le istituzioni devono imporre per regolamentarle. Ormai la tecnologia di decodifica del DNA ha fatto passi da gigante, e un’analisi mirata alla ricerca di un gene specifico costa poche centinaia di euro. L’analisi dell’intero genoma di un individuo dovrebbe venire a costare, nel giro di un paio d’anni, al massimo 2000 euro. È facile capire che questi test costituiscono un business lucroso, tanto che già proliferano i laboratori che offrono le analisi più disparate mentre sul web alcune compagnie commercialmente molto aggressive come la DecodeMe e la 23andMe (ma anche molte altre) promettono di svelare, attraverso il DNA, quale sarà il nostro destino non solo per via delle patologie future, ma persino dei talenti individuali.

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I punti critici di questa pratica sono molti: innanzitutto la qualità dei test offerti non è sempre verificabile, né lo sono i database in base ai quali ogni singola compagnia afferma che il campione che ha tra le mani ha un rischio più elevato della media di sviluppare una determinata malattia. Hans Scheffer, genetista olandese responsabile del progetto europeo Techgene, ha ricordato che anche nei test genetici si riscontrano risultati falsamente positivi e che la prima versione del genoma umano pubblicata nel 2003 conteneva lo 0,1 per cento di errori: sembra poco, ma sono circa 6 milioni di basi, e se si considera che basta una sola mutazione puntiforme per indurre la comparsa di una malattia, i limiti di questi test appaiono chiari. Inoltre, almeno per quanto riguarda le patologie neurodegenerative di cui sopra, una volta che un individuo ha scoperto di essere più a rischio della media della popolazione non può fare molto né per prevenire l’insorgenza della malattia né per rallentarne il decorso. Si tratta infatti, nella stragrande maggioranza dei casi, di patologie a comparsa tardiva: tra il risultato del test e le prime manifestazioni del male possono passare anche decenni.

La genetista italiana Marina Frontali, una delle massime esperte di corea di Huntington, ha raccontato il lungo lavoro di counselling che deve accompagnare la decisione di sottoporsi a questo genere di esame, un lavoro che certo le compagnie che forniscono test “a distanza” non sono in grado di fare. Ricevere una diagnosi come quella di Huntington non è certo facile, eppure c’è chi ha preferito sapere, per organizzare la propria vita di conseguenza (per esempio decidendo di non avere figli per non perpetuare una malattia che spesso è all’origine di tragiche storie familiari). Altri, invece, hanno preferito non conoscere con certezza il proprio destino, per timore che la diagnosi impedisse loro di fare una vita normale finché possibile.

Tra le persone intervenute al workshop c’era anche Verena Schmoker, una paziente con una forma familiare di Parkinson a insorgenza precoce che non ha mai voluto fare i test genetici, così come non desiderano farli le sue due figlie, una delle quali, ventenne, era presente tra il pubblico. Secondo la signora Schmoker, – che in Svizzera ha fondato un’associazione per il sostegno dei pazienti con forme giovanili di Parkinson – dal momento che non si può fare nulla non ha senso sottoporsi a un test.

L’informazione relativa al proprio rischio aumentato di ammalarsi può essere accessibile ad altri, per esempio alle assicurazioni sanitarie o ai datori di lavori, determinando situazioni di discriminazione o, peggio, di esclusione sociale. Non a caso molti relatori hanno citato opere letterarie come il Mondo nuovo di Aldous Huxley o film come Gattaca per evocare il rischio di una società in cui il destino dell’individuo risulti predeterminato dalla sequenza di basi contenute nel suo genoma.

La questione non interessa però solo l’individuo, ma anche la società tutta: a parte gli aspetti legati alla privacy, vi sono anche questioni etiche e legali sulle quali i governi sono chiamati a legiferare. Ne ha parlato a lungo la bioeticista ungherese Judith Sandor: è giusto, per esempio, sottoporre a questi test un minore se si tratta di individuare un rischio che non è in alcun modo riducibile? In che modo il fatto di sapere che il proprio figlio è portatore di un gene che lo predispone a una malattia neurologica influenzerà l’atteggiamento dei genitori e il tipo di educazione che è destinato a ricevere? È lecito chiedere di sottoporre un embrione a una diagnosi preimpianto in caso di malattia multifattoriale, in cui il test non può dare alcuna certezza sul fatto che la mutazione indurrà effettivamente la patologia? Non si rischia di reintrodurre in Europa lo spettro dell’eugenetica, questa volta non su base coercitiva ma volontaria? E quando la società tutta spinge l’individuo portatore di una mutazione potenzialmente patogena a sottoporsi all’esame e a comportarsi di conseguenza, qual è il confine tra decisione autonoma e coercizione sociale?

Come vedete, le questioni in ballo sono tante e complesse. Una però, mi pare molto chiara: non è possibile decidere con sicurezza se sottoporsi o meno a questo tipo di esame, quando è indicato sulla base del proprio profilo genealogico, se non si comprende appieno il concetto di “rischio”. Su questo punto tutti gli esperti sono stati concordi: la società in cui viviamo non è abituata a fare i conti con il concetto di rischio né a stimarne l’entità reale. Abbiamo paura di molte cose che statisticamente ci colpiranno raramente mentre non siamo capaci di vedere il rischio che corriamo tutti i giorni. Con i test genetici, il problema è lo stesso: se anche abbiamo un rischio cinquanta volte maggiore della media di ammalarci di una patologia rara, in termini assoluti questa resterà un’evenienza remota. E anche quando ne capiamo la portata, c’è una dicotomia tra la valutazione razionale e quella emotiva, come spiega bene un filmato che proprio oggi mi ha segnalato un amico e che, anche se non parla nello specifico di test genetici, rende bene l’idea di quanto sia complesso fare i conti con l’incertezza.

Dopo questa tre giorni intensa, io ho più dubbi di prima (il che significa che discutere serve sempre!): penso che dal punto di vista scientifico i test genetici sono uno strumento formidabile per conoscere i meccanismi molecolari che determinano la comparsa di una malattia. Ma penso anche che possono essere strumenti inutili, se non pericolosi, quando vengono usati da un individuo per ottenere un’informazioni fine a se stessa. Vi sono però delle eccezioni: gli interventi di prevenzione, nel caso di malattie che porteranno alla perdita dell’autonomia o della memoria, non sono solo farmacologici o sugli stili di vita. A volte può essere utile prepararsi psicologicamente a un tale destino, sempre che si sia in grado di gestire l’ansia che inevitabilmente accompagna certe consapevolezze.

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